Grazie “Corriere della Sera” (un giornale paludato e, di solito, infingardo, che qui nello stagno non piace molto). Grazie, sopprattutto, a Mogol (Giulio Rapetti), il più grande paroliere della canzone italiana da quarant’anni.
L’altra sera, mentre spazzavo una pizza in quattro morsi, sfoglio e giungo alla pagina 34 (edizione di lunedì 15 giugno). Titolo: “Mogol: basta ipocrisie sulla canzone di Povia (la migliore dell’anno)”; sottotitolo: “Il brano sul gay aveva qualcosa in più”. Mogol, secondo il gusto di un ippopotamo, è un grande: basti ricordare che ha scritto i testi più belli delle canzoni di Celentano e di Lucio Battisti. Per esempio, tanto per citarne uno, quel testo stupendo di “Arcobaleno”, una canzone scritta dopo la morte di Battisti e cantata da Celentano come se fosse una lettera che Battisti ha mandato dall’Aldilà. Quella che dice “…e il mio discorso più bello e più denso, esprime con il silenzio il suo senso”; e ancora: “…e devo dirti che è un piacere infinito portare queste mie valige pesanti; e poi: “ascolta solo musica vera, e cerca sempre, se puoi, di capire”.
Dunque Mogol interviene nelle polemiche sul brano di Povia, secondo a Sanremo quest’anno. E dice che, da parte sua, gli ha fatto vincere in questi giorni il premio che porta il suo nome (premio Mogol) perché “’Luca era gay’ è l’unica [canzone] che mi ha chiuso
E devo dirvi, cari amici dell’ippopotamo, che questa è stata proprio anche la mia reazione e la mia impressione. Mogol, come me, non ha niente, ma proprio niente contro i gay. Tutt’altro. Infatti dice: “Se un eterosessuale diventa gay, non c’è colpa. Perché dovrebbe esserci se un gay diventa eterosessuale? L’autore non giudica. E poi la sua libertà va difesa”. Sono d’accordissimo anche su questo. E voi?
Venerdì, 19 Giugno 2009
Sono d'accordo con Mogol
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