Cultura

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L'eredità di Padre Pozzi
Moriva 10 anni fa
L'eredità di Padre Pozzi
Il ricordo di Martini, di Motta, Orelli e Besomi.
di Lorenzo Planzi

Era l’alba del 20 luglio 2002, ovvero di un sabato d’estate di dieci anni or sono, quando la società ticinese apprendeva con commozione la scomparsa - dopo un’insidiosa malattia - di padre Giovanni Pozzi, professore di letteratura italiana all’Università di Friburgo dal 1960 al 1988. Uomo dall’umanità poliedrica, filologo e storico della letteratura, saggista e critico, sacerdote e frate cappuccino convinto di esserlo, Giovanni Pozzi ha guidato, seguito, preso per mano - quale assistente del professor Giuseppe Billanovich e più tardi quale docente - intere generazioni di giovani studente ticinesi alla scoperta della letteratura italiana. Quella sua grande, immensa passione - la letteratura - che padre Pozzi ha scoperto frequentando assiduamente le biblioteche conventuali ed innamorandosi dei libri, dalla poesia alla prosa, dal Medioevo al Novecento, passando per l’Umanesimo. Per tracciare un ritratto dello studioso, ma anche dell’uomo e del sacerdote, abbiamo incontrato il professor Alesandro Martini - suo successore sulla cattedra di letteratura italiana all’Università di Friburgo ed attualmente docente emerito - che è stato tra i primi studenti di padre Pozzi, e che lo ricorda con umanità e sensibilità. Nella stessa pagina proponiamo ugualmente i ricordi di Uberto Motta, attuale ordinario di letteratura a Friburgo, del poeta e scrittore Giorgio Orelli e di Ottavio Besomi, professore emerito di letteratura italiana al Politecnico di Zurigo.


Prof. Martini, quali sono i suoi primi ricordi, da studente e da dottorando, di padre Giovanni Pozzi quale professore di letteratura italiana all’Università di Friburgo?
Era un professore che nei corsi sommuoveva tutto quel che credevo di sapere della letteratura italiana. Parlava spesso di autori a me ignoti, come il Tesauro e il Muratori, o se noti li coglieva in una prospettiva nuova, come il Petrarca. Il primo corso da me seguito fu sul Poliziano poeta e filologo: ignoravo il secondo, che spiega in larga parte il primo. Ma ci leggeva anche autori contemporanei, ancora viventi, di cui non avevo sentito parlare al liceo, come Montale e Gadda. Ci faceva conoscere quel mondo di studiosi che hanno reso insigne il nostro Novecento. C’era poi la grande novità del seminario. Era un po’ come entrare nel laboratorio di un artista (rubo l’immagine a una sua collaboratrice), che via via ci metteva gli strumenti del mestiere in mano e ci imponeva l’esercizio, guidandoci, dentro e fuori l’aula scolastica, e presto coinvolgendoci nel suo proprio lavoro (il primo fu per me l’edizione delle severe Castigationes plinianae dell’umanista Ermolao Barbaro; la poesia mi si spalancò con l’esperienza successiva, l’amena avventura del commento all’Adone del Marino). Non c’era incontro che non si traducesse in un impulso preciso ad aprire un nuovo libro, a fare una nuova esperienza.
 
Giovanni Pozzi si distingue, sin da giovane, come saggista e critico letterario di grande spessore. Come possiamo riassumere il valore innovativo di una ricerca letteraria che non si limita all’epoca barocca - il suo tema prediletto - ma si estende dal Medioevo al Novecento?
A saggista e critico avrebbe preferito i termini di filologo e, a modo suo, di storico della letteratura, storia non intesa come trafila di autori sottomessi alle note periodizzazioni, che regolarmente contestava, ma anzitutto come vicenda di temi mai disgiunti dalle loro forme. Più che prediletto il barocco è il punto di partenza. Anche perché la sua prima biblioteca è stata conventuale e dunque colma di quei prodotti. È partito da quella lunga epoca, molto lombarda, nonché italiana e internazionale, insomma cattolica. L’ha affrontata dal punto di vista della predicazione. Di lì è passato al Marino oratore sacro e poi al poeta. Ma l’estensione della sua ricerca è appunto su tutto l’arco della storia letteraria, sul filo costante, benché non sempre apparente e comunque mai esibito di quell’interesse religioso: i testi francescani, quelli sull’orlo del visibile parlare, per ricordare il titolo di uno dei suoi ultimi grandi libri, le parole dipinte e le mistiche di ogni tempo, fino a suoi contemporanei, come Plinio Martini, e ai più giovani come Fleur Jaeggi e Mario Botta (dunque anche letture di opere non letterarie). Innovativo è il metodo, attento anzitutto alle forme, in specie alla loro configurazione retorica, in linea con l’insegnamento di Contini e con certa semiologia di quegli anni, ma con insistenze descrittive, piglio argomentativo e intenzioni didattiche inconfondibili.


Nel dopoguerra, Pozzi instaura un importante ponte letterario e culturale tra Ticino ed Italia: qual è l’importanza di questo dialogo ritrovato dopo la rottura causata dagli anni del fascismo italiano?
Un’importanza decisiva. Intanto non v’erano solo ponti rotti, ma ponti da costruire di bel nuovo. Si trattava nientemente che di fondare gli studi letterari in Ticino e di fare sì che colloquiassero con competenza e dunque forza anche competitiva con quelli italiani.  Come sia riuscito a lui non è da dimostrare: basti scorrere la sua bibliografia, cogliendone la varietà di temi e di approcci; basti pensare alle onorificenze ottenute negli ultimi anni. Ma lascia anche una forte eredità, da raccogliere e far fruttare di nuovo. Dopo vent’anni di berlusconismo non solo italiano i ponti culturali non sono in buone condizioni.


Qual era, da Friburgo, il rapporto di padre Pozzi con il Ticino, con la sua gente, con la sua cultura?
È un rapporto legato soprattutto ai suoi interventi giornalistici, che hanno magari eco immediata ma di cui poi poco ci si ricorda, anche qui tenendo presente l’esempio del suo maestro Contini, che li moltiplicò nell’ultimo anno della guerra. Quelli di padre Pozzi sono soprattutto interventi sull’indirizzo e sulle prospettive degli studi letterari, nel senso che ho accennato. Ma vi è molto altro sulla cultura popolare prettamente ticinese, per sempre inserita nel quadro della storia e degli studi italiani: Come pregava la gente, per ricordare un bel titolo, il libro sulla Madonna del Sasso, la raccolta dei ex voto, la cura del patrimonio librario conventuale e pubblico. La vasta attività svolta dal convento di Lugano si spiega anche in questa lunga attenzione già esercitata dalla sua sede universitaria, attraverso il contatto con studenti in gran parte ticinesi, con gli anni sempre più numerosi, di qua e di là del Gottardo.
 
Cosa può dirci a proposito della fondazione della Biblioteca Salita dei Frati da parte di Pozzi?
Lei gliela attribuisce, e con questo ha già detto molto. Certo l’ha sapientemente pensata, preparata da lontano, come era suo solito, e poi portata avanti con tenacia e senza indugi, convincendo chierici e laici, cercando le opportune collaborazioni: penso all’accolta di persone che tuttora assicurano la continuità di un’associazione culturalmente viva e importante, ai " Fogli " che dal 1981 l’associazione emana.


Giovanni Pozzi era, oltre che studioso di mistica, sacerdote e padre cappuccino. Quale eredità letteraria e spirituale ci lascia?
Si è scritto ancora quand’era vivo, su "Panorama" in margine ad Alternatim, che lui era l’ultimo degli eruditi. Allora si poteva ancora sperare che fosse soltanto una trovata giornalistica. Oggi purtroppo non ne rimangono altri, o non di quella tempra e in quell’ambito. Erudito, non specialista (termine che non avrebbe gradito): un lettore di insaziabile curiosità, nutrita nelle più ricche biblioteche.  Ma dalla biblioteca usciva anche spesso, per lezioni e conferenze, mostre e concerti, nuovi incontri, voli oltre Oceano. Viceversa in convento entravano le più varie personalità, proprio per incontrare lui. E al centro del colloquio era certamente sempre una concreta ricerca: la sua, desiderosa di comunicazione e scambio, quella altrui, che ne usciva illuminata dalla sua esperienza e ancor più dalla sua fede, intendo anzitutto quella nella ricerca stessa, per lui imprescindibile. Una fede che ispirava fiducia e dava conforto.

04.08.2012