si è tramandato di generazione in generazione. Ho passato due giorni bellissimi, dietro e davanti alle telecamere, non solo per il piacere di assistere a due spettacoli (della lunghezza di 3 ore, genialmente didattici, penso ad esempio a quanto sarebbe utile portarvi gruppi di ragazzi della cresima), ma soprattutto per gli incontri fatti, immergendomi il più possibile nel sentire di questa gente. Il testo recitato dagli attori in questa passione è del 1400, già questo per dirne il valore. Entrano in scena in un’area di 4000 metri quadrati davanti ad una tribuna per il pubblico di 2500 posti a sedere coperti, la bellezza di 400 attori mentre altre 300 persone lavorano nel dietro le quinte. Così, grazie a tutti questi volontari si offrono 31 repliche da giugno a metà settembre. Lo spettacolo dura quasi 3 ore, con 29 scene, dal Getzemani alla Risurrezione. Trovi dei dialoghi di una dolcezza infinita, come quello tra Giovanni e Maria mentre i soldati conducono il Cristo caricato della croce verso il Calvario o come quello tra Gesù e Maria all’inizio dello spettacolo, in cui il Figlio sembra voler incoraggiare la madre e rassicurarla in vista degli eventi drammatici che stanno per accadergli. Ed improvvisamente entra in scena la cavalleria romana con tanto di bighe. C’è poco da fare, poi il giorno dopo se leggi una pagina dei vangeli della passione rivedi le scene. Le cifre di questa sacra rappresentazione sono incredibili per uno spettacolo interamente organizzato e messo in scena dagli abitanti di una cittadina di poco più di 1300 anime. E questo è il bello della “Passione” di Sordevolo: storia, tradizione familiare, esperienza culturale e di fede condivisa, quel genuino tramandarsi valori radicati nella cultura locale. E poi gratuità: pensate che gli incassi, dedotte le spese, vanno tutti in beneficenza. E già per questo gli attori-abitanti di Sordevolo meritano un encomio. Per chi vuole vedere gli ultimi spettacoli c’è ancora possibilità l’11 e 12 settembre e il 18 e 19 settembre. Clicca www.passionedicristo.org. Qui vedi un video con alcune scene della rappresentazione del 2005: http://www.youtube.com/watch?v=W3lfDN1RMr8


a locale, questa per vivere necessita anche di compiti di questo genere. Ma è soprattutto il compito dei vescovi in terra di missione, diventato ancora più drammatico per via della crisi economica in Occidente, crisi che ha ridotto i fondi delle Ong laiche che lasciano questi paesi poveri nei quali resta solo la Chiesa cattolica.
a spazzato via in quaranta minuti di colloquio questi preconcetti giornalistici dalla mia testa. Anzitutto mi ha testimoniato di una Chiesa di recente evangelizzazione: 10 preti quando arrivò in diocesi come vescovo, 45 oggi, un fiorire di movimenti ecclesiali dai nomi a noi sconosciuti ma dalla profonda vitalità e fedeltà al papa. Problemi... ho provato a chiedergli cosa pensa del celibato e cosa ne pensano i suoi preti. Risposta pronta: "Problema dell'Occidente, da noi è diverso". Ma anche sguardo pragmatico: "Se i giovani seminaristi si pongono domande sul celibato dei preti è perché quello che vedono vivere dagli uomini di Chiesa non corrisponde ai loro ideali". Abbiamo chiacchierato di tante cose, dai suoi progetti agricoli (perché lì i vescovi fanno anche i contadini e lui si è letteralmente improvvisato tale ideando un progetto di irrigazione per queste zone aride, che sia però rispettoso dell'ecologia), fino alla fede, alla Chiesa in Brasile, a sfide e speranze di un vescovo di origine svizzera che vede nella fede del popolo verde-oro una grande risorsa per tutta la cattolicità. A sentirlo parlare gli daresti ragione. Ne riparleremo nell'intervista che gli ho fatto per il GdP cartaceo, di prossima pubblicazione. Ciao
"sua" Calcutta era parte di un ambiente religioso, ricco di espressioni e credenze orientali variegate. In questo ambiente si è espressa la "differenza" cristiana. Non come giudizio ideologico sul mondo, gli usi e i costumi degli altri, ma come azione di amore vissuta fino in fondo e capace di entrare in una cultura locale cristallizzata (che giustificava il lasciar morire i poveri sul marciapiede) per rivoluzionarla in nome di una fede sconosciuta ai più, quella in Cristo. E' la "differenza" cristiana, la qualità che il cristianesimo ha portato in Madre Teresa alla società indiana nel confronto con le altre espressioni religiose. Ripeto, una differenza che non emerge con la forza dell'ideologia ma con lo splendore di una Verità che convince perchè affascina.
parole). Un post che dedico comunque a queste tre settimane eccezionali: due trascorse in Alta Rezia, tra Livigno, Bormio, Santa Caterina e una a Loreto, nelle Marche (di quest'ultima leggete un articolo nel GdP cartaceo di oggi). Ma dell'Alta Rezia scrivo qui. Una prima settimana l'abbiamo passata (in due) a salire montagne, passi, sentieri in rampichino, cioè in mountain bike. La regione è geniale per i percorsi che offre e soprattutto per i panorami che mette a disposizione. Siamo stati aiutati dal bel tempo salvo un giorno, proprio un po' gelido in cui abbiamo beccato la neve mentre scendevamo in Bike dal rifugio Branca davanti al Ghiacciaio dei Forni per riguardagnare Santa Caterina da cui eravamo partiti. Per il resto di freddo ne abbiamo anche preso ma complessivamente c'è stato parecchio sole e la possibilità di scoprire luoghi mozzafiato. In Bike abbiamo fatto la mitica Val Viola con omonimo rifugio e passo che sconfina verso Poschiavo, poi la Decaouville, il percorso che tutti i biker conoscono, quello di 50 km che porta alle Torri di Fraele (panorama mozzafiato) ai laghi di Cancano per salire fino al passo di val Mora (in confine con la nostra val Mustair), e ritorno. E ancora il rifugio Forni e Branca in bici, sopra Santa Caterina Valfurva. E poi da Bormio 2000 in bike attraverso i boschi verso la val Sobretta e giù fino a Santa Caterina. Percorsi di una bellezza incredibile. E poi tanti itinerari fatti a piedi, cime e passi oltre i 3000 in quell'incanto di montagne che sono la val Zebrù, la regione di Livigno, il gruppo Ortles Cevedale con i suoi incantevoli ghiacciai e confortevoli rifugi. Pareti di roccia a piramide che salgono fino a 3'800 - 3'900 ricordando per la loro imponenza e conformazione, come scrive bene Marco Confortola, l'alpinita di Uzza di Valfurva, quelle cime delle sue avventurose salite tra Everest e K2. Natura pura, montagne indimenticabili che toccano il cuore, esperienze di incontri in quota con giovani appassionati di bike, alpinismo, vita sana. Un mare di gente positiva che sa prendersi il doveroso distacco da quella che il mondo di oggi definisce come "realtà" (nessuno lo mette in dubbio che sia la realtà quella che incontriamo ogni giorno nel lavoro o nelle nostre caotiche città), salvo poi, questo stesso mondo "reale" far dimenticare agli umani la loro più profonda origine che è quella di esseri inseriti natura loro con un corpo ben preciso e non solo con una mente nella natura tutta e bisognosi di essa. Questa vita semplice segna dentro, nel cuore e nell'anima, richiama all'essenziale, senza camuffamenti di sorta, senza finzioni, senza artifici, apre alla bellezza, eleva il cuore e lo spirito alla contemplazione, ti mette anche alla prova e così ti rigenera in determinazione e spirito positivo. La mia poesia costa fatica, ma vi assicuro che è una fatica che ti ripaga come poche altre nella vita. E poi quando si sale con qualche amico, i legami fraterni si fanno più solidi, si scopre quella dipendenza reciproca fatta di attese, pause, soste, dove la tua forza va sintonizzata con quella altrui per una comune conquista della vetta o riuscita nella salita in bici (e relativa discesa, su sentiero non sempre facile e che chiede tecnica). Qui vi lascio una foto del rifugio V alpini in val Zebrù (2878 mt) scattata dal ghiacciaio dello Zebrù. Salite lassù a piedi in due ore da un punto di partenza a cui si arriva con il fuoristrada, altrimenti sono 5 ore di cammino dall'ultimo posteggio. Dopo due o cinque ore di salita (a dipendenza della variante scelta, ci vogliono altri 10 minuti per arrivare al ghiacciaio dello Zebrù che si può attraversare con guida (da chiedersi al rifugio). Provateci, vi sentirete in Nepal. ciao
partire per le vacanze (vedi foto a lato) torno sull'omelia tenuta dal vescovo di Lugano ieri al Gottardo per la festa del primo agosto. Non è facile parlare di un corretto uso della ricchezza materiale e mi pare che il vescovo abbia interpretato molto bene il pensiero evangelico. Ho letto l'omelia quasi in contemporanea con un bel libretto di scritti sull'etica cristiana dal titolo "Educazione all'amore" firmato Wojtyla. A parte i testi filosofici che contiene, ho trovato queste righe che mi sembra affrontino il tema dell'omelia del Gottardo da un'altra prospettiva, assolutamente complementare.
Quando bionda aurora il mattin c'indora
particolare ha detto: “È stato per me personalmente molto commovente vedere alcuni momenti, soprattutto quello nel quale il Signore impose sulle mie spalle il servizio petrino. Un peso che nessuno potrebbe portare da sé con le sue sole forze, ma lo può portare soltanto perché il Signore ci porta e mi porta. Abbiamo visto in questo filmato, mi sembra, la ricchezza della vita della Chiesa, la molteplicità delle culture, dei carismi, dei doni diversi che vivono nella Chiesa e come in questa molteplicità e grande diversità vive sempre la stessa, unica, Chiesa. E il primato petrino ha questo mandato di rendere visibile e concreta l'unità, nella molteplicità storica, concreta, nell'unità di presente, passato, futuro e dell'eterno. Abbiamo visto che la Chiesa anche oggi benché soffra tanto, come sappiamo, tuttavia è una Chiesa gioiosa, non è una Chiesa invecchiata, ma abbiamo visto che la Chiesa è giovane e che la fede crea gioia. Perciò ho trovato molto interessante, un'idea bella, quella di inserire tutto nella cornice della nona sinfonia di Beethoven, dell'«Inno alla gioia», che esprime come dietro tutta la storia ci sia la gioia della nostra redenzione. Ho trovato anche bello che il film finisca con la visita presso la Madre di Dio, che ci insegna l'umiltà, l'obbedienza e la gioia che Dio è con noi”. Pace, serenità, lungimiranza di un Papa che restando realista confida prima di tutto in Dio e a questa pacifica fiducia richiama tutti noi, che spesso crediamo di salvare il mondo a partire dalla nostre sole forze. 
Suor Nancy Pereira, un’anziana suora indiana, appartenente alle Figlie di Maria Ausiliatrice, forse sconosciuta alle nostra latitudini ma famosa in patria, è morta il 14 luglio nella sua comunità di Bangalore (India). Era nata a Pudukkuruchy, nello stato indiano del Kerala il 14 agosto 1923 ed aveva emesso la prima Professione il 6 gennaio 1945. Il suo nome era ormai famoso in terra indiana in quanto all’inizio degli anni ’90 aveva avviato a Bangalore (circa 1000 km a sud di Bombay), un “Fondo per i poveri”, rielaborando l’esempio della “Grameen Bank” del Bangladesh (quella di Yunus, premio nobel per la pace del 2006: 



