Le mie conversazioni con Mons. Vescovo Angelo Jelmini sul Concilio si concretano questa volta in una intervista che egli di buon animo mi concede in una linda cameretta al Quinsisana. Siamo giunti, una sessione dopo l’altra, una seduta dopo l’altra, alle battuti finali. La realtà conciliare così com’essa è andata esprimendosi giorno per giorno nella sua complessità inarrivabile e nella sua suprema semplicità – capita così di tutti i più grandi avvenimenti – incombe un po’ su tutti, creando una piena di sentimenti e impressioni che solo con il tempo potremo analizzare per rendere interamente consci noi stessi. Il desiderio più grande di chi ha avuto la grazia di essere testimone di un fatto così eccezionale è piuttosto quello di chiudersi nella meditazione. Ma mi permetto invitare il nostro vescovo a far violenza per un momento alla modestia per confidarmi qualche sua impressione che possa avere per tutti noi valore di orientamento.
Una forza di rinnovamento
Dopo avermi detto la soddisfazione di aver potuto partecipare anche a questa ultima sessione, Mons. Vescovo mi partecipa la sua impressione generale. Ecco le sue parole: «Questo Concilio è stato indubbiamente una tappa enorme, anzi una conquista di immensa portata per la Chiesa e per tutti gli uomini. Nell’intenzione di colui che ne fu ideatore sapiente – Papa Giovanni – esso doveva essere una forza di rinnovamento. Oggi mi pare di poter dire che è stato realmente così, sotto la spinta e l’impronta decisiva che Paolo VI ha saputo dare con la sua mente di maestro e il suo cuore di pastore».
Passo quasi bruscamente a una domanda particolareggiata: «Nei momenti in cui il dialogo conciliare assumeva toni impensatamente vivaci e rivelava opinioni contrastanti Nostra Eccelenza ha avuto delle preoccupazioni? E come giudica le maggioranze molto forti che si sono poi rivelate dalle votazioni finali su testi?».
Mons. Jelmini mi punta addosso gli occhi con un sorriso sintomatico e poi mi risponde: «La fase terminale del Concilio consacra un susseguirsi di maggioranze che per me sono la testimonianza della sostanziale uniformità dell’Episcopato cattolico. E questo è un fatto che annulla le preoccupazioni che anch’io lo dico sinceramente, ho avuto qualche volta».
A mia richiesta egli precisa che queste maggioranze non sono il frutto di uno svuotamento dei tanti, ma piuttosto di un miglioramento, di un adattamento alla visione universale tipica del Concilio e anche della intesa che sempre più consistente si è andata manifestando man mano che i Padri, oltre che far sentire la propria voce in Concilio, hanno avuto la possibilità di conoscersi, di dialogare fra loro per chiarire i propri punti di vista.
Il testo di cui tutti parlano
Questa osservazione che sento di condividere interamente per la sua oggettività porta insensibilmente il discorso sullo schema di costituzione pastorale riguardante i rapporti della Chiesa con il nostro mondo e chiedo al nostro vescovo il suo giudizio su questo testo.
«Lo schema XIII – mi risponde – che tanto giustificato interesse suscita nella pubblica opinione rivela il senso pastorale della Chiesa di oggi e la sua aderenza alla nostra realtà mutevole e complicata. Esso tratta i problemi più urgenti e più sentiti, li tratta in una impostazione essenziale e universale. Perciò questo testo apre alla società in cui viviamo una visione nuova e realistica».
Per fare un esempio concreto mi cita i numeri riguardanti l’ateismo: «Su questo scottante argomento il testo non ha voluto fare una discussione dogmatica, ma ha tenuto presenti le dimensioni reali con cui il fenomeno dell’ateismo si presenta.
Così mentre da una parte dice l’insostenibilità dell’ateismo perché Dio è una necessità per l’uomo, d’altra parte rileva con comprensione le situazioni concrete dell’ateo, le sue ansie, la sua angoscia: se noi non teniamo conto di tutto questo non possiamo offrire all’ateo gli aiuti di cui ha bisogno per raggiungere la verità».
I frutti del Concilio
Il sole di questo limpido pomeriggio romano pervade la stanza. Verso l’ora del tramonto sembra anche più intenso. Mi affretto a domandare a Mons. Vescovo quali possono essere i frutti del Concilio. Presso che non è possibile fare un bilancio immediato, egli è del parere che «i frutti potranno essere molti in proporzione alla mole di lavoro svolto. Dobbiamo però guardarci dal pretendere che tutto avvenga in modo magico: ci vorrà del tempo; sarà necessaria una certa gradualità e le difficoltà non mancheranno. Ma l’orientamento è stato dato in modo da garantire una abbondante fecondità. Nella massa, enorme dei lavori compiuti c’è – secondo la immagine di un noto teologo – come un fil d’oro che dovremo inseguire per cogliere tutti i riflessi. Ma fin d’ora si constata che il Concilio ha accresciuto il prestigio della Chiesa nel mondo, ha fatto un passo avanti per l’unità fra i cristiani, anche se non ha dissipato tutte le difficoltà; ha favorito una maggiore intesa tra il clero e i fedeli, ha aperto, in una parola, tante vie che dovremo percorrere in serenità, serietà, fiducia, responsabilità».
Applicando il discorso al piano diocesano Mons. Jelmini esprime la sua gioia più viva per la partecipazione del Ticino all’evento conciliare. Gli consta che gli inviti alla preghiera rivolti dai due Papi del Concilio e da lui stesso hanno sempre trovato generosa accoglienza. È lieto anche perché l’opinione pubblica si è interessata ai lavori del Concilio ed è grato alla stampa che in generale è sempre stata molto oggettiva e ha contribuito alla comprensione di un avvenimento così grande.
Di più, secondo quanto disse altre volte, conferma che in Diocesi, nell’intento di realizzare gli scopi del Concilio, verranno attuate in accordo tra il clero e il laicato cattolico, quelle iniziative di cui si può prevedere la importanza e la necessità. Il corso teologico per i laici da lui desiderato e promosso può considerarsi una confortante primizia. Queste prospettive rendono più ardente la letizia di poter presto fare ritorno alla «sua Chiesa» di cui in questo periodo ha sentito il distacco con qualche punta di nostalgia. Mons. Vescovo mi parla a lungo di questo con un tono che attinge alle profondità del sentimento senza staccarsi dalla visione universale del Concilio che si conclude carico di promesse e di speranze.
A cura di Cristina Vonzun
“Scoprire la fede”. Questo è il tema che la Chiesa in Svizzera vuole affrontare in un triennio dedicato al Giubileo del Concilio. Per aprire solennemente questi tre anni (11.10.2012 - 8.12.2015) a Berna, giovedì, i vescovi svizzeri hanno incontrato oltre 200 delegati delle diocesi, tra i quali diversi ticinesi guidati dal vescovo Grampa. Durante l’evento i partecipanti hanno ricevuto “l’Appello dei vescovi svizzeri in occasione dell’apertura del Giubileo per i 50 anni del Concilio”, un documento che potete scaricare dal sito web del GdP. Di questo appello, del Concilio e del programma triennale della Chiesa in Svizzera, ne parliamo con 4 vescovi intervenuti durante la giornata di Berna: Mons. Norbert Brunner, presidente dei vescovi svizzeri e vescovo di Sion, mons. Charles Morerod, vescovo di Losanna, Ginevra e Friborgo, mons. Amedeo Grab, già vescovo di Coira e mons. Peter Henrici, già vescovo ausiliare di Coira, questi due ultimi presuli, testimoni degli eventi del Vaticano II.
Mons. Brunner, tra le tante voci che si levano in questi giorni sul Concilio c’è chi propone un Vaticano III. Lei cosa ne pensa?
Sulla questione della necessità di un Concilio Vaticano III, un tema che ritorna in questi giorni, mi riferisco al cardinale Martini. Martini, in realtà, non ha detto che ci sarebbe voluto un altro Concilio, ha piuttosto insistito sulla necessità di Sinodi molto specifici, non su temi troppo generali ma su questioni precise. In questi giorni a Roma c’è il Sinodo sulla Nuova Evangelizzazione, è un bel tema, vasto. C’è stato un Sinodo sui vescovi, anche questo un tema ricchissimo. Perché, invece, non prendere un solo punto, un aspetto e su questo fare un Sinodo? Ad esempio: quali sono le relazioni tra i vescovi e tra i vescovi e il Papa? Io credo che questa sia la strada da seguire piuttosto che chiedere un altro Concilio.
Nella Chiesa, a 50 anni dal Concilio, sono appunto sorte domande di approfondimento su diversi temi, questioni nuove rispetto al Concilio. Per lei oggi, cos’è prioritario?
Vedo prioritario affrontare l’atteggiamento che si ha nei confronti dei sacramenti. Li si riceve, ma si è veramente evangelizzati? I bambini ricevono il battesimo da piccoli. A volte mi sembra che per molti genitori si tratti di un fatto isolato che non dà luogo ad un cammino di crescita nella fede. La stessa cosa vale per la cresima. Si riceve la grazia dello Spirito Santo e poi è tutto finito. Questo legame tra i Sacramenti e la loro applicazione alla vita di tutti i giorni, resta per me una domanda primaria.
Lei è vescovo di Sion, in Vallese. Dopo il Vaticano II c’è stata la nascita dello scisma di Lefebvre. Le ultime notizie registrano un probabile, lungo, stallo nel dialogo tra la fraternità di Econe e Roma, nonostante tutti i passi del Papa verso i lefebvriani. A livello pastorale, a Sion, come state vivendo la presenza sul territorio dei fedeli aderenti alla fraternità San Pio X e che tipo di dialogo della vita portate avanti?
Le uniche relazioni che abbiamo è quando c’è un aderente di Econe che vuole sposare una cattolica (e viceversa), o per i funerali. La difficoltà non è la relazione tra mons. Fellay, il priore della fraternità, e il vescovo di Sion, il problema reale è nelle famiglie divise da questo scisma: ci sono nella stessa famiglia persone seguaci di Econe, e altri, che la domenica vanno a Messa nella parrocchia cattolica. Per evitare queste divisioni e le loro conseguenze drammatiche nella vita della gente, dobbiamo lavorare in vista di una possibile comunione con Econe.
Mons. Morerod, i vescovi svizzeri propongono tre anni di riflessione sul Concilio. Avete proposte concrete riguardo alla Nuova Evangelizzazione?
Dipende dalle Diocesi. Ad esempio nella mia, Losanna, Ginevra e Friborgo, c’è la proposta di una lettura del Vangelo nelle case. La gente invita amici e vicini. È un processo di Nuova Evangelizzazione già iniziato e che prosegue. Inoltre sarà importante sapere le conclusione del Sinodo in corso a Roma e vedere se ci sono idee utili per noi.
A 50 anni dal Concilio c’è chi invoca riforme: magari a livello del ruolo del laicato o su questioni come l’accesso alla comunione per i divorziati - risposati e altri temi, oggi sulla bocca di tutti. Secondo lei, quali sono le riforme prioritarie?
Il Papa, parlando dell’Anno della fede, ha detto che l’accento non va posto tutto sulle strutture ma sul loro contenuto, dunque: come viviamo dall’interno la situazione della Chiesa? La riforma principale è una riforma della fede.
Diversi studi mettono in rilievo che tra i praticanti sono pochissimi quelli che seguono le morale cattolica in fatto di materia sessuale (l’8%, da certe statistiche). Come mai?
Il problema mi sembra che sia questo: la gente pensa prima alla morale e non al contenuto della fede, alla vita interiore. In realtà è a partire da una relazione con Cristo che si capisce perché vivere in un modo o in un altro. Se si pensa prima alla morale, se si adotta una prospettiva moralista, allora l’impressione è che il cristiano vive in modo meno felice di altri perché deve seguire delle regole. In realtà è il contrario, ma questo lo si capisce a partire dall’esperienza religiosa personale.
Secondo lei, di cosa ha bisogno la Chiesa in Svizzera per riprendere quota?
Sono rientrato dopo 15 anni nella mia diocesi di origine e vi ho trovato tanti segni di speranza: molti laici impegnati nella trasmissione della fede nelle parrocchie, gente che presenta i contenuti del cristianesimo in modo rinnovato, ad esempio invitano i giovani che si preparano alla cresima a scoprire di più la preghiera. E i frutti ci sono. La gente scopre un mondo fino ad ora sconosciuto. Non mi aspettavo qualcosa del genere e lo giudico un frutto dello Spirito Santo.
Le cose sono cambiate parecchio negli ultimi anni e stanno cambiando.
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