«In dubio pro reo». Nel dubbio il favore della giuria va all’imputato. E nei confronti di Mitra Djordjevic, moglie di Arno Garatti e madre del giovane che l’ha assassinato, «ci sono solo indizi, non prove certe». Con questa clamorosa sentenza, non foss’altro perché la pubblica accusa aveva chiesto l’ergastolo per la 49enne serba, considerandola “mantide” e ispiratrice del delitto del marito, la Corte delle Assise Criminali, presieduta da Claudio Zali, ha assolto Mitra Djordjevic. Nessuna correità, ma comportamento negligente da parte di Mario Vicente Paiva, il 37enne commerciante portoghese che ha fornito al minorenne l’ascia per uccidere il patrigno. Venti ore di camera di consiglio hanno così volatilizzato «il castello di carte costruito sulla sabbia», come aveva definito il difensore del portoghese l’impianto accusatorio della procuratrice pubblica Marisa Alfier. Che dalla Corte, oltre al ribaltamento di venti fascicoli d’inchiesta e al proscioglimento dei due principali imputati, ha ricevuto qualche “bacchettata”. Sul ruolo di un testimone, comparso anche in aula, il 34enne amico della vedova, del figlio e dello stesso Arno Garatti, che ha visto e toccato il corpo esanime del 48enne invalido nell’appartamento di via Daro. Le deposizioni dell’amico di famiglia - considerate molto attendibili dall’accusa - hanno contribuito ad “inguaiare” la vedova, ma secondo la Corte nei confronti del testimone la procuratrice ha pronunciato «un decreto d’abbandono non accettabile».
Minore inaffidabile
Troppa fiducia da parte di Marisa Alfier, secondo i giudici, anche nei confronti del minorenne, che a due mesi dall’arresto e dopo aver cambiato versione più volte, dichiarò agli inquirenti che l’uccisione del patrigno gli sarebbe stata suggerita, anzi ordinata, dalla madre. Al di là delle 22 versioni diverse fornite dal giovane «sull’atroce e barbara uccisione del patrigno, dimostrando anche dopo una spietata freddezza, le due perizie psichiatriche hanno evidenziato la sua propensione a raccontar frottole e inventarsi fantasie di comodo», ha sottolineato Zali. E anche le telefonate e gli sms tra il figlio e la madre, in Serbia al momento del delitto «possono solo dimostrare che lei abbia saputo subito della morte del marito e non si sia attivata per avvisare la polizia e tornare immediatamente, ma nulla di più». Smontato dalla Corte anche il movente d’interesse, vale a dire assicurarsi, tramite l’uccisione del marito “commissionata” al figlio, la permanenza in Svizzera come vedova. «Semmai è vero il contrario: con la morte del marito avrebbe perso anche il diritto di risiedere nel nostro Paese», ha sottolineato Zali, sposando la tesi del difensore di Mitra Djordjevic, Pietro Pellegrini. Pure la rendita come vedova, altro argomento portato dall’accusa nei confronti della 49enne serba, non reggerebbe come movente economico: «Con il marito vivo avrebbe percepito l’intera rendita di invalidità, ben superiore a quella di vedovanza», ha sottolineato il presidente della Corte.
Nessuna prova su Paiva
Impianto accusatorio sfaldato anche per Mario Paiva: «Non c’è nessuna prova che fosse nell’appartamento al momento del delitto», si sottolinea nella sentenza d’assoluzione. E seppure la Corte abbia rilevato nel commerciante portoghese una negligenza con dolo eventuale nel fornire l’ascia al giovane «non ci sono elementi certi, nemmeno nelle dichiarazioni dell’autore materiale, di una sua correità o consapevolezza di ciò che il giovane aveva in mente di fare». Per lui quattro mesi, sospesi condizionalmente, per una serie di reati minori collegati alla sua attività (bancarotta) e all’assassinio (infrazione alle legge sulle armi), ma anche per il rigattiere portoghese, così come per la vedova, si riaprono le porte del carcere. Non andrà in prigione nemmeno il 29enne kosovaro, accusato di favoreggiamento, che s’era offerto di aiutare il minorenne a far sparire il corpo di Arno Garatti. Ha avvisato con cinque giorni di ritardo la polizia su quello che era successo nel luglio di un anno fa in via Daro, quindi 12 mesi sospesi per quattro anni.
Il pesante silenzio dei famigliari
La sorella Ambra non ha voluto nemmeno sentire la fine della lettura della sentenza da parte del presidente Claudio Zali: appena ha sentito che la moglie di suo fratello Arno Garatti è stata prosciolta e che tornerà libera è uscita dall’aula in lacrime. Sguardo attonito e bocca cucita anche da parte della madre. Nemmeno Mario Branda, che ha sposato in toto l’atto d’accusa e le richieste della procuratrice Marisa Alfier, ieri assente alla lettura della sentenza, e che tutelava gli interessi della famiglia Garatti, ha voluto esprimersi all’uscita dal Pretorio. Chiaramente soddisfatto, d’altra parte, l’avvocato Pietro Pellegrini, che ha difeso Mitra Djordjevic, consapevole però che «è stato vinto solo il primo round». Soddisfazione per Daniel Ponti, legale di Mario Vicente Paiva, che andrà ad accogliere fuori dal penitenziario della Stampa oggi il suo cliente, preparandosi, dopo il proscioglimento, alla richiesta di risarcimento del suo cliente per l’anno di carcerazione preventiva. I bellinzonesi che hanno assistito a tutte le fasi del processo e alla lettura della sentenza, invece, fuori dall’aula si sono lasciati andare a commenti a senso unico: «Vergogna. Adesso dobbiamo vergognarci di essere svizzeri», è stata la frase più ricorrente.
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