Doveva partire ieri mattina, e invece non è partita. Forse partirà domani, vento permettendo. Il meno che si possa dire è che la 33ª Coppa America di vela è nata sotto una cattiva stella. Ma metterla via così sarebbe assolutamente riduttivo. Perché tutti noi che senza conoscere la differenza tra un albero maestro e un albero della cuccagna, ci eravamo appassionati alle sfide – magari notturne – delle passate edizioni, stavolta l’evento lo viviamo in tutt’altro modo: assai meno “positivo”, tanto per intenderci. O così, almeno, mi sembra di poter dire. Siccome però di (opinabilissima) opinione personale pur sempre trattasi, meglio è scrivere in prima persona, ed assumersene appunto la responsabilità... E allora lasciatemelo dire: questa Coppa America non vedo l’ora che finisca. Perché è iniziata troppo tempo fa nelle aule di tribunale, e nelle aule di tribunale si è trascinata in un antipaticissimo botta e risposta, e nelle aule di tribunale si concluderà ben dopo l’ultima sfida sul mare di Valencia.
Perché è stata defraudata di tutta quella lunga ed affascinante fase preliminare che in passato aveva stabilito in acqua chi tra una dozzina di concorrenti dovesse infine sfidare i detentori del trofeo. Perché stavolta, dopo anni di odioso ambaradan, le regate – udite udite! – saranno al massimo tre. Perché per mettere in piedi tutto questo “circo” i due padri-padroni multimiliardari e velisti per diletto hanno speso un centinaio di milioni (di franchi) a testa. Perché i loro ultrasofisticati scafi figli del computer a quanto pare finiranno in tempi brevi in qualche museo nautico. Tutto qui, ma per quanto mi riguarda basta e avanza per chiamarmi fuori da questa Coppa America che mi sa tanto o comunque soprattutto di doppia autocelebrazione in mondovisione.
Notizie







