Quarant’anni fa il regista polacco Krzysztof Zanussi vinceva a Locarno il Pardo d’oro e il primo premio assegnato dall’allora neonata Giuria ecumenica per il suo film Illuminacjia. E sarà proprio questa l’opera che verrà riproiettata durante la 65esima edizione del Festival per festeggiare il 40esimo anniversario raggiunto dalla Giuria ecumenica. Il regista polacco sarà presente a Locarno il prossimo 4 agosto. L’abbiamo raggiunto a Varsavia prima della sua partenza.
Cosa significa per lei il fatto che la Giuria ecumenica abbia scelto “Illuminacjia” per celebrare i 40 anni della sua esistenza?
Mi lusinga molto. Sono contento che abbiano scelto quest’opera anche perché non è un film “confessionale”. <+cors>Illuminacjia<+tondo> infatti non nasce come pellicola espressamente religiosa, non è una biografia su un santo o su un prete, come ho già fatto in altri lavori. Qui siamo di fronte ad un film completamente laico che però tocca la dimensione spirituale.
“Illuminacjia” racconta di un ragazzo, della sua educazione scolastica ma soprattutto della sua educazione sulla vita, sull’amore e sulla fede. Ritiene che le modalità con cui sono stati affrontati questi temi nel film siano ancora attuali oggi?
Credo di sì perché questa è una biografia intellettuale e i problemi che affronta penso siano eterni. A cambiare sono alcuni elementi e la realtà socio-politica. Ricordiamo che questo film fu girato in un Paese comunista e quindi oggi certi dettagli sarebbero sicuramente diversi, ma in generale il percorso intellettuale sarebbe sempre lo stesso.
Il film affronta anche il tema della morte: cosa ne pensa della sua rappresentazione oggi al cinema ma anche in televisione? Viene affrontata oppure, nonostante siamo sempre più abituati a vedere spargimenti di sangue e morti, in fondo resta un tabù?
Credo che la morte resti un tabù assoluto nella società consumista di oggi. Questa è una grande debolezza nella cultura contemporanea perché mai nella storia dell’umanità la cultura senza un rapporto con la morte è sopravvissuta a lungo. È una decadenza totale, perché il fatto della morte, traumatico e tragico, è comunque un fatto assolutamente sicuro. Nessuno di noi può vivere nell’illusione dell’immortalità sulla Terra. Il tema della morte si trova in molti miei film, ma credo che oggi sono pochi i registi che lo affrontino veramente. Una volta c’erano Bergman, che era molto affascinato dal tema, oppure Buñuel che ne aveva l’ossessione, oppure ancora Tarkovskij. Penso che questi maestri siano dovuti andare controcorrente, come penso di fare io toccando qualcosa che non piace nella sua formulazione seria. Piace finché si scherza con la morte, quindi nei film di azione o nei videogiochi dove si ammazza molto, ma questo non vuol dire niente: è una morte vanificata che non ha la sua dimensione esistenziale e spirituale.
Quanto c’era di autobiografico in “Illuminacjia”? Vale ancora oggi?
In Illuminacjia c’è la storia di un giovane che cerca la sua strada, il suo cammino. Io già da molto tempo ho trovato una certa strada. Tutto questo è abbastanza autobiografico ma solamente sul piano intellettuale, non sul piano dell’azione, nel senso che non sono sposato come il protagonista e non ho vissuto una vita simile. Ma ad accomunarci sono i dilemmi.
Da che parte sta andando il cinema polacco? Qui non se ne sente parlare molto (lo diciamo da non specialisti, ovviamente). Due anni fa è passato a Locarno fuori concorso – e molto, molto nascosto – “Katyn” di Wajda. Perché c’è stato un grande ostracismo nel mondo della distribuzione e nel mondo dei media per questo film?
Credo che questo sia un fenomeno presente in tutta Europa. Anche il cinema finlandese o il cinema svizzero non sono più conosciuti come lo erano venti o trenta anni fa. Noi abbiamo un cinema abbastanza vivo e una frequentazione impressionante: dopo i francesi siamo i campioni nella frequentazione dei film nazionali. Quindi il pubblico polacco segue i film polacchi. Certo, segue soprattutto i film commerciali ma anche le pellicole di valore, serie, come quelle di Agnieszka Holland, oppure i film di Wajda che sono seguiti da un pubblico vasto. Anche i film di Jerzy Stuhr sono molto popolari. È vero, in passato passavano fino al 50% di film polacchi ed eravamo alla pari con gli americani, oggi invece le pellicole nazionali sono il 20 – 30% del mercato, ma siamo comunque messi meglio che in Germania o in altri Paesi. E mi lasci sottolineare che ci sono anche molti giovani di talento. Per quel che riguarda Katyn era una pellicola molto importante e di grande valore, ma è stata sottovalutata perché il suo messaggio “non era di moda”. Questo mondo ancora oggi è molto politicizzato e porta sempre con sé questa traccia di ’68 e di progressismo un po’ superficiale che non ammette i crimini dello stalinismo.
Anche lei è tornato sull’epoca sovietica nel suo Paese con alcuni film degli ultimi vent’anni. Tutto sommato, però, dei veri grandi film sul comunismo (e in particolare sul Gulag) li stiamo ancora aspettando. E’ d’accordo?
Si è vero, ma questi film sui Gulag devono girarli soprattutto i russi perché questa era l’emanazione dell’ideologia che ha avuto un certo appoggio nella Russia sovietica. Noi siamo stati occupati dalla Russia sovietica, siamo stati le vittime e non possiamo essere coinvolti nel concetto di Gulag. Ad alcuni sembravano addirittura una cosa progressista, come i Gulag di Pol Pot in Cambogia appoggiati dai discepoli di Jean Paul Sartre. Pol Pot stesso era un discepolo di Sartre.
Ci permetta una domanda un po’ cattivella: di lei si parla come di un regista molto intellettuale, spesso un po’ freddino. Le cito una descrizione che di lei ha fatto il suo collega e amico Wajda: “Intellettuale, razionalista, pragmatico, stratega e tattico, poliglotta: ha tutte le qualità che mi mancano”. Come reagisce a questo ritrattino un po’ acido?
Con il sorriso. Ho un grande rispetto del mio amico e collega Wajda, ha grande talento e sono d’accordo con lui sul fatto di avere un temperamento molto controllato. Ma fa parte del mio linguaggio. Se vogliamo prendere un esempio nella storia della musica ricorderei Vivaldi, che era un uomo molto mite e che non esprimeva mai le sue emozioni. Al contrario di Beethoven, vissuto in un’altra epoca ma che aveva un temperamento più espansivo. Diciamo che io preferisco rimanere “vivaldiano”
Lei vive in uno dei pochi Paesi che, in piena crisi internazionale, stanno crescendo economicamente. Cosa ne pensa di questa crisi, finanziaria prima e ormai economica a tutto campo, che attanaglia l’Europa? Da dove proviene? Come se ne uscirà?
È un miracolo la nostra continua crescita, noi stessi non capiamo come sia possibile. La crisi è un fatto ciclico, regolare, che però è stata spostata artificialmente per anni, così oggi è più drammatica. Credo che sia stato un errore della classe politica: dovevamo vivere la crisi quando era il momento e ora uscirne, senza tutta questa mascherata. Ma tutto questo preferisco lasciarlo spiegare dagli economisti, di cui mi fido.
I polacchi si sentono molto europei, lo sappiamo. Ma sono anche europeisti? Cosa pensa di questa Europa in salsa UE?
L’Europa unita è sempre in “stato nascente” ma è una necessità assoluta perché senza unirci diventiamo un continente di Paesi marginali. I giganti di oggi, come Cina, India e Brasile, crescono con una velocità tale che l’Europa deve restare insieme per essere considerata un partner valido. Le economie di questi Paesi poi, sono così forti che l’Europa deve anche creare qualcosa di più federalista per potersi confrontare con la concorrenza. Su questo non abbiamo scelta libera ma è una necessità oggettiva.
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