Dopo aver ascoltato (nella puntata precedente) il grande Luigi Veronelli e la sua provocazione, diamo spazio a Gianni Zonin (nella foto), presidente di una delle più grandi imprese italiane produttrici di vino. Undici aziende agricole per oltre 1.800 ettari di vigna, nei terroir più vocati d’Italia. Al centro del mondo per Zonin resta la terra: quella delle Tenute dove nascono alcuni dei più grandi vini italiani. “Non è vero che i vini hanno avuto aumenti esasperati come su molti giornali si è letto e si legge tuttora. La stessa stampa specializzata dovrebbe spiegare meglio perché un vino di qualità non può non avere che un prezzo adeguato, equilibrato ma rapportato alla tipologia di vino e alle difficoltà che determinano il risultato finale. Un vino di particolare pregio deve mantenere le sue caratteristiche originali, questo comporta studi e lavorazioni particolarmente approfondite, con investimenti onerosi. L’Italia ha un patrimonio inestimabile rappresentato dai vitigni autoctoni e il futuro è nell’espressione qualitativa del vino e non della quantità. Ormai troviamo troppi vini “senza nome” ma riconoscibili attraverso il lavoro dell’enologo, che, senza nulla togliere alla professionalità, lo stesso enologo fa consulenze per troppe aziende, con il risultato di vini uguali o molto simili. E’ anche vero che bisogna andare incontro ai gusti del consumatore, che i conti alla fine devono tornare, ma un Nero d’Avola non è una Barbera, un Aglianico non è un Lambrusco, ma tutti sono vini stupendi, solo con caratteristiche diverse. Questi sono concetti che solo i media possono trasmettere e lo stesso discorso vale per i prezzi. Le catene distributive, le reti commerciali, indubbiamente sono una fonte di ricarico che si ritrasmette all’utente finale, ma è improponibile toglierle. Il ricarico dei ristoratori è indubbiamente troppo alto, esagerato, bisogna trovare soluzioni alternative e una potrebbe essere il vino a bicchiere. La Zonin ha comunque una produzione che permette, ristoratori permettendo, di poter bere regolarmente grandi vini, e collocati in una fascia economica non proibitiva. Questo permetterebbe al cliente di bere vini diversi durante il pranzo, diversificando a seconda del tipo di portata, e di avvicinarsi a prodotti importanti sviluppandone la conoscenza senza dover obbligatoriamente berne una bottiglia con i costi relativi. Un solo bicchiere di vino accompagna senza problemi un piatto e si può tranquillamente mantenere il costo per bicchiere in una fascia oscillante fra i cinque e i dieci euro, bevendo ottimi vini. Esistono in commercio macchinari che permettono la mescita di vini direttamente dalla bottiglia e garantiscono il mantenimento delle proprietà organolettiche, una volta aperta, per più di dieci giorni. La ristorazione deve essere più obiettiva quando scrive sulla lista i prezzi dei vini. Un vino che costa quattro euro è vendibile a dodici, ma ad una bottiglia che ne costa diciotto o venti, e a volte anche 50, non si può applicare lo stesso ricarico, ma va applicato un ricarico dettato dal buon senso e dalla logica. A meno che si voglia vedere sui tavoli sempre più acqua minerale e sempre meno vino”.




