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Ipocrisie pubbliche e private
Europa e crisi borsistica
Ipocrisie pubbliche e private
di Giancarlo Galli

Per le Borse l’anno era iniziato in un clima di ritrovata fiducia, a tratti di irrazionale euforia. Pareva che la Grande Crisi, esplosa nel 2008, con i crack del sistema finanziario, fosse superata. Le banche essendo riuscite, grazie al sostegno pubblico o con massicci aumenti di capitale, a raddrizzare le gambe ai claudicanti bilanci. Certo si temeva la «seconda ondata» recessiva dell’economia reale: crollo della produzione industriale, disoccupazione, calo dei consumi. Tuttavia i governi, varando eccezionali misure di sostegno e aumentando il debito pubblico, sembravano in grado di arginarla. Ancora ieri l’Ocse mandava messaggi rassicuranti, parlando di «lenta ripresa all’orizzonte». Diagnosi di analisti in ritardo sulla realtà o consolatorio bollettino?
Fatto sta che, a partire dall’ultima decade di gennaio, le Borse hanno invertito la rotta. Dapprima una stasi del rialzo, poi un lento ripiegamento. Fino alla débâcle. Risultato: una perdita media intorno al 20%. Spiegazione tecnico-psicologica: gli investitori e (soprattutto) gli speculatori «vedono nero».


Le Borse sono un barometro sensibilissimo. Sulla loro caratura etica si può discutere, essendo storicamente noto il ruolo dei «ribassisti»: coloro che, detto in termini brutali, guadagnano sulla pelle delle masse dei risparmiatori, spesso anche sulle difficoltà delle aziende. Però è indubitabile che in assenza di fattori esterni, i «ribassisti» si brucerebbero le ali.
Ma stavolta troppi fatti che s’è voluto ignorare, gettando il cuore (specie da parte dei politici) oltre gli ostacoli della crisi, hanno scatenato una corsa al ribasso, della quale nessuno può presagire dove si fermerà. Ai minimi del glaciale marzo 2009, ancora più in basso, o trovando una linea di difesa? Ma da chi allestita e presidiata?


Specie per Eurolandia i focolai della malattia sono facilmente individuabili. Dapprima la Grecia, poi Portogallo e Spagna, si sono trovati per debito pubblico e deficit di bilancio a un passo dalla bancarotta. E in questi stessi Paesi la disoccupazione sfiora il 20% della forza-lavoro. Le difficoltà di Grecia e Portogallo erano abbastanza note, ma si auspicava che con l’ingresso nella zona euro avrebbero intrapreso un cammino di risanamento, cosa che non è avvenuta. Pochi dubitavano di una Spagna che con Zapatero nel 2007 aveva spavaldamente annunciato il «sorpasso» dell’Italia per reddito nazionale pro-capite.


Come è stato possibile che a Bruxelles e alla Banca Centrale Europea di Francoforte, non si siano percepiti i segnali delle condizioni in cui navigavano ben tre membri comunitari? A bubbone esploso s’è appreso che in Grecia si falsificavano i conti; sul Portogallo si sa poco, forse anche perché il lusitano Manuel Barroso, presidente della UE, ha ben mascherato la posizione del suo Paese.


Ma la Spagna non è una potenza di secondo rango. Come funziona allora la vigilanza?
Torniamo alle Borse, al crollo quasi verticale. Negli ambienti finanziari va diffondendosi il convincimento che stiamo vivendo una stagione marchiata da una catena di ipocrisie. Pubbliche e private. Su un versante i politici, più che trovare ricette ai mali, paiono preoccupati d’ammannire all’opinione pubblica placebo rassicuranti; i banchieri, scampato il pericolo immediato, si occupano delle loro botteghe, tosando la clientela e lesinando finanziamenti alle piccole industrie. Gli imprenditori che vanno per la maggiore si chiudono a riccio: licenziano, ristrutturano. I governi cercano di tamponare le falle. Ecco allora, al di là di contingenti manovre, di piccolo (e speculativo) cabotaggio, la ragione profonda di questa crisi borsistica: l’incertezza sull’“accadrà domani”. Si sarebbe quasi tentati di un’alzata di spalle: «Affari loro...». Senonché dalle Borse, dal loro andamento, dipende anche una larga fetta del nostro futuro. È urgente tenerne conto, per evitare amarissime sorprese.

06.02.2010

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