C’erano battute irritate negli States alle ultime elezioni presidenziali. Si diceva che ce l’avevano fatta prima persino i neri, rispetto alle donne, a governare il paese. Ma ci sono mosse ancora più piccole sul cammino del riconoscimento femminile. Esempio ne è la notte degli Oscar di quest’anno, arrivata in Svizzera all’alba della giornata dedicata alle donne. Certo la notizia che ha sbalordito tutti è stata che il blockbuster “Avatar” di James Cameron -film che ha ingenerato una vera e propria rivoluzione comunicativa e pubblicitaria, molto più che tecnologica e cinematografica- è stato sbeffeggiato dall’Academy (solo tre premi, nelle categorie minori), che gli ha preferito “The Hurt Locker” di Kathryn Bigelow, premiato da sei statuette. A questo film sulla guerra in Iraq va il riconoscimento come miglior film: un premio politico, una presa di posizione e una dichiarazione contro l’inumanità della guerra. Un film crudo e senza speranza che osa parlare della sensazione di irrealtà, che spesso si vive nella nostra società mediatizzata, intessendo un interessante parallelo tra il “gioco” della guerra e il “mercato” della civiltà. Ma gli speaker non puntano sulla riflessione etica le loro cronache di questa notte degli Oscar, quanto piuttosto sull’eccezionalità del secondo premio più importante tra quelli assegnati.
Kathryn Bigelow si aggiudica la statuetta come migliore regista ed è la prima donna nella Storia del cinema a riceverla, il tutto diventa più piccante visto che la Bigelow ha ottenuto il risultato battendo proprio il suo ex-marito James Cameron. Se ci fossero gli sceneggiatori di un tempo questa sfida tra un uomo e una donna, l’intrattenimento e la riflessione, l’impresa titanica virtuale e la difficoltà della realtà sarebbe già stata trasformata in una splendida commedia. Ma il cinema americano riesce poco facilmente a rielaborare la società e a capirne le sue nuove tendenze, guarda soltanto al clamore e difficilmente coglie il sottile fascino dei piccoli cambiamenti nelle relazioni umane. Sbandierato da tutti i giornali come una conquista femminile, la vittoria di Kathryn Bigelow ha però qualcosa di retrò e poco al passo con i tempi: il suo cinema è “da uomini” e può paragonarsi a un’idea dell’emancipazione femminile ben distante da oggi. In tempi in cui è proprio la delicatezza e la sensibilità delle donne a trasparire sullo schermo (dall’australiana Jane Campion fino alla italo-svizzera Alina Marazzi), l’Academy premia una delle poche registe la cui ambizione è essere più maschio degli uomini.
La serata è stata come sempre divertente: sostenuta da due grandi attori come Steve Martin e Alec Baldwin (insieme nella deliziosa commedia “It’s complicated”, presto sugli schermi). Il premio più commovente è stato quello assegnato a Jeff Bridges, che alla quinta nomination è riuscito finalmente a conquistare l’Oscar: è effettivamente laconico e perfetto in “Crazy Heart”, dove canta e recita magistralmente la parte di un musicista country. Il film ha giustamente ricevuto il premio per la miglior canzone, la straordinaria “The Weary Kind” composta da Ryan Bingham e T-Bone Burnett. Altra statuetta meritata (e prevedibile) è stata quella come miglior attore non protagonista assegnata a Christoph Waltz per “Bastardi senza gloria” di Quentin Tarantino. Forse la delusione più grande è stata vissuta proprio dal genietto ribelle Tarantino, a cui l’Academy ha scelto di non assegnare né il premio alla sceneggiatura né quello al miglior film (andati entrambi a “The Hurt Locker”).
Più deludenti sono i premi alle attrici. Sandra Bullock è stata l’unica persona a ricevere nello stesso anno un Oscar e un anti-Oscar: il primo per “The Blind Side”, il secondo (il temuto Razzie Award, come peggiore attrice) per “All About Steve”. Alla “grassona” Mo’Nique è andato il riconoscimento come miglior attrice non protagonista per “Precious”, un film indipendente, acclamato in molti festival europei, non a caso vincitore anche della statuetta per la migliore sceneggiatura non originale scritta da Geoffrey Fletcher. Si prevedeva il premio al miglior film di animazione per “Up” della Pixar (che poteva ambire nella sua perfezione anche ad essere il miglior film del 2010), invece contro ogni aspettativa -e buon senso- è la statuetta del miglior film straniero, che scarta il magistrale “Il nastro bianco” di Michael Haneke per l’argentino “El secreto de sus ojos”.
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