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Portiere e attacante, due (ottimi) estremi
Calcio, Benaglio e Gavranovic
Portiere e attacante, due (ottimi) estremi
di Paolo Galli

 


Reykjavik - Un portiere e un attaccante; per trovare l’essenza del calcio serve poco altro. I due estremi: uno cerca di fare gol; l’altro prova a impedirlo. Da bambini bastava. Ci si alternava, uno da una parte e uno dall’altra. Nel calcio dei grandi occorre evidentemente molto di più, ma a volte proprio nelle due appendici si può cercare la ragione di un successo. Lo si può fare in questo caso, per esempio, affrontando a freddo l’analisi di quanto accaduto martedì nella gelida serata di Reykjavik. La Svizzera ha avuto la meglio dell’Islanda anche (e soprattutto) grazie al lavoro del suo portiere e a quello del suo attaccante, ovverosia quello che ha parato tutto il parabile e quello che è riuscito, a furia di provarci, a segnare il gol del definitivo decollo. L’importanza di essere (e di avere dalla propria parte) Diego Benaglio e Mario Gavranovic.


Il primo ieri si è fatto un meritato bagno tra lodi e lusinghe, in una vasca di ottimismo che così tanto gli mancava in Bundesliga. «Sono due cose differenti, il campionato e la nazionale. A Wolfsburg ora abbiamo e ho dei problemi, è innegabile, ma la mia situazione lì non ha nulla a che vedere con le partite di qualificazione ai Mondiali. Mi è già anzi capitato, in passato, di vivere ottimi periodi nel mio club e di non riuscire a ripetere le buone prestazioni una volta indossati i colori rossocrociati». L’aria nuova e fresca e rigenerante respirata sull’asse Feusisberg-Berna-Reykjavik potrebbe però ricaricarlo in vista del suo ritorno alla “routine” di tutti i giorni. Diego lo spera, anche se è abbastanza esperto per non perdersi in illusioni.


Non si perde neppure tra i paragoni, Benaglio, stuzzicato in merito alle virtuali graduatorie dei migliori portieri svizzeri di tutti i tempi. «Conosco solo quelli che ho visto giocare, ma sono discorsi che lasciano comunque il tempo che trovano». Il preparatore dei portieri della nazionale, il ticinese Patrick Foletti, si lascia andare: «Impossibile fare paragoni con il passato; ma nell’era moderna...». Il connubio tra i due, tra Diego e Patrick, funziona, in particolare dai Giochi olimpici, quando hanno avuto l’occasione di conoscersi meglio, di convivere per tre settimane. «Le sue doti principali? – spiega Patrick – Sa gestire la pressione». Altrimenti non si spiegherebbero queste prestazioni superlative, in un periodo per il resto tanto negativo.


Il giallo preso (e forse cercato) martedì lo toglierà dalla mischia in vista della partita a Cipro. «Tutto sommato, è il minimo dei mali. E poi mi fido di chi mi sostituirà». Si riaprirà allora il ballottaggio tra Wölfli e Sommer, con il primo dichiaratamente (da Hitzfeld) favorito. E se Benaglio non ci sarà, Gavranovic – a meno di cataclismi – sì, e ci sarà pure con uno statuto più solido, rinforzato dai due gol realizzati a Norvegia e Islanda, due gol dei suoi. «Alcuni li chiamano gol facili, ma devi comunque farli», ha sottolineato ieri l’attaccante ticinese, contento, finalmente corteggiato anche dai media di oltre San Gottardo. «È un periodo fortunato, perché la palla arriva sempre dove mi trovo...». Troppo modesto. Non esiste la fortuna, in questo senso. «Sì, perché devi cercartela, non arriva mai da sola. È importante posizionarsi nel punto giusto».


Inizialmente, martedì, i compagni hanno faticato a modificare il loro gioco, confusi nel non ritrovare più là davanti un punto di riferimento di peso come Derdiyok. La maggiore profondità offerta da Gavranovic non è stata sfruttata sino in fondo. «Sapevo ancor prima di scendere in campo che sarebbe stata una partita difficile, sapevo che avrei dovuto correre tanto negli spazi, conscio che non sempre la mia corsa sarebbe stata premiata con il pallone. Ma è il mio mestiere; io devo sempre farmi trovare pronto». In effetti, Mario si è fatto trovare prontissimo anche da Hitzfeld. La sua media lascia tutti a bocca aperta: quattro gol in cinque partite con la massima rappresentativa nazionale. «Era quello a cui puntavo: mettere in difficoltà l’allenatore in vista delle sue prossime scelte. Ho fatto bene, è vero, ma non è mai facile ripetersi».


Fondamentale, in questa sua nuova esplosione, la scelta di rientrare in Svizzera. Ne abbiamo già parlato negli scorsi giorni. Lui ribadisce: «Volevo giocare con costanza, sempre. Il ritorno in una realtà che conoscevo così bene si è rivelato essere allora la decisione migliore». I gol con la nazionale rappresentano un nuovo biglietto da visita per il grande calcio estero. «Non ci penso, davvero. Spero di ottenere una nuova occasione, ma non è la mia attuale priorità. Ora c’è il mio club – lo Zurigo – e la nazionale». In entrambi gli ambiti, gli si chiede di fare ciò per cui è nato: i gol. «Gioco in questo ruolo e in questo modo sin da quando ero piccolo. Già ai tempi, amavo muovermi negli spazi e in area di rigore». Lui, dei due bambini, era quello che calciava; Benaglio, invece, quello che stava in porta. Per fortuna della nazionale svizzera...


 

18.10.2012

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