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Rivoluzione Macron, rimpasto, ministro Ferrand va fuori

19.06.2017 - aggiornato: 19.06.2017 - 21:06

Emmanuel Macron non fa sconti, nemmeno ai suoi collaboratori più stretti e fidati.

Il ministro Richard Ferrand, suo braccio destro che rischia di finire sotto inchiesta per conflitto di interessi, dovrà lasciare il governo nell'ambito del consueto rimpasto post-elezioni.

Lo tsunami La Republique en Marche (Lrem) non c'è stato, la maggioranza assoluta sì, in grado di stare in piedi anche senza i centristi del MoDem. Mercoledì entro le 18, questo l'appuntamento per l'annuncio del nuovo governo dopo le consuete dimissioni e il reincarico a Edouard Philippe, tutto sarà pronto per l'apertura dei grandi cantieri delle riforme - lavoro, sicurezza, ammodernamento dell'amministrazione, scuola - mentre si annunciano lavori in corso in tutto l'arco politico pesantemente ridimensionato. Meno peggio sta la destra dei Républicains, nonostante la profonda spaccatura interna, i socialisti restano in vita ma appesi a un decimo dei seggi che avevano 5 anni fa, Marine Le Pen, che ha fallito nella corsa all'Eliseo e nell'obiettivo dichiarato di ottenere 15 deputati per formare un gruppo parlamentare, è riuscita a rinviare per il momento la resa dei conti interna.

I seggi ottenuti al ballottaggio di ieri sono ben lontani dalle ipotesi del "cappotto" avanzate in settimana (450 su 577 secondo alcuni sondaggi): 350 deputati per la coalizione di governo, 308 per Lrem, relativamente rassicurante se si considera la soglia della maggioranza assoluta (289). Nel 2002, quando Jacques Chirac stracciò Le Pen padre alle presidenziali, nelle successive legislative ottenne 365 seggi per i neogollisti UMP. E la stessa destra, alla fine dell'era Mitterrand, nel 1993, pur divisa in due partiti, ottenne un record stellare, 484 seggi.

Senza commentare i risultati, e senza alcun trionfalismo, Macron si è messo subito al lavoro oggi: l'agenda era obbligata, prevedeva le dimissioni del governo di Edouard Philippe e la nomina di una nuova compagine con un piccolo rimpasto. Invece, viste le polemiche che hanno investito le scorse settimane Ferrand per aver favorito la compagna alcuni anni fa, quando era alla testa della mutua bretone, ha deciso di dare un segnale.

In parte per anticipare l'imbarazzo in vista della probabile apertura di un'inchiesta (che secondo le regole ferree della 'moralizzazione della politica' implica dimissioni immediate), in parte per affidare ad un uomo di grande fiducia - Ferrand, ex socialista, è al fianco di Macron fin da quando l'attuale presidente era ministro dell'Economia - la complicata gestione del gruppo parlamentare Lrem. Questo, infatti, è il nuovo delicato incarico dell'ormai ex ministro della Coesione. Forse non estraneo alla decisione, anche il difficile rapporto che Ferrand - rieletto ieri con facilità nella circoscrizione bretone del Finistère - ha sempre mostrato di avere con la comunicazione e i rapporti con la stampa.

Fra i 200 seggi di opposizione, 130 sono dei Républicains che hanno salvato il salvabile: destra mai così in basso ma nel naufragio generale restano a galla. La direzione si riunirà in settimana, Francois Baroin ha condotto in porto il suo compito ma adesso bisognerà capire se il leader sarà lui e come si supererà la spaccatura fra i "Macroncompatibili" e gli oppositori.

Il Partito socialista evita l'onta di non avere neppure un gruppo parlamentare, se la cava con 30 deputati e dovrà aprire una riflessione profonda per tentare di non scomparire o farsi soppiantare dalla gauche radicale della France Insoumise. Proprio il partito di Jean-Luc Melenchon fa il suo ingresso in Parlamento con 17 deputati. Avrà il suo gruppo che farà "opposizione sociale in parlamento", come ha annunciato il leader, a differenza del Front National, che ha solo 8 seggi. Per arrivare a 15 ha avviato contatti con i "senza etichetta" e gli indipendenti.