La disciplina ecclesiastica sul celibato sacerdotale non è stata decisa a tavolino, ma si è gradualmente imposta nella vita della Chiesa, la quale - guidata dallo Spirito Santo - ha riconosciuto nel celibato di Cristo il modello esemplare per i suoi sacerdoti. Abbiamo inoltre la luminosa testimonianza di innumerevoli santi che hanno compiuto questa scelta proprio per donarsi pienamente al servizio di Cristo e della Chiesa. Come in diversi aspetti del suo insegnamento, anche riguardo al celibato si può quindi affermare che la Chiesa è progredita nella conoscenza del disegno salvifico di Dio, manifestatosi in Cristo. La sempre più chiara percezione delle radici cristologiche e apostoliche del celibato sacerdotale si osserva soprattutto a partire dal Concilio Vaticano II. Come gli Apostoli, anche i Vescovi e i presbiteri sono infatti chiamati a rendere presente Cristo, capo e pastore del popolo di Dio. Tale ruolo ottiene un’importante specificazione dalla figura di Cristo-Sposo, ossia di Cristo che si dona pienamente alla Chiesa, sua sposa.
Non mi sembra difficile comprendere come queste profonde ragioni teologiche, su cui si basa l’opzione della Chiesa a favore del celibato sacerdotale, non possano venire minimamente intaccate né dalla carenza di vocazioni sacerdotali, né dall’eventuale diffondersi di fallimenti o di casi scandalosi da parte di alcuni preti. Sarebbe come se si pretendesse di abolire l’indissolubilità matrimoniale sulla base dell’incremento dei divorzi. Ciò che sì va riconosciuto è che molte crisi affettive nella vita sacerdotale sono causate principalmente dalla mancanza di forti esperienze di quella paternità spirituale che portava san Paolo ad esclamare: “Vi ho generati in Cristo Gesù” (1Corinzi 4,15) e a rivolgersi ai fedeli, chiamandoli “figlioli miei, che io di nuovo partorisco nel dolore” (Galati 4,19). Alcuni rinfacciano poi alla Chiesa di voler imporre per legge ciò che dovrebbe essere una libera scelta. A ben vedere però anche questo argomento è fasullo, poiché il celibato non è imposto né da Cristo né dalla Chiesa. Quest’ultima si limita a scegliere i candidati per il ministero sacerdotale fra coloro che - insieme ad altri requisiti - hanno ricevuto il dono del celibato. Ma affinché questo dono continui a brillare e ad essere fecondo, il sacerdote deve rinnovare ogni giorno la sua donazione a Dio, alla Chiesa, alle anime, trasformando così la sua vita in una gioiosa affermazione d’amore.
Alla vigilia dell’indizione dell’anno sacerdotale, nei giorni 15 e 16 giugno 2009, c’è stato un incontro fra il Papa e alcuni rappresentati dalla Chiesa austriaca, nel quale il cardinale Schönborn ha presentato un appello di cattolici austriaci che chiede, fra l’altro, l’abolizione per i sacerdoti dell’obbligo del celibato. Secondo quanto ha poi riferito lo stesso cardinale, Benedetto XVI ha reagito ribadendo con forza l’importanza del celibato dei preti: «Il Santo Padre ha detto che la questione, in fondo, è se crediamo che sia possibile e che abbia senso vivere una vita fondata solo e soltanto su una cosa, Dio».
Il Papa ha sintetizzato una riflessione già proposta il 22 dicembre 2006 nel Discorso alla Curia Romana. «Il vero fondamento del celibato può essere racchiuso solo nella frase: “Dominus pars (mea)” o “Tu sei la mia terra”. Può essere solo teocentrico. Non può significare il rimanere privi di amore, ma deve significare il lasciarsi prendere dalla passione per Dio, ed imparare poi, grazie ad un più intimo stare con Lui, a servire pure gli uomini. Il celibato deve essere una testimonianza di fede: la fede in Dio diventa concreta in quella forma di vita che solo a partire da Dio ha un senso. Fondare la vita su di Lui, rinunciando al matrimonio ed alla famiglia, significa accogliere e sperimentare Dio come realtà e perciò poterLo portare agli uomini. Questa teocentricità dell’esistenza sacerdotale è necessaria proprio nel nostro mondo totalmente funzionalistico, nel quale tutto è fondato su prestazioni calcolabili e verificabili. Il sacerdote deve veramente conoscere Dio dal di dentro e portarlo così agli uomini: è questo il servizio prioritario di cui l’umanità di oggi ha bisogno. Se in una vita sacerdotale si perde questa centralità di Dio, si svuota passo a passo anche lo zelo dell’agire. Nell’eccesso delle cose esterne manca il centro che dà senso a tutto e lo riconduce all’unità. Lì manca il fondamento della vita, la “terra”, sulla quale tutto questo può stare e prosperare. Il celibato, che vige per i Vescovi in tutta la Chiesa orientale ed occidentale e, secondo una tradizione che risale a un’epoca vicina a quella degli Apostoli, per i sacerdoti in genere nella Chiesa latina, può essere compreso e vissuto, in definitiva, solo in base a questa impostazione di fondo».
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