Bill Gates fugge da Facebook. Era ora. C’è gente che perde ore per navigare in modo compulsivo nel brodo elettronico drogato di questo Facebook, apparente strumento di libera comunicazione e invece , di fatto, palude alienante di patetiche autoreferenzialità. Ma che perdessero tempo in tal modo anche miliardari attivissimi non lo sapevo. Comunque: che Bill Gates si ricreda forse può essere un esempio per tanta gioventù (soprattutto) che invece di vivere si attarda su un facsimile di vita.
***
Nicolas Sarkozy si sente male mentre fa jogging e viene portato in ospedale. Era ora. Nel senso che si è rimesso, non era nulla di grave (Carla Bruni è corsa in ospedale sul sellino posteriore di una moto della polizia per fare più in fretta, mi immagino l’emozione dell’agente motociclista avvinghiato da dietro dalla bella “première dame de France”).Il presidente deve soltanto riposare. Ma forse sta per finire questa moda invasiva di potenti della terra che ogni mattina, mobilitando scorte e addirittura paralizzando talvolta quartieri interi (celebre uno jogging di Bill Clint a Ginevra con il lungolago totalmente bloccato) si mettono a correre in calzoncini corti seguiti da bodyguards o cortigiani con il respiro affannato. Dietro a queste immagini(puntualmente filmate) c’è la simbolica del potente infaticabile, del sovrano che lavora dall’alba alle stelle e si mantiene anche in forma: provvidenziale e salutista. (Berlusconi dal canto suo sembra aver trovato una forma alternativa al jogging vistoso, buttandosi più sul vitalismo sessuale, quasi certamente abbaiato ma non morso: un po’ più patetico ma dietro c’è la stessa psicosi di essere sempre giovani,fisicamente incorruttibili,sani, efficienti e potenti). Nicolas Sarkozy è un uomo normale, ora. Deve fare, a 54 anni, il presidente della repubblica con fortissimi poteri e già questa è una fatica immane , addolcita dall’ambizione appagata. Deve fare il marito di una donna vistosa e giovane. E anche questo comporta, suppongo, una certa fatica. Forse basta e avanza. Provi a riposare un po’ di più. E se proprio vuole correre, lo faccia discretamente. E piano.
Mercoledì, 29 Luglio 2009
ERA ORA
Domenica, 26 Luglio 2009
Liberi di capire il bene e il male
Domenica, 14 Giugno 2009
Aboliamo la musica nei bar
C’è da noi l’abitudine diffusa di far piovere sulle teste di chi beve il caffè o l’aperitivo, a mezzo altoparlanti, una assordante musica percussiva, quasi sempre radio private rocchettare o qualche cd di discomusic. Gli avventori devono alzare la voce per intendersi e sentono questo ronzio invasivo planare sulle loro chiacchiere piane e cordiali (al bar si usa essere indulgenti e leggeri, difficile affrontare davanti a un prosecco le questioni intorno al surriscaldamento del pianeta o all’immortalità dell’anima). Ma fino a pochi anni fa la melodia dei bar era quella delle parole in libertà, delle ordinazioni gridate, degli amici che si salutavano. E l’armonia era dettata dal sapiente gioco dei pieni e d ei vuoti, dei silenzi sincopati a sottolineare i flussi di parole. Oggi c’è paura di due secondi di vuoto, di un attimo di silenzio. Guai a restar soli con sé stessi: ci vuole sempre un pum-pum di fondo. Tutto deve essere sottomusicato, accompagnato,percosso, affumicato da musichette insulse. Abbiamo abolito l’inquinamento da sigarette e stiamo sviluppando quello acustico. Ormai sto praticando la mia resistenza, la mia obiezione di udito e di coscienza. Nei bar dove risuona una colonna sonora di quel tipo io non entro più. Scelgo quelli dove, riempiendo ragionevoli brani di silenzio, io possa, sorseggiando un tè alle cinque del pomeriggio, giocare a voce bassa le mie carte di parole.
Giovedì, 11 Giugno 2009
Aboliamo il terzo bacio
Ormai è abitudine orrida dei ticinesi (che hanno scopiazzato i francesi) quella di schioccare tre baci ad ogni circostanza. Già appare eccessiva questa continua insalivazione delle guance ad ogni incontro socio-festaiolo, prima e dopo ogni cena fra amici, agli aperitivi e ai rientri dal week end. Io non ho mai visto i miei genitori baciare i loro amici e compagni di cene e di gite: eppure si stimavano e si volevano bene. Il bacio sociale, aggravato dalla tripletta insistita, è anche formale, disattento, spesso ipocrita. Molte volte si tratta di tre tocchi di boccucce corrucciate che sfiorano gote forse poco amate(mentre la mano, istintivamente, vorrebbe magari avere una lama per la schiena). A tal punto viene oggi svilito il bacio? A parte i baci privati, che sono altra cosa (tipo Paolo e Francesca da Rimini, tutti tremanti), il bacio sociale deve avere una sua misura, una sua sobrietà. I baci giusti al momento giusto. Capisco dopo una lunga assenza o al termine di una vacanza lietamente condivisa, o per un compleanno o uno sposalizio. Ma l’inflazione di mucose umide deprezza il gesto. E poi il terzo bacio proprio no. Io, quando posso, cerco di sottrarmi a qualsiasi salivosa formalità e tengo rigido il braccio che saluta. Se proprio devo accondiscendere, cedo a un tocco, persino a due. Ma il terzo no, per favore: non gradisco.
Martedì, 9 Giugno 2009
Aboliamo la retorica
“Roger Federer entra nella storia. Diventa un immortale”. “Barak Obama ha pronunciato al Cairo un discorso storico”. Calma. Se per essere immortali bastasse vincere al Roland Garros, avrei imparato sin da piccolo a giocare a tennis. In quanto alla storia, lasciamo che siano i nostri posteri a decidere, circa il nostro presente, quello che loro riterranno di conservare nel loro giudizio(che sarà la storia). Le parole vanno usate con circospezione e senza togliere loro l’anima del significato. Parlare di immortalità e di storia per un trofeo di tennis o per un discorso di speranzose promesse in mondovisione è un po’ come se una ragazza indossasse l’abito da sposa per andare a fare la spesa. Io avrei detto: “Roger Federer con questa clamorosa vittoria entra nell’albo d’oro del tennis. Importante discorso di Obama, pieno di aperture e di speranza”.
Domenica, 24 Maggio 2009
Sondaggi e classifiche? No, grazie!
Ogni settimana i quotidiani italiani più autorevoli sbandierano a pagina intera le classifiche dei libri più venduti. “Il podio si rinnova: Faletti sbaraglia il campo”, titola il Corriere delle Sera. E leggi che il comico Giorgio Faletti, appunto, capeggia la classifica dei libri più venduti con il suo thriller “Io sono Dio”. A seguire, tutta una serie di autori, da Muriel Barbery a Stieg Larsson, passando per una certa Giuseppina Torregrossa con il suo “Il conto delle minne”. Quelle classifiche vogliono dare una tendenza di mercato, se mai il rapporto di domanda offerta fra lettori e libri possa definirsi un mercato. E va bene. Ma questa ossessiva classificazione per quantità finisce per diventare una esortazione indiretta di tendenza al seguito del conformismo rassicurante. Così come uno veste Armani o una si mette un foulard Burberry, c’è chi entra in libreria e compera qualche etto di Saviano, Harry Potter, Eleganze del riccio e Solitudini di numeri primi, così per sentito dire, anzi mi dia anche un paio di Camilleri.
Giusto, sbagliato? Tutto vale pur che si legga? E ancora: in fondo la legge dei numeri non è ideologica o intellettualistica, è neutrale, dice crudamente quel che tira di più. E del resto quando alcuni critici letterari hanno deciso di fare una loro classifica non di consumo fondata su un giudizio di valore, ne sono uscite graduatorie con ottimi titoli di qualità ma anche con indigesti mattoni elitari issati ai primi posti e disdegnose esclusioni di simpatiche commedie o di gialli (quelli che noi amiamo spesso leggere in treno e al mare, godendoli). Se le classifiche danno, di tanto in tanto, una tendenza di gusti popolari, ben vengano (“è il mercato, bellezza!”). Una volta all’anno leggiamo anche le classifiche dei giornali, automobili, scarpe sportive e cellulari più venduti. Ma non succede che ogni settimana leggiamo paginate di classifiche dove Audi viene, poniamo, prima di Mercedes o Toyota e Adidas prima di Nike. Lo sappiamo ormai che il Blick vende molto di più della NZZ o del Tages Anzeiger (ed è nota la differenza di genere e qualità). E non leggiamo nemmeno le classifiche delle località turistiche più frequentate, Cesenatico prima della Costa Smeralda, Riccione davanti a Sharm el Sheik.
Con i libri sembra esserci una nevrosi, una ossessione senza nessun pudore per la mescolanza ardita di generi: anche se ormai si stilano classifiche separate per generi, nella “Top 10” tutto si mescola (Stieg Larsson tallonato da Bruno Vespa, Nadine Gordimer appaiata a Luciana Littizzetto, la riedizione annotata dei Pensieri di Pascal testa a testa con le Barzellette di Totti). Io ascolto volentieri Mozart ma anche jazz, De Gregori, Paolo Conte, Vasco Rossi e altro. Ma la lotta di classifica fra Beethoven e Celentano proprio non mi interesserebbe. Le classifiche sono strettamente imparentate con i sondaggi, che ormai ci dicono ogni giorno cosa si presume che ami, desideri o detesti il popolo. E a che punto stia il gradimento dei consiglieri federali, dei pantaloni a vita bassa e di Berlusconi. Tutto viene sondato, classificato, ordinato in votazioni di tendenza e mercato. E la classifica e il sondaggio finiscono per orientare le scelte e dunque le prossime classifiche e i prossimi sondaggi, in una corsa a mordersi la coda fra causa e effetto. E gli editori e i leader sono sempre più attenti al numero dei lettori e a quello dei presunti elettori che non ai contenuti dei libri e della politica. Sarei favorevole a una moratoria, per un anno, di tutti i sondaggi e di tutte le classifiche: lasciamo fare alla libertà. Poi, tanto per sapere, ogni tanto (ma proprio solo ogni tanto) vediamo chi vende di più e alle elezioni (e non con i sondaggi) vediamo chi vince.



