Cari naviganti, senza perdere di vista il blog, l'invito in queste belle giornate estive è ad "inseguirmi" (metafora sportiva) su twitter
Martedì, 31 Luglio 2012
"Inseguitemi" su Twitter
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Venerdì, 27 Luglio 2012
Dal Libano la "route" di santità di un giovane prete
«Sono prete e credo nel mio sacerdozio; ho dato la mia vita a Dio per essere santo». Queste sono le parole di un prete libanese, don Simon El Zind (Ghadir, Libano 1960 - 2002), il cui ricordo è ancora forte non solo in Libano ma anche nella Svizzera italiana, a Camorino, dove dal 1991 al 1994, quando era studente a Roma, venne per supplenze in parrocchia. Simone El Zind era un tipo tosto. Cresciuto nella terra dei cedri, aveva partecipato fin da ragazzo agli ambienti dello scoutismo cattolico libanese, lasciandosi coinvolgere fino in fondo in una sana amicizia, dentro una compagnia forte, dove fu chiamato ad assumere una serie di responsabilità educative locali, nella sua sezione scout e, in seguito, anche nazionali. Simon era per i suoi amici quello che si può definire un punto di riferimento. La strada, la “route”, come insegna lo scoutismo, è stata la metafora della sua vita. In questo cammino fatto di campeggi, incontri, scelte educative per i più giovani, pellegrinaggi, ritiri e avventure montane, Simone matura, dopo gli studi scientifici, la vocazione sacerdotale: «Signore, sei all’inizio della strada per guidarmi. Signore, sei sulla strada per accompagnarmi. Signore, sei al termine della strada per accogliermi. Visto che sei la strada», scrive sul biglietto della sua ordinazione. La strada dei primi anni di sacerdozio è fatta di giovani, di famiglie, di studi all’estero, di servizio pastorale in diverse parrocchie di Roma e fuori Italia. A Roma, don Simone assume anche l’incarico di vicario parrocchiale di un “certo” don Andrea Santoro, allora parroco nella Zona di Pietralata, poi missionario e martire, ucciso alcuni anni fa in Turchia. Don Simone viaggia. In estate e durante le Feste fa supplenze in altre parrocchie fuori Italia, arrivando anche in Ticino, a Camorino (1991 - 1994). Nel 1994 rientra in Libano per assumere l’incarico di parroco della comunità di San Marone (Haret Sakhr), mantenendo, nonostante la distanza, una stretta amicizia con alcuni parrocchiani di Camorino. Molto attento ad un apostolato della sofferenza, don Simone si reca varie volte coi malati a Lourdes. E’ durante uno di questi viaggi che avverte i primi, acuti sintomi di un male incurabile alla schiena, quel cancro che don Simone trasforma in uno straordinario percorso di santità: per lui, per la sua parrocchia libanese, per lo scoutismo del suo paese e per gli amici all’estero. Scrive il giovane prete ai suoi amici e parrocchiani e agli scouts: «… Cercate di capire dove sono, a che livello sono arrivato e cosa ha fatto di me Dio a questo livello! Sono profondamente convinto che tra tutte queste creature si è occupato di me e ha detto: “Tu mi piaci, tu mi sei piaciuto, sei adatto a stare in questa compagnia, in mia presenza”. Ma io rifiuto e gli rispondo: “Ti prego, adesso non sto pensando di andarmene, non mi va affatto, rimanda la mia beatificazione e lasciami ancora perché vorrei andare avanti con la mia parrocchia, non ho finito ancora di costruire la chiesa di San Marone!”. E’ possibile che Dio regali la sua croce a qualcuno e lui la rifiuti? E’ possibile che Dio scelga me, facendomi capire di voler fare di me un santo ed io gli risponda di no, chiedendo di rimandare? Dopo tutto chi sono io per rispondergli di no? Non posso rispondergli di no. (…). Ringraziate Dio con me perché questo progetto è così bello e, poiché non c’è progetto senza sacrificio, qualunque prezzo costerà, varrà la pena portarlo a termine. So già da adesso che sono vincitore, perciò vi prego di vincere con me! Ciò vuol dire di entrare tutti quanti nel gioco per uscirne vincitori. Allora parteciperemo alla felicità dei Santi e tutti i nostri giorni saranno una festa continua». Parole che testimoniano quel suo aver accolto di camminare nel quotidiano con Cristo, vivendo alla presenza di Dio le gioie e i dolori, fino in fondo. «Quant’è bello sapere che la croce di Gesù è come la mano dell’amato che ci abbraccia, perché sappiamo davvero che quando si trova questa mano, vuol dire che si è trovato l’appoggio», scrive don Simone. La sua vita terrena si spegne il 10 maggio 2002 ma la sua testimonianza continua ancora oggi a portare frutti in Libano. Ora c’è anche un volume in italiano che raccoglie i suoi testi, infatti, i suoi amici, riuniti nell’associzione Darb Essama (“Strada del cielo”), hanno pubblicato in italiano un libro dal titolo “Servendo la volontà del mio Signore” (pp. 221, ed. Darb Essama 2012) in cui sono raccolte le omelie, le conferenze e le lettere di testimonianza di padre Simon durante il periodo della malattia. Il volume si può ordinare via e-mail presso Fiorenza Previtali a Camorino (fiorenzaprevitali600@hotmail.com; telefono 0041 79 / 473.62.68). I proventi sono interamente destinati all’Associazione Darb Essama, che in Libano porta avanti una serie di progetti spirituali, culturali e di assistenza ai malati. Domenica, 22 Luglio 2012
Vette di casa mia


In montagna scopriamo una nuova dimensione di noi stessi, comprendiamo di essere piccoli puntini davanti all'infinito, ridimensioniamo le pretese sulla nostra vita, ci sentiamo più liberi dentro e fuori di noi. L'incontro con le cime ci purifica da ogni mania di grandezza e ci ricolloca, fragili e umili, davanti al Mistero. Affidati alla Provvidenza, grazie a queste montagne torniamo lentamente ad essere noi stessi e a cogliere la realtà come gratuità e dono.
Sabato, 21 Luglio 2012
Chiacchierando di doping nella speranza che la musica cambi



Lunedì, 16 Luglio 2012
Pausa pranzo... chiese aperte per incontri sulla fede?
Venerdì, 13 Luglio 2012
Un libro per guardare la natura come "creato"
li alberi, l’erba, i fiori, e altro ancora. Questi elementi della natura, che incontriamo distrattamente ogni giorno e che sono presenti nei Salmi biblici, vengono riproposti dall'autrice con la consapevolezza tipica del contemplativo: guardarli cogliendoli quali parte di un tutto che si chiama "creato". Oggi si va di fretta, la realtà diventa tremendamente mediata da una dilagante tecnologizzazione e virtualizzazione della vita. L’uomo tecnico non contempla più, addirittura mi permetto di aggiungere che si trova “a sbalzo” quando è costretto a camminare, ad immergersi nel verde, peggio ancora a salire in montagna. Le conseguenze sono quella superficialità e quella mancanza di rispetto per l’ambiente che assumono forme diverse e che finiscono con il produrre conseguentemente danni ambientali, e questo senza essere catastrofisti (cioè ideologi dell’ecologia). Il volume - che non pecca di ecologismo (anche se alcune battute potrebbero indurre in questa direzione), ha il vantaggio di rieducare a guardare la realtà della natura invitando il lettore ad imparare a conoscerla a partire da quegli elementi semplici e ordinari che incontra tutti i giorni. Un buon libro per valorizzare la natura come creato e magari pregare con uno slancio rinnovato.Martedì, 10 Luglio 2012
Roger Federer: Wimbledon, 17 slam, no. 1 al mondo e la famiglia
Cari naviganti, Federer è entrato nella storia dello sport mondiale, forse è il più grande campione da sempre ma è anche rimasto, nonostante 10 anni di successi, una pers
ona normalissima e per questo è ancora più grande. Un fatto non scontato. Leggendo l'editoriale del mio collega GianMaria Pusterla apparso sul GdP di lunedì (che vi riproduco qui sotto), ho ripensato alle pagine della Gazzetta dello Sport che leggevo al mare durante gli Europei di calcio: c'erano i profili di molti calciatori, storie sinceramente tante volte sportivamente esaltanti e d'altro lato, umanamente fragili. Vincere e diventare un campione, avere tutto quando hai appena compiuto 20 anni è grandioso ma anche molto pericoloso. Salire su un podio, alzare una coppa, trovarti con un oro al collo ti fa sentire Superman. E molti di questi ragazzi iniziano di conseguenza ad intepretare la vita come una corsa pazza dove provare di tutto e di più, dove ad adrenalina si deve aggiungere altra adrenalina. Storie che conosciamo tutti... Roger Federer è invece un esempio diverso: un campione, il più grande con i suoi 17 Grandi Slam, il suo record di presenze come numero 1 al mondo, Wimbledon rivinta per la 7. volta, eppure ... è un uomo, un papà, un marito, un figlio totalmente normale che ribadisce costantemente che la chiave del suo successo sta proprio in questo suo cercare nelle cose di tutti, nel quotidiano, nella famiglia, la forza per vivere gli eventi eccezionali. Vi lascio l'editoriale del mio collega...
di GianMaria Pusterla
Nella consacrazione del campione spesso si vanno a ricercare le motivazioni vere che lo rendono così speciale, così forte, quasi invincibile. Non sfugge a questa logica Roger Federer, il miglior giocatore di tennis di tutti i tempi. Ma come ha fatto e come fa ad essere il numero uno? Cerchiamo di dare alcune spiegazioni, suddividendo la carriera di Federer in tre momenti. Alla base vi è un talento incredibile. Il buon Dio ha donato a questo ragazzo nato l’8 agosto di 31 anni fa la capacità di giocare come nessun altro. A Federer non servono super muscoli (Nadal); non ha bisogno della “fame” che spesso spinge uno sportivo a raggiungere livelli eccelsi (Djokovic). Lui ha il “tocco”; lui ha una capacità di vedere con anticipo ciò che può fare o ciò che non deve fare. E questa caratteristica l’ha portato in giovanissima età a scalare la classifica mondiale; a vincere i tornei, anche quelli più importanti. Ma poi, dopo alcuni anni al vertice assoluto, Federer ha ricevuto un altro dono: la sua compagna di vita. Una donna che ha saputo completare le virtù del campione. Mirka è riuscita a mantenere Roger in una dimensione umana “normale”. Quanti esempi vi sono di sportivi eccellenti che non sanno prolungare il loro successo perché disturbati da una condotta personale non consona all’impegno che devono sostenere... Nel caso di Federer invece quella donna al suo fianco l’ha completato. Lui non esita a riconoscerlo apertamente ogni volta che ne ha la possibilità. Con Mirka il basilese è rimasto su in cima alla classifica ATP per settimane e settimane. Un’unione che due anni fa è stata benedetta dalla nascita di due gemelline. E questo è il terzo momento della carriera di Federer. Tutti hanno sottolineato come l’appagamento umano del campione avrebbe procurato un calo nel rendimento sportivo. Vero. E come poteva essere altrimenti per un papà come lui, che dalla vita può avere tutto? Sì proprio tutto: anche la normalità di una famiglia bella, con le piccoline a piangere durante la notte e a procurare qualche ora di insonnia a Roger. Ma questa famiglia ha saputo tenere accesa la fiamma del campione, dispensando tranquillità e fiducia. Ieri a Londra, dopo la settima vittoria nel “suo” torneo, le gemelline sono comparse in tribuna, con il loro vestitino a fiorellini, uguale per entrambe come si usa fare con tutti i gemelli. Roger ha guardato la coppa e alzando gli occhi ha visto la piccola Myla Rose e la piccola Charlene Riva assieme a mamma Mirka: i trofei più belli della sua vita, che per sempre daranno il senso vero alla sua esistenza di tennista più forte del mondo.




