Martedì, 14 Maggio 2013
Ad Einsiedeln pregando per i perseguitati per ragioni di fede
Lunedì, 13 Maggio 2013
A proposito di Ior e Vaticano... parla il card. Maradiaga
Cari naviganti, vi linko questa bella intervista concessa nell'edizione di oggi del Corriere
della Sera dal cardinale dell'Honduras Oscar Maradiaga (nella foto) che coordina il gruppo di porporati chiamati da Francesco per un'attività di consultazione sulla riforma della Curia e il governo della Chiesa. L'intervista anticipa quale potrebbe essere la sorte riservata allo Ior, fa comprendere le difficoltà di questi ultimi anni di vita in Vaticano e offre alcune ragioni della scelta di Francesco di affiancarsi un gruppo di porporati rappresentativi di tutti i continenti. qui il testo
Domenica, 12 Maggio 2013
Nei malati "Toccare la carne di Cristo"
Cari naviganti, tra i tanti passaggi dell’omelia di Francesco alla Messa di questa mattina per le canonizzazioni mi ha colpito quello che ha detto il Papa parlando di Santa María Guadalupe García Zavala, nata in Messico nel 1878. Madre Lupita ha rinunciato ad una vita comoda “per seguire la chiamata di Gesù” e servire gli ammalati e gli abbandonati: “E questo significa toccare la carne di Cristo. I poveri, gli abbandonati, i malati, gli emarginati sono la carne di Cristo. E Madre Lupita toccava la carne de Cristo e ci insegnava a non vergognarci, a non avere paura a non provare ripugnanza nel toccare la carne di Cristo. Questa nuova Santa messicana ci invita ad amare come Gesù ci ha amato, e questo comporta non chiudersi in se stessi, nei propri problemi, nelle proprie idee, nei propri interessi, in questo piccolo mondo che ci fa così tanto male, ma uscire e andare incontro a chi ha bisogno di attenzione, di comprensione, di aiuto, per portagli la calorosa vicinanza dell’amore di Dio, attraverso gesti di delicatezza e di affetto sincero e di amore”. Poi ci sono ancora quelli che si stupiscono se il papa accorcia le liturgie e dedica molto tempo per stare tra la gente. Oggi la jeep con Francesco ha impiegato 50 minuti ad attraversare la piazza e via della Conciliazione per portare il Papa in mezzo al popolo e soprattutto vicino ai malati. Venerdì, 10 Maggio 2013
Melazzini a Lugano: CATIVIDEO e quattro libri per scoprilo
Mario Melazzini, il medico italiano malato di SLA è stato al Lugano. Il GdP ha pubblicato in settimana una sua intervista. Domani andrà in onda una produzione CATIVIDEO in cui il medito e il regista del documentario girato sulla quotidianità di vita di Melazzini si raccontano http://www.caritas-ticino.ch/media/rubriche/DVD_Caritas_Insieme.htm . A margine ricordo ai naviganti 4 libri in cui ripercorrere opera, lotta, vita e storia di questa grande figura.

Libro e DVD per trascorrere una settimana nella vita di Mario Melazzini, tra le difficoltà che un malato di SLA deve affrontare giorno dopo giorno, ora dopo ora. Parole sincere che non nascondono nessuna delle problematiche di chi sta male, ma che, allo stesso tempo, risuonano cariche di speranza, forza e gioia di vivere. Melazzini racconta e si racconta, alternando riflessioni private e momenti di vita. Questo lo leggi qui: “Io sono qui. Con DVD. Sette giorni di appunti dalla vita di Mario Melazzini, medico, malato, uomo”, di Mario Melazzini, edizioni San Paolo.
Mario Melazzini, malato di SLA, è ormai da anni noto anche al grande pubblico per le sue battaglie per gli ammalati, perché siano messi nelle condizioni migliori possibili. Alla luce di quanto elaborato dall’Onu circa la disabilità, che introduce il concetto di "persona con disabilità" - disabilità che può toccare ogni persona - Melazzini ha portato la Regione Lombardia a elaborare un piano decennale d'Azione per le disabilità estremamente innovativo, sia per contenuti che per modalità. Il volume, scritto da Mario Melazzini e Emma Neri, è un mix di racconti, testimonianze e interventi che hanno portato appunto ad elaborare coloro che hanno aiutato Melazzini nel suo compito. "Nella camera di Daniele, arredata con un amore che i colori, il cestone di pupazzi, gli omini della Playmobil non bastano a descrivere, c'è un grande disegno appeso alla parete. Lo ha fatto Daniele: al centro, c'è lui, con una corona reale sulla testa. Intorno, la mamma e il babbo, le sorelle, la nonna. Perché Daniele è un bambino felice: ogni sua mossa comunica una gioia di vivere che incanta e stupisce. Daniele che alla sua famiglia dà molto più di quanto chieda: "Qualche volta ha un attimo di tristezza, ma il suo bello è che è sempre allegro" dice Paola. "Se è contento lui, non posso dire di essere triste io. Se è felice lui, possono esserlo tutti: questo è il grande insegnamento che ti danno bambini come lui e tanti altri che ho conosciuto". Questo lo leggi in “Daniele che avrà 20 anni nel 2020. Il Piano d'Azione lombardo per le persone con disabilità”, di Emma Neri, Mario Melazzini, edizioni San Paolo
Diritto di morire o libertà di vivere? Eutanasia o accanimento terapeutico? Autodeterminazione o alleanza? Il confronto serio e costruttivo con tutti i p
rotagonisti del dibattito in corso passa da una condizione preliminare: intendersi sulle parole. Mario Melazzini, noto al grande pubblico per i suoi interventi su questi temi, contro una certa "bioetica laicista", più volte intervistato in TV soprattutto in occasione del "caso Welby", è malato di SLA ma non vuole morire: "Io non ho mai sentito dire a dei malati che hanno provato sulla loro pelle determinate situazioni: non voglio che mi sia fatto questo trattamento, voglio morire a tutti i costi". Secondo Melazzini, che in questo libro riflette sui pregiudizi del dualismo "sano/malato", siamo di fronte ad una società folle, che ha perso di vista la posta in gioco, il senso del vivere e del morire. Al fondo del dibattito sta il vero problema, la disabilità come nuova frontiera della giustizia: "Perché noi disabili non possiamo essere liberi di vivere? Perché le nostre città sono disseminate di barriere architettoniche? Questo dimostra che siamo di fatto degli emarginati. La fragilità e la malattia diventano veicoli di isolamento sociale". Questo lo leggi in “Ma che cosa ho di diverso? Conversazioni sul dolore, la malattia e la vita”, di Mario Melazzini, edizioni San Paolo.
La SLA è una malattia progressiva che colpisce i motoneuroni, cioè le cellule nervose del midollo spinale che comandano il movimento dei muscoli. A oggi non esiste alcuna terapia. Mario Melazzini ne è affetto dal 2002. In questo libro narra la sua esperienza, dai primi sintomi alla diagnosi, alle terribili sofferenze. Ma racconta anche di come la vita si in un certo modo ricominciata: il lavoro, la famiglia e l'impegno a difesa dei diritti dei malati. Questo lo letti qui: “Un medico, un malato, un uomo. Come la malattia che mi uccide mi ha insegnato a vivere”, di Marco Piazza, Mario Melazzini, edizioni San Paolo.
Mercoledì, 8 Maggio 2013
Messaggio in una bottiglia ai blogger cattolici zelanti
Lunedì, 22 Aprile 2013
Ho un sogno: Wojtyla e Romero un'unica grande festa
Ho un sogno: la canonizzazione di Wojtyla e la beatificazione di Oscar Romero lo stesso giorno. Il mio sogno nasce da una doppia notizia di oggi: si è "sbloccata", (come ha detto il postulatore, monsignor Paglia) dopo un decennio di stasi, la causa dell’arcivescovo martire di El Salvador mentre i medici della consulta della Congregazione per le Cause dei Santi incaricata di indagare sul miracolo di canonizzazione di Wojtyla hanno dato il loro ok per una guarigione inspiegabile. Il presunto «miracolo» per intercessione di Wojtyla che se sarà approvato, com'è molto probabile, anche dai teologi e dai cardinali, porterà il Papa polacco scomparso nel 2005 a ottenere l'aureola di santo in tempi record, ad appena otto anni dalla morte. Wojtyla e Romero, due grandi uomini di Dio, martire il secondo, quasi martire il primo, due uomini che hanno versato il loro sangue per il Vangelo, due uomini sempre in mezzo al popolo, che si sono fatti carico dei loro popoli e delle loro storie, che hanno affrontato i sistemi e le ideologie nel nome del Vangelo. Oscar Arnulfo Romero, l'arcivescovo di San Salvador ucciso da un cecchino il 24 marzo 1980, mentre celebrava la messa nella cappella di un ospedale della capitale salvadoregna, per il suo impegno nel denunciare le violenze della dittatura del suo Paese. Wojtyla e Romero, due grandi doni per il mondo e per la Chiesa, due uomini di azione e orazione, che sarebbe bello diventassero l'uno Santo e l'altro Beato lo stesso giorno. Un sogno? A volte ci vogliono anche quelli.Mercoledì, 17 Aprile 2013
Boston: uccide chi è invidioso della vita stessa
Cari amici naviganti, qui la riflessione scritta per il Giornale del Popolo di oggi (sezione Sport) da don Marco Pozza, editorialista di Avvenire, sacerdote della diocesi di Padova, cappellano del carcere e maratoneta.
Hanno teso un tranello alla fratellanza, colpendo una simbologia profumata di storia: nel Patriot's Day, l'anniversario dell'inizio della Rivoluzione americana, hanno voluto ferire un immaginario sociale popolato di sogni, di battaglie e di riscatto. Volevano colpire la vita, ecco perchè hanno scelto la linea del traguardo di una maratona: non c'è disciplina sportiva che al pari suo riesca a racchiudere nell'eleganza di un gesto l'alfabeto stesso della vita: la passione e il sudore, l'applicazione e il metodo, la sopportazione e la crisi, l'ansia e la spensieratezza. Chi corre lo fa sempre spinto da un qualcosa che l'attrae: c'è un traguardo laggiù da conquistare e quel traguardo vale la somma di tutta la fatica lasciata sull'asfalto della competizione come nella polvere degli allenamenti. Rispondere con la morte alla passione della corsa è essere tremendamente invidiosi della vita. Già chi compie il male nasconde una misera tristezza nell'animo; darsi poi appuntamento al termine di una fatica sportiva durata parecchie ore è essere gelosi all'ennesima potenza: gelosi della vita che non smette di ripartire, del sacrificio acceso da un sogno, della soddisfazione ch'è la corona di ognuno che taglia il traguardo.
Non hanno solamente ferito degli uomini, hanno umiliato ciò che s'addensa nell'animo stesso dell'atleta: c'è chi corre per vincere e chi per sfidarsi, chi per riscattarsi e chi per scommessa, chi per amicizia e chi per passione, chi per trastullo e chi per amore. Nell'agone della corsa c'è posto proprio per tutti, ed è forse questo lato ecumenico della maratona ad indispettire coloro che invece vorrebbero l'inimicizia come trama dell'umanità. Chi ha firmato questo gesto sa bene che c'è differenza tra “evoluzione” e “rivoluzione”: la prima si compie mentre l'uomo dorme, la seconda avviene quando l'uomo ha gli occhi ben aperti. Gli occhi dei maratoneti prossimi al traguardo: non c'è sguardo più profondo che racconti l'arditezza vincente della vita quando si fa rivoluzione.
Fino a sfidare la morte per amore di un sogno, com'è successo a Boston.

Sotto, la foto di Tatyan Mc Fadden, atleta disabile, che ha vinto la gara con la handbike. Tatyana correrà la maratona di Londra, domenica 21 aprile: una scelta fatta per rispondere subito a questa insensata violenza.
Lunedì, 15 Aprile 2013
Un commento del collega Tornielli che sottoscrivo
Qui vi incollo dal blog del collega Tornielli una sua reazione. Devo dire che frequentando l'ambiente social network ho visto certi commenti di blog o siti che si definiscono ratzingeriani ( che io definiscono invece "spaventati") come quelli segnalati qui da Andrea Tornielli. Mi chiedo quale "paura" possa albergare nel cuore dell'uomo per suscitare tali reazioni? Ma la paura è sempre un atteggiamento quasi legittimo davanti a ciò che non si comprende forse subito... . Decliniamo allora quel "non abbiate paura" di Wojtyla in categorie nuove, rivolgendolo all'interno di certe tendenze all'autoreferenzialità che si sostituiscono alla fiducia nello Spirito Santo che ha scelto questo papa, Jorge Mario Bergoglio ... e non un altro. E impariamo a conoscerlo Francesco, invece di cedere alle mille paure che abbiamo dentro e ci fanno aggrappare a zucchetti, ermellini, gioiellerie e Sacri Palazzi di vario genere... fosse anche alla paura della "misericordia" (perché adesso ci sono anche quelli che hanno timore di questa realtà teologica di cui Bergoglio parla spessissimo e che Wojtyla rimise al centro della vita della Chiesa, istituendone la festa e "morendo" addirittura alla vigilia della festa della Divina Misericordia). Qui il testo di Andrea Tornielli che potete leggere sul suo blog (e che sottoscrivo).
"In un articolo pubblicato venerdì scorso sul quotidiano ex papista “Il Foglio”, Mattia Rossi parla della “ininterrotta volontà di Papa Francesco di dare demagogici segnali di discontinuità che si manifestano proprio nella rinuncia o nella sostituzione di abiti o simboli…”. La demagogia di Papa Bergoglio, secondo l’autore dell’articolo, consisterebbe nella rinuncia alla mozzetta bordata d’ermellino, nella volontà di mantenere la croce di ferro, nel non aver voluto mettere le scarpe rosse. Come pure nel ripristino del pastorale argenteo dell’artista napoletano Lello Scorzelli al posto della grande ferula d’oro in stile Pio IX. Non si tratta di critiche nuove, dato che circolano da giorni su siti web e blog tradizionalisti o sedicenti ratzingeriani (mi auguro che Benedetto XVI non legga i commenti di quei blog, perché certo ne soffrirebbe) i quali, in nome dell’ormai ben nota “dottrina Bush” sulla “guerra preventiva”, appena eletto il nuovo Papa, dall’alto delle loro “cattedre” si sono messi a scrutarne ogni mossa per giudicare su continuità-discontinuità, attratti non dalla parola e dal messaggio del nuovo vescovo di Roma, ma dal suoabbigliamento e dalla gioielleria. Su uno di questi siti, l’ennesimo articolo critico su Francesco si concludeva con l’invito ad abitare l’appartamento papale perché così i romani tornano a essere confortati dalla luce accesa nella stanza del Papa visibile da piazza San Pietro (se il problema è questo e l’esigenza è così sentita si può prevedere una lampadina a basso consumo e accesione a tempo per illuminare la stanza durante le ore serali…). Ovviamente le mie parole valgono anche per tutti quei siti e blog che salutano scarpe nere e croce di ferro come l’avvento di una nuova era e una liberazione dal passato.
Non ho partecipato fino ad ora a questa discussione – un efficacissimo esempio di quella auto-referenzialità della Chiesa che rappresenta uno dei mali denunciati proprio da Bergoglio – perché non sono mai stato attratto da un dibattito che sembra voler ammantare di profondissimi significati semplici questioni di gusto. E come non mi sono a suo tempo esaltato nel vedere riesumata la ferula di Pio IX – limitandomi come cronista a registrarne la ricomparsa – così non cado in depressione ora nel rivedere il pastorale di Scorzelli (che peraltro a me non dispiace). Né ermellini, pizzi, dorature di croci, altezza e preziosità delle mitrie rappresentano ai miei occhi motivi sufficienti per dare del demagogo al successore di Pietro a pochi giorni dalla sua elezione.
Quello che mi ha colpito nell’articolo del “Foglio” è la citazione, anche questa non nuova, di alcune argomentazioni di san Francesco, il quale affermava che “i calici, i corporali, gli ornamenti dell’altare e tutto ciò che serve l sacrificio, debbano averli di materia preziosa”. Come dire al buon Papa Bergoglio: guarda che anche se ti chiami Francesco non devi rinunciare all’oro. Devo dire, da ignorante quale sono in materia liturgica, che non mi sembra di poter riferire queste parole del Poverello di Assisi all’ermellino della mozzetta, al metallo della croce pettorale, né al colore delle scarpe o delle babbucce o alla forma della ferula. Così come non mi sembra che fino ad oggi il nuovo Papa abbia celebrato usando calici di legno o boccali di terracotta.
Permettetemi, per concludere, qualche appunto in merito alla continuità-discontinuità in riferimento all’abbigliamento e alla gioielleria. Ad esempio, la ferula. Ho 49 anni da poco compiuti, e per me quel pastorale di Scorzelli è sempre stato “il bastone del Papa”: l’ho visto per la prima volta impugnato da Paolo VI, quindi da Giovanni Paolo I, poi per 27 anni da Giovanni Paolo II e per due anni da Benedetto XVI. La grande ferula d’oro di Pio IX utilizzata successivamente da Papa Ratzinger (prima l’originale, poi una copia identica realizzata dai fratelli Savi) era usata rarissimamente dai Pontefici, che arrivavano alle celebrazioni in sedia gestatoria senza bastone pastorale e solitamente assistevano alla messa celebrata da altri. Una semplice ricerca di immagini aiuta a capire: Pio XII è stato immortalato con la ferula in occasione dell’apertura della Porta Santa nel 1950, ma non l’ha mai o quasi mai usata in altre circostanze. La grande croce d’oro, insomma, non rappresentava l’usuale bastone pastorale del Papa, semplicemente perché il Papa non utilizzava abitualmente il pastorale.
Con Paolo VI il Papa ha preso a celebrare messa pubblicamente molto di più. Montini chiese al suo cerimoniere Virgilio Noè di risolvere il problema ed ecco arrivare il pastorale di Scorzelli. Usato da quattro Papi. Dov’è la continuità e dove la discontinuità? Se Francesco ritiene di non continuare a usare la grande croce d’oro e preferisce tornare a quella dei Pontefici precedenti è un demagogo?
Veniamo rapidamente alla mozzetta con ermellino: Giovanni Paolo II non la indossò mai. Benedetto XVI ne riprese l’uso. Francesco non ritiene di doverla utilizzare. Dov’è la continuità e dove la discontinuità? Per quanto riguarda le scarpe rosse, Giovanni Paolo II le abolì di fatto, usando sia scarpe nere, sia marroni, sia rosso scuro. Con Benedetto XVI sono state utilizzate di nuovo, riprendendo una tradizione durata fino a Wojtyla, e ora Francesco, che ha i piedi un po’ piatti e usa calzature comode, ritiene di continuare a indossarle nere, come ha sempre fatto prima dell’elezione. Demagogia? Forse che così intende rinunciare al rosso, il colore del martirio? E che dire di Giovanni Paolo II, che non indossava le scarpe rosse ma ha comunque versato il suo sangue in piazza San Pietro? Mi piacerebbe poi sapere in quale libro liturgico o in quale manuale sta scritto che la croce pettorale del vescovo debba essere d’oro e non d’argento o di ferro. Le prime foto ufficiali di Papa Luciani, scattate subito dopo l’elezione, lo ritraggono con una semplice e piccola croce di ferro smaltato. Poi lo convinsero a cambiarla, non senza il suo rammarico, perché quella croce era un dono a lui caro. Francesco ha semplicemente deciso di usare la croce che usava prima, il cui valore – mi pare di poter azzardare nella pur nella mia già dichiarata ignoranza – sta nel segno, non nel metallo di cui è fatta.
Un’ultima parola sull’anello. Qualcuno ha notato che Francesco non ha voluto indossare l’anello del pescatore, quello di considerevoli dimensioni che riproduceva una sorta di sigillo papale, predisposto per Benedetto XVI all’inizio del pontificato dall’allora cerimoniere Piero Marini. Ha deciso invece di usare un anello d’argento dorato quando celebra messa pubblicamente, e di continuare invece a indossare il piccolo anello d’argento che ha sempre portato. Vale la pena ricordare che gli ultimi Papi hanno sempre usato anelli delle fogge più diverse, senza che per questo sia stata messa in dubbio la successione apostolica né si siano levate accuse di demagogia: Pio XII ne usava uno fatto con una pietra di una collana della madre, Paolo VI negli ultimi anni usava il semplice anello d’oro detto “del Concilio” che lui aveva regalato ai padri del Vaticano II, lo stesso portato anche da Giovanni Paolo I. Mentre Papa Wojtyla per 27 anni di pontificato ha continuato a portare il semplice anello a forma di croce che gli venne donato al momento della creazione cardinalizia, nel 1967. Dove sta la continuità e dove la discontinuità? O meglio: ma di che cosa stiamo parlando? Ci rendiamo conto che mentre circoli e circoletti autoreferenziali disquisiscono di queste amenità c’è un Papa che, sulle orme dei predecessori, invita la Chiesa a uscire da se stessa per raggiungere le periferie geografiche ed esistenziali, per evangelizzare?" (Andrea Tornielli)
Venerdì, 12 Aprile 2013
"Aprite il cuore alla tenerezza, anziché addestrarlo alla prepotenza
ritte al cuore, che trasmettono un Vangelo concreto. «Non temete la carne, una carne che ha fame e sete, una carne malata e ferita, una carne che sta scontando la sua colpa, che non ha di che vestirsi» e lo vedi in ginocchio davanti ai carcerati o tra i suoi poveri o mentre si lascia abbracciare dalla folla. Per conoscere Francesco attraverso i suoi scritti, in questi giorni stanno uscendo varie pubblicazioni. Qui vi indichiamo alcune proposte.
a socialità.
Ne “El Verdadero poder es el Servicio”, edizioni Claretianas 2007, che fino ad ora esiste solo in spagnolo rifacendosi all’esempio di Gesù, padre Jorge, invita i cristiani a sposare la logica del potere come servizio che Cristo ha portato nel mondo. Emergono così in chiave pastorale i temi che hanno sempre caratterizzato il suo impegno di vescovo, manifestando la sua fede, riflettendo sull’importanza della catechesi e dell’educazione. Molte pagine sono dedicate alla spiritualità mariana che è una dei tratti dominanti dell’intesa vita spirituale di padre Jorge. Martedì, 9 Aprile 2013
Il viaggio del gruppo Islam dei vescovi svizzeri in Bosnia Erzegovina
Cari naviganti, vi metto qui sotto link al diario del viaggio del gruppo di studio "Islam" dei vescovi svizzeri che si trova in questi giorni in Bosnia Erzegovina. Il gruppo di esperti guidato dal vescovo di Lugano, mons. Grampa, si è recato nella regione balcanica per conoscere la situazione interreligiosa di una terra da cui proviene buona parte dell'immigrazione musulmana in Svizzera. Cliccando qui il diario del viaggio che è curato dalla redazione di Aiuto alla Chiesa che Soffre: http://www.aiuto-chiesa-che-soffre.ch/it
Martedì, 2 Aprile 2013
Ciao Karol, la tua "coerenza" nasceva dall'incontro con Cristo
Il 2 aprile di 8 anni fa moriva il Beato Giovanni Paolo II. Questa sera, verso le 19, dopo la chiusura serale della Basilica Vaticana, Francesco ha compiuto una visita alla tomba del Beato Giovanni Paolo II. Il Papa ha sostato a lungo inginocchiato in preghiera silenziosa davanti alla tomba nella Cappella di San Sebastiano. In occasione della beatificazione di Wojtyla, padre Jorge aveva detto: «Giovanni Paolo II è stato un testimone coerente del Signore che era in comunione con il suo popolo, con la coerenza di un uomo di Dio». Con la coerenza di chi tutte le mattine «passava molte ore in adorazione» e per questo «si lasciava plasmare dalla forza di Dio. La coerenza non si compra, la coerenza non si studia». La coerenza «va coltivata nel cuore con l’adorazione». Credo - aggiungeva Bergoglio - che possiamo dire di Giovanni Paolo che era un uomo coerente perché si è lasciato «cesellare dalla volontà di Dio». In un tempo in cui abbiamo bisogno di testimoni più che di maestri - concludeva l’arcivescovo di Buenos Aires - Giovanni Paolo II ha vissuto fino alla fine essendo proprio questo: «Un testimone fedele». Wojtyla creò Bergoglio vescovo e cardinale (nella foto, il giorno in cui padre Jorge riceve la berretta cardinalizia da Giovanni Paolo II). Lunedì, 1 Aprile 2013
La confessione di fede di padre Jorge
Questo intenso testo, una vera e propria confessione spirituale, è scritto da Jorge Bergoglio nel 1969, pochi giorni prima della sua ordinazione sacerdotale. Alcuni suoi amici l’hanno trasmesso al giornale Avvenire, testimoniando che per lui, ancora oggi, queste parole sono e restano valide. «Voglio credere in Dio Padre, che mi ama come un figlio, e in Gesù, il Signore, che ha infuso il suo spirito nella mia vita per farmi sorridere e portarmi così al regno di vita eterna. / Credo nella mia storia, che è stata trapassata dallo sguardo di amore di Dio e, nel giorno di primavera (in Argentina N.d.R), 21 settembre, mi ha portato all’incontro per invitarmi a seguirlo. / Credo nel mio dolore, infecondo per l’egoismo, nel quale mi rifugio. / Credo nella meschinità della mia anima, che cerca di inghiottire senza dare … senza dare. / Credo che gli altri siano buoni, e che devo amarli senza timore, e senza tradirli mai per cercare una sicurezza per me. / Credo nella vita religiosa. / Credo di voler amare molto. / Credo nella morte quotidiana, bruciante, che fuggo, ma che mi sorride invitandomi ad accettarla. / Credo nella pazienza di Dio, accogliente, buona come una notte d’estate. / Credo che papà sia in cielo insieme al Signore. / Credo che anche padre Duarte (il suo padre spirituale che era deceduto N.d.R) stia lì intercedendo per il mio sacerdozio. / Credo in Maria, mia madre, che mi ama e mai mi lascerà solo. E aspetto la sorpresa di ogni giorno nel quale si manifesterà l’amore, la forza, il tradimento e il peccato, che mi accompagneranno fino all’incontro definitivo con quel volto meraviglioso che non so come sia, che fuggo continuamente, ma che voglio conoscere e amare. Amen».
Jorge Mario Bergoglio, 1969.
Sabato, 30 Marzo 2013
"Non lasciatevi rubare la speranza" (Francesco)
Cari Naviganti, l’intera prima pagina del Giornale del Popolo di oggi è dedicata a questo dipinto ad olio di Chagall, che è il quadro preferito da papa Francesco. Il dipinto a olio (155 × 140 cm), conservato all'Istitute of Arts di Chicago, è uno dei più discussi tra le opere dell'artista russo ed è chiamato la Crocifissione Bianca.
Nato e cresciuto in una famiglia ebraica ortodossa Chagall ha spesso affrontato nelle sue opere il rapporto tra ebrei e cristiani. Esistono diversi dipinti con la scena della crocifissione. Qui una descrizione: La Crocifissione bianca - così chiamata per il colore bianco-grigio dello sfondo - interpreta il Cristo martire in modo inconsueto e particolare. In questo dipinto Gesù Crocifisso indossa intorno ai fianchi il tallit, lo scialle di preghiera ebraico, e un panno invece della corona di spine sul capo. Intorno a lui, il mondo sta sprofondando nel caos e nella sofferenza: accanto al crocefisso si vedono scene di persecuzione nei confronti degli ebrei. A indurre l’artista all‘esecuzione del quadro fu la brutale "Notte dei cristalli" (Kristallnacht) nel novembre 1938, quando ebbe l’inizio la persecuzione degli ebrei in Germania. In questo modo Chagall avrebbe espresso il suo orrore per gli episodi che stavano accadendo, uno sconvolgente documento del tempo. Il centro del dipinto è occupato da Cristo, inchiodato a una gigantesca croce a forma di T. L'iscrizione I.N.R.I. (Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum) compare due volte sulla croce: in rosso, color sangue, in lettere gotiche, che ricorda i pamphlet antisemiti dei nazionalsocialisti, e poi scritta per esteso in ebraico. Ai piedi del Cristo, il candelabro ebraico - la menorah - è illuminato da un raggio di sole che viene dal cielo. La posizione della menorah vicino alla croce e il raggio di luce vengono interpretati come omaggio di Chagall al Salvatore. Un ampio raggio di luce bianca raggiunge il crocifisso passando dall’alto. In altre opere di Chagall la luce trascendente caratterizza alcuni profeti ebrei, come Mosè e Elia. Intorno al Crocifisso il mondo è in subbuglio. Un mondo straziato da rivolte, saccheggi, incendi, omicidi, distruzione e espulsione forzata delle genti. A destra si vedono le fiamme che escono da una sinagoga distrutta. Un uomo in divisa e stivali neri, un nazista accanito, con la faccia sanguigna piena di odio, ha appena acceso il fuoco alla tenda del tempio. Sulla strada ci sono un lampadario distrutto a terra e una sedia rovesciata, sulla quale, una volta, stavano seduti i pii fedeli, dondolandosi nella preghiera, cercando la consolazione divina. L'arca è spezzata, un fumo grigio si solleva da un rotolo della Torah che sta bruciando. Libri di preghiera sono buttati nel fango. Alcune pagine sono bagnate dalle lacrime versate. Un vecchio ebreo, con un sacco sulle spalle, tipiche di un profugo, cerca di scappare, pare addirittura voler uscire dal quadro. Una barca sovraccarica di profughi disperati balla senza meta sulle onde, senza speranza di trovare un porto sicuro, un approdo dove essere accolti. Accanto ci sono gli abitanti di un villaggio distrutto. Sullo sfondo avanzano dei combattenti dell'Armata Rossa. Un uomo, con una targa bianca appesa al collo, stigmatizzato come ebreo, vacilla umiliato con le braccia tese alzate.... Nel commento pubblicato sul Giornale del Popolo cartaceo (e che vi invito a leggere) il collega Davide dall’Ombra descrive magnificamente l'opera di Chagall e riprende le ragioni dell’apprezzamento di Francesco per questa opera, citando quanto raccontato a "Le Figaro" da un amico di Bergoglio, padre Ricardo Crisologo che dice “L’ha sempre definito uno dei più bei quadri mai creati, diceva che qui la passione è serena e soffusa di speranza”. "Francesco - scrive Dall'Ombra - punta gli occhi a Cristo, ma è un Cristo che è totalmente dentro le vicende del nostro mondo, le più drammatiche, le più dolorose, collettive o personali che siano, tutte ben presenti e descritte. Un Cristo che si pianta in mezzo ad esse per portare la speranza all’uomo, si pianta lì, con la sua apparente impotenza, presente con il corpo sanguinante e sereno di chi ha attraversato la sofferenza e la morte per vincerle”. E questo ci ricorda quello che Francesco ha detto, proprio due giorni fa, ai giovani detenuti del carcere minorile con i quali ha celebrato l'Eucaristia: “Non lasciatevi rubare la speranza”.




