«È una donna diabolica, falsa, incantatrice, fredda e calcolatrice. È come una mantide che sfrutta il proprio compagno e poi, con un atto di cannibalismo, se ne nutre per sopravvivere. Mitra Djodjevic sa leggere e sfruttare le debolezze altrui. Ha sposato Arno Garatti per ottenere il permesso di dimora e vivere con la sua rendita di vedovanza e, per non “sporcarsi le mani” non ha esitato ad utilizzare il figlio per disfarsene. Lui invece voleva solo affetto, amore, un matrimonio vero con questa donna, Arno non accettava di essere solo un marito di comodo. Per questo semplice e legittimo desiderio Arno è morto». Scusandosi con i parenti per la crudezza delle sue parole, la Procuratrice pubblica Marisa Alfier, nella sua lunga requisitoria (cinque ore, praticamente tutta la quarta giornata di udienza del processo per l’uccisione del 48enne invalido bellinzonese), ha chiesto la massima pena per la “mantide di Daro”: ergastolo per istigazione in assassinio. E non c’è andata nemmeno leggera con l’altro principale protagonista della tragica fine di Arno Garatti, il 46enne commerciante portoghese Mario Vicente Paiva, «l’uomo che ha armato un minore per uccidere il patrigno». Più defilata e una proposta di 16 mesi con la condizionale, la proposta di pena per favoreggiamento nei confronti del 29enne kosovaro che, pur conoscendo i fatti, avvisò la Polizia ben sei giorni dopo il barbaro patricidio compiuto dal minorenne serbo.
Una requisitoria particolareggiata, quella di Marisa Alfier, che ha voluto più volte sottolineare il contesto “border line” e anche oltre nel quale s’è consumata la bestiale fine del 48enne invalido bellinzonese. «Arno era una persona, anche difficile, non qualcosa di indefinito. Consapevole delle sue difficoltà provocate dall’incidente in moto in gioventù, che l’ha reso invalido mentalmente e fisicamente, si sentiva però un rifiuto della società, un cesso. Mitra l’ha incontrato e ha capito subito che poteva sfruttare la situazione: è una donna molto brava a capire le debolezze altrui e a soggiogare le sue vittime. Lo ha fatto più volte, con il terzo marito, sposato in due giorni, sempre per ottenere il permesso di dimora in Svizzera e poi abbandonato a se stesso, come con Arno. Ha cercato di soggiogare ai suoi disegni conoscenti e amici che le ronzavano intorno (per ottenere il rinnovo del permesso di dimora scaduto dopo il divorzio dal terzo marito ha chiesto almeno ad un paio di altri uomini di sposarla, ndr) e naturalmente ha dominato il figlio minorenne con un’educazione che lo stesso ragazzo ha definito militaresca», ha ricordato la procuratrice. E con lui, appena arrivato in Ticino – a metà maggio 2011 – per vivere con la sua nuova famiglia «ha architettato la morte del marito». Secondo la pubblica accusa, l’ordine della madre al figlio di far fuori l’uomo che manteneva entrambi con la sua rendita d’invalidità è arrivato il 28 giugno. Il giorno dopo lei sarebbe partita per la Serbia, creandosi l’alibi perfetto. Per uccidere il ragazzo – che essendo minorenne rischiava il minimo possibile – ha chiesto aiuto al suo grande amico e “mentore” fin dal suo arrivo in Ticino, Mario Paiva, colui che vedeva e sentiva ogni giorno e lo portava ai suoi mercatini per fargli guadagnare qualcosa. Sul ruolo di Paiva, che in passato aveva anche frequentato la madre nel suo andirivieni tra Svizzera e Serbia («è il mio amante segreto» avrebbe detto di lui Mitra), la procuratrice non ha dubbi: «Sapeva bene cosa aveva in mente il giovane e non solo non ha fatto nulla per dissuaderlo, ma gli ha messo in mano l’arma del delitto, probabilmente ha assistito all’uccisione di Garatti (nessuna prova o ammissione ma ci sono dei “buchi” telefonici del portoghese a ridosso dell’ora del delitto, ndr) e poi ha brigato per aiutarlo a far scomparire il cadavere», ha spiegato Marisa Alfier nel ribadire la sua richiesta di carcere a vita anche per il 46enne commerciante e rigattiere.
Lunedì sono previste le arringhe difensive, precedute dall’intervento dell’accusatore privato, Mario Branda, che rappresenta madre e sorella di Arno Garatti. Martedì probabilmente la sentenza di un processo che comunque si concluda lascerà il segno.
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