Giovedì, 22 Ottobre 2009
Alla formica non far cucù
Giovedì, 13 Agosto 2009
Macché Wajda e Wajda. Noi c’abbiamo Buscaglia
Venerdì, 19 Giugno 2009
Sono d'accordo con Mogol
Grazie “Corriere della Sera” (un giornale paludato e, di solito, infingardo, che qui nello stagno non piace molto). Grazie, sopprattutto, a Mogol (Giulio Rapetti), il più grande paroliere della canzone italiana da quarant’anni.
L’altra sera, mentre spazzavo una pizza in quattro morsi, sfoglio e giungo alla pagina 34 (edizione di lunedì 15 giugno). Titolo: “Mogol: basta ipocrisie sulla canzone di Povia (la migliore dell’anno)”; sottotitolo: “Il brano sul gay aveva qualcosa in più”. Mogol, secondo il gusto di un ippopotamo, è un grande: basti ricordare che ha scritto i testi più belli delle canzoni di Celentano e di Lucio Battisti. Per esempio, tanto per citarne uno, quel testo stupendo di “Arcobaleno”, una canzone scritta dopo la morte di Battisti e cantata da Celentano come se fosse una lettera che Battisti ha mandato dall’Aldilà. Quella che dice “…e il mio discorso più bello e più denso, esprime con il silenzio il suo senso”; e ancora: “…e devo dirti che è un piacere infinito portare queste mie valige pesanti; e poi: “ascolta solo musica vera, e cerca sempre, se puoi, di capire”.
Dunque Mogol interviene nelle polemiche sul brano di Povia, secondo a Sanremo quest’anno. E dice che, da parte sua, gli ha fatto vincere in questi giorni il premio che porta il suo nome (premio Mogol) perché “’Luca era gay’ è l’unica [canzone] che mi ha chiuso
E devo dirvi, cari amici dell’ippopotamo, che questa è stata proprio anche la mia reazione e la mia impressione. Mogol, come me, non ha niente, ma proprio niente contro i gay. Tutt’altro. Infatti dice: “Se un eterosessuale diventa gay, non c’è colpa. Perché dovrebbe esserci se un gay diventa eterosessuale? L’autore non giudica. E poi la sua libertà va difesa”. Sono d’accordissimo anche su questo. E voi?
Venerdì, 5 Giugno 2009
Ricchi premi e cotillon
Cari amici, oggi l'Ippotamo navigando sulla rete ha trovato il curioso testo che qui sotto riproduco.
"La notizia ha fatto il giro del mondo. Online, sul sito del quotidiano spagnolo El Paìs sono state pubblicate alcune foto scattate nel maggio 2008 dal fotografo Antonello Zappadu a Villa Certosa, la residenza estiva del premier italiano Silvio Berlusconi.
Il Cavaliere tuona: è un’aggressione alla privacy mia e dei miei ospiti. La Sinistra spera in uno strale da parte del Vaticano. Se il diavolo è costretto ad invocare l’acquasanta, la questione è davvero abnorme. Ma non è di questo che a noi interessa occuparci, né della deriva morale di cui sono indice le foto scattate nella casa del premier, trasformata in un set Adult Only. D’altronde, non sta a noi giudicare la patologia di cui la moglie Veronica Lario accusa il premier (anche se dopo queste foto qualche idea ce la siamo fatta).
A noi interessa osservare una sola cosa. Le foto pubblicate su El Paìs mostrano, sui banchetti di Villa Certosa, diversi frutti di stagione: dai meloni gonfi di signorine che si espongono in topless ai raggi del sole, al pisello teso di un ospite che si aggira ai bordi della piscina. Frutti di stagione, verrebbe da dire, che El pais pubblica senza oscuramenti.
Se si va sui siti italiani, ecco che si riscontra un accanimento alimentare nei confronti del pisello. Mentre i meloni vengono lasciati in bella mostra, il pisello viene pixelato e oscurato. La Repubblica decide di oscurarne le fattezze, facendo propria la foto e dichiarando la fonte, mentre il Corriere della Sera opta addirittura per riprodurre la foto come fosse un'estrapolazione dal quotidiano El Paìs, ma anche in questo caso oscurandone il contenuto alimentare. Un’operazione che non rende giustizia alla scelta del quotidiano spagnolo, sicuramente più coraggiosa e trasparente (vedi confronto fra le due foto).
Conclusione: che gli italiani abbiano una certa insofferenza verso i piselli e una pruderie tutta loro è cosa nota, ma forse in questo caso la questione non si ferma qui. Forse, conoscendo il moralismo che serpeggia fra le vie di Roma e del Vaticano, questo oscuramento nasconde una prospettiva ben più infausta e tremenda per il Cavaliere, che vorremmo qui esprimere parafrasando un suo ex-suddito, l’amico Mike: Cavaliere lei mi è caduto sul pisello. E, forse, più che uno scherzo potrebbe essere una profezia". Noi non vogliamo farne una questione di "deriva morale", vogliamo solo sottoporvi un quiz. Da quale sito è tratta questa prosa, degna di quel genere letterario che Umbertone Eco chiamava "critica dei costumi....da bagno"?
a) dal periodico dei Liberi Pensatori cantonticinesi?
b) dal sito della sezione di Lambrate del Partito Maoista Italiano?
c) dalla homepage della RSI (Radiotelevisione della Svizzera Italiana)?
Tra coloro che avranno risposto correttamente sarà estratto a sorte un vincitore che avrà la fortuna di vedersi consegnare dalle mani del responsabile dell'informazione della RSI, Edy Salmina, un barattolo di piselli marca Budget.
UPDATE:
Quella che noi vi abbiamo proposto è la prima versione apparsa sul sito ufficiale, a quanto pare ora ne avrebbero concordata un'altra direttamente col Sant'Uffizio, un po' disinfettata...
UPDATE2:
Pare che l'articolo in questione sia stato tolto, ma il concorso continua che poi mi rimane sul gobbo il barattolo di piselli.
Lunedì, 1 Giugno 2009
Più libertà e meno dogmatismo (per non parlare dell'intolleranza)
Sono molto dispiaciuto e provo vergogna per l’episodio di grave e violenta intolleranza, che venerdì scorso ha impedito l’incontro con José Piñera e Ignazio Cassis organizzato a Lugano dai Liberisti ticinesi. Incontro cui avevo deciso di partecipare con vivo interesse. Mi sembra importante ritornare su questo episodio con qualche riflessione non per attizzare polemiche ma per dire quanto si sia mancato di ragionevolezza, di senso della libertà e di rispetto verso le persone, cui si è impedito di parlare.
È vero che l’azione violenta che ha messo a soqquadro la sala conferenze dell’Hotel Pestalozzi è opera di qualche facinoroso ed è stata da più parti condannata, però è anche vero che l’invito a José Piñera, dal 1978 al 1980 ministro del Lavoro e della Sicurezza Sociale (1980-81 ministro delle Miniere) nel governo di Pinochet, ha subito suscitato reazioni critiche o sdegnate e creato un clima da “mobilitazione antifascista”. Dalla denuncia al Ministero pubblico della Confederazione, alla volontà di disturbare la conferenza, all’accusa di voler relativizzare i crimini commessi dalla giunta militare cilena.
Sarebbe bastato poco per capire che non si trattava né di volontà di fare del revisionismo storico sulla dittatura di Pinochet, né tantomeno di relativizzare violazioni dei diritti umani e crimini commessi dalla giunta o le sofferenze patite dalle vittime della dittatura, la cui memoria deve rimanere viva.
Il fatto stesso che il consigliere nazionale Ignazio Cassis, del cui senso di responsabilità e spirito democratico è offensivo dubitare, avesse accettato di partecipare all’incontro avrebbe dovuto fugare ogni sospetto. L’argomento trattato: “Pensioni: una riforma per sopravvivere” non poteva lasciare grandi dubbi circa la natura dell’incontro e l’interesse degli organizzatori.
Ma chi è José Piñera, cui si è impedito di parlare in Svizzera, patria della libertà? Un brillante economista liberale (formatosi all’Università cattolica del Cile, Chicago e Harvard), che accetta di entrare nel governo di Pinochet per mettere mano – rifiutando la logica del “tanto peggio tanto meglio” - a riforme economiche e sociali tra le quali la riforma di un sistema pensionistico allo sfascio. E questo anche per favorire, in un momento delicato della vita del Paese, un avvio di liberalizzazione del regime. È documentata la difesa dei diritti umani che Piñera cercò di promuovere già da ministro. Come quando, durante una riunione di governò si oppose a Pinochet per evitare che il dirigente sindacale di sinistra Manuel Bustos fosse esiliato, riuscendo ad ottenere l’annullamento del provvedimento.
Nel 1981 Piñera si dimette dal governo per dedicarsi completamente al compito di lavorare per il ritorno alla democrazia. Da allora e fino al ripristino della vita democratica Piñera pubblica 70 articoli in difesa dei diritti umani e per la promozione della democrazia. Nel 1992 si candida come consigliere comunale di Santiago in uno dei quartieri popolari di sinistra e viene eletto e nel 1993 partecipa alle elezioni presidenziali.
Siccome il suo sistema pensionistico, a base privata, si è dimostrato particolarmente efficace, oltre ad essere stato mantenuto in Cile con il ritorno alla democrazia è stato studiato ed introdotto in altri Stati (28 Paesi, dall’America Latina all’Europa ispirano i propri sistemi pensionistici al modello di Piñera) . Oggi Piñera è ascoltato consulente di parecchi governi democratici alle prese con la riforma dei sistemi pensionistici.
Sarebbe bastato documentarsi brevemente su tutto questo per evitare reazioni e mobilitazioni scomposte.
Certo, sulle concezioni liberiste si può discutere e dissentire, ma in un costruttivo confronto di idee e di fatti. Con libertà di spirito e meno dogmatismi. Solidarietà ai Liberisti ticinesi, a Piñera e Cassis impediti di parlare, ai cileni che hanno sofferto per la dittatura, ma non certo per colpa dell’allora ministro di Pinochet.
Maurizio Balestra
Domenica, 24 Maggio 2009
Giornalisti, vil razza dannata
Qualche giorno fa l’ambasciata svizzera a Roma ha organizzato un giretto in Svizzera per cinque professionisti della penna, appratenenti a media illustri (“Corriere della Sera”, “Repubblica”, “la Stampa”, “Foglio” e “Panorama”). Scopo: far conoscere le problematiche e le discussioni che ruotano attorno alla questione del “fine vita”. Nel Parlamento italiano è in dirittura d’arrivo un testo di legge che, dopo il caso di Eluana, mette dei paletti alle “disposizioni anticipate” sul fine vita, in particolare volendo evitare che acqua e cibo siano considerate terapie e possano essere interrotte a un paziente che abbia perso coscienza. La Chiesa cattolica italiana, per bocca dei suoi vescovi, sostiene questa impostazione, mentre l’opposizione di centro-sinistra, con l’appoggio di quasi tutta la grande stampa (fa eccezione, tra i succitati, solo “Il Foglio”) va in direzione opposta, con tendenze filoeutanasiche. Ho potuto parlare con un teologo cattolico, il professor Jerumanis della Facoltà di Lugano, che era stato convocato a Berna per informare i cinque giornalisti italiani circa la posizione della Chiesa cattolica svizzera in proposito. Jerumanis mi ha spiegato che a ideare e pilotare il viaggio dei cinque è stata una impiegata dell’ambasciata elvetica, la quale mal riusciva a celare l’intento reale dell’incontro con i rappresentanti delle Chiese cattolica e protestante: fornire ad alcuni media italici che militano nell’area liberal una compiacente documentazione su come i vescovi cattolici elvetici osservino paciosi e benedicenti il progredire, nei costumi e nelle leggi, di una mentalità eutanasica (con riferimento alle tristi attività di Exit e Dignitas, ma anche al testo legislativo –ancora molto generico- sulle “direttive anticipate” recentemente inserito nel Codice civile svizzero).
Ma le cose non stanno affatto così, e il teologo cattolico ha ribadito inflessibilmente che non solo ai vescovi svizzeri (come ai protestanti, del resto) ripugna la pratica del suicidio assistito ma altresì che essi ribadiscono che alimentazione e idratazione artificiale vanno considerate cure di base e non terapie che possano essere sospese. Risultato? Prendiamo “La Stampa”, quotidiano campione di anticlericalismo: titolone a tutta pagina: “La dolce morte benedetta”; sottotitolo: “In Svizzera il testamento biologico diventa legge. E la Chiesa non si oppone”. In taglio basso un’intervista al prof. Jerumanis, titolata: “Abbiamo scelto il dialogo che è mancato in Italia”. Chiedo lumi a Jerumanis. Risposta: “ma io non ho rilasciato nessuna intervista a quel giornale, ho partecipato a una tavola rotonda, dove facevo anche da traduttore simultaneo al collega protestante svizzero tedesco”. Capito? Questo è il giornalismo, bellezza, che ci vuoi fare?



