Giovedì, 29 Dicembre 2011
Non saremo confusi in eterno...
Mentre è da poco trascorso il Natale, un’altra festa già si preannuncia all’orizzonte: quella di fine Anno. Questa invisibile linea che azzera il conto dei giorni trascorsi e sembra regalare una nuova occasione, si affronta per lo più con sentimenti misti. Da un lato con euforia: una ripartenza verso dove, nessuno lo sa, ma comunque e sicuramente verso il nuovo che avanza, che spazza via il conosciuto, per aprirsi al tutto diverso e al tutto da scoprire.
Dal primo gennaio si inizia la dieta, si dà un taglio alle vecchie abitudini, si mette in atto la lunga lista di propositi collezionati lungo l’arco di tutto un anno, in attesa dell’ultimissima occasione: quel 31/12 che segna il limite estremo oltre cui l’uomo vecchio o la donna vecchia che siamo, non potranno essere traghettati oltre. Dall’altro, lasciare il conosciuto per lo sconosciuto dà sempre un po’ di vertigine. Magari non sarà andato come doveva andare, questo anno, comunque ora ne siamo venuti a capo ed è come lasciarsi alle spalle un vecchio amico. Un po’ pesante - forse -, un po’ brontolone - magari - ma certamente innocuo come lo sono le cose che bene o male abbiamo saputo superare.
Quello che ci viene incontro, invece, è uno splendido sconosciuto. Che cosa ci porterà. Soldi? Uno per ogni lenticchia mangiata insieme allo zampone? Amore? Felicità? Prosperità? Più bontà? Tutti quei doni che ci auguriamo a vicenda nei biglietti augurali che ci scambiamo? Confesso che ogni 31 dicembre avverto come un vuoto alla bocca dello stomaco. Mi viene il capogiro se penso a quanto potrebbe succedere a me, ai miei cari, a tutta la lunga lista dei miei amici. Forse questo anno, che mi si apre dinnanzi nuovo ed immacolato come le pagine della mia agenda, mi riserverà dolori che oggi ignoro e che forse arriveranno a punteggiare le mie giornate future.
Ogni anno mi ritrovo quindi ad attendere col fiato sospeso questo nuovo Anno e forse anche per questo mi piace concludere quello vecchio con la messa del Te Deum. Cerco di fare silenzio dentro di me. Di far tacere le mie paure e le mie ansie e di lasciarmi guidare dalle sue potenti parole così diverse dalle mie. Dapprima parole di lode. Lode e ringraziamento per quello che abbiamo avuto. Un ringraziamento che non distingue più tra bene e male, cose positive e negative, perché tutto è ormai divenuto parte di noi. Tutto ha contribuito a renderci quello che siamo: ringraziamo per le gioie, le fatiche, per la vita e per la morte. Sì, anche per la morte, che improvvisamente fa meno paura. “Salva, o Signore, il tuo popolo, guida e proteggi i tuoi figli” prosegue l’inno. Lentamente il mio capogiro si attenua, la mia ansia si scioglie e inizia a placarsi. Non sarò sola ad andare incontro a questo anno sconosciuto. Non dipenderà da me sola quanto accadrà. Non sarò io sola ad affrontare quanto mi attende, laggiù, in fondo al viale, dietro quell’angolo che da qui non posso vedere.
“Pietà di noi, Signore.” Con queste parole si conclude l’inno. “Tu sei la nostra speranza: non saremo confusi in eterno.” Amo soprattutto questa ultima frase. “Non saremo confusi in eterno. Non confúndar in ætérnum. E quando, ormai è buio, la messa finisce e la gente lentamente sciama verso l’uscita della chiesa per andare, ciascuno a modo suo, a portare a termine questo anno, è come se un’invisibile mano ci accompagnasse e ci spingesse lontano dalla nebbia, lontano dalla confusione verso una nuova e più grande comprensione.
Martedì, 27 Dicembre 2011
Il lungo Natale di chi crede
È Natale che si avvicina a
grandi passi o siamo noi che vi corriamo incontro a rotta di collo? Non so.
Fatto sta che è ormai alle porte. In montagna è caduta anche la prima neve. All’inizio
dell’Avvento cercavo un bel calendario con le finestrelle da aprire. Anche ora
che i bambini sono grandi, resta un bel segno per non far scivolare via neppure
uno dei giorni che ci separano dal Natale. A me piacciono quelli un po’ retro,
con i brillantini, che facciano però riferimento alla festa attesa! Ma tra orsetti
con il cappellino rosso, schiere di allegre renne, Babbi di Natale in ogni
atteggiamento, alberi di Natale carichi di doni, strade innevate e villaggi
immersi in magici paesaggi, non sono riuscita a trovare un soggetto che facesse
riferimento alla nascita di Gesù. Introvabile la rappresentazione del classico presepe.
Maria, Giuseppe, il bue, l’asinello e Gesù Bambino ogni anno sono sempre più
emarginati ed estranei a quella che è la loro festa.
Infine ne ho trovato uno che
mi è piaciuto. Rappresenta una bella casa di fine ‘800 come possiamo trovarle nei
centri storici del Nord Europa. Ogni finestrella corrisponde ad una finestra
del palazzo. Al suo interno, giorno dopo giorno, si va svelando la vita che si
svolge alle sue stanze: bimbi che giocano con i burattini, San Nicolao che
porta i doni, serate in famiglia accanto al pianoforte. Insomma dei deliziosi
quadretti famigliari e domestici, in prossimità delle feste. Più che il Natale
viene evocatola sua atmosfera, ma mi sembra, comunque, di percepire tra quelle piccole figurine che si muovono all’interno di quei loro ambienti addobbati
ed austeri, un clima di calma e serena attesa. Quella calma e quell’attesa che
oggi ci è così estranea, tanto da sembrarci un miraggio irraggiungibile mentre
attendiamo di arrivare a casa intrappolati in lunghe colonne di auto in attesa,
mentre corriamo tra gli scaffali di un supermercato cinque minuti prima della
chiusura per comprare il pane per la cena o mandiamo giù l’ultimo boccone prima
di uscire per andare alle prove di canto, a prendere un figlio alla stazione e ad
attenderne un altro fuori dalla palestra. Ogni giorno siamo abituati a correre
per far rientrare tutti i nostri appuntamenti nell’arco di una giornata, e ogni
anno questa corsa, intorno alle festività natalizie, conosce un’ulteriore
accelerata. Accelerata che bruscamente si interrompe lasciandoci per lo più
svuotate il giorno 25, quando anche l’ultimo piatto è stato messo in
lavastoviglie e la cucina ha riacquistato un volto umano.
E sale, allora, dentro di
noi la sconsolata domanda: tutto qui? Tutto qui il frutto di questo nostro
affaccendarci? Una Messa di mezzanotte seguita con il pensiero già rivolto al
pranzo del giorno dopo, i parenti, i regali, le telefonate… No, non è tutto
qui. Me lo ha detto una donna. Una suora che come me, come voi, lotta dentro al
suo convento perché il suo passo non diventi troppo veloce e i suoi pensieri non
scappino via. Mi ha spiegato che il Natale non è tutto qui. Perché Natale non
si esaurisce in un giorno. In una notte. Per la Chiesa, Natale (come anche la
Pasqua) dura otto giorni. La cosiddetta “ottava di Natale”. Ben otto, lunghi,
distesi, giorni che hanno per tema la gioia. Che sono un invito alla gioia.
Otto giorni da gustarsi, finalmente con calma, per restare nella gioia e vivere
come le mie figurine del calendario dell’Avvento, la calma di una gioia che ora
può finalmente compiersi. Anche dentro di noi.
Martedì, 4 Ottobre 2011
Famiglie diurne: un aiuto sulla via verso il lavoro e verso...casa
L’occasione di questa mia riflessione mi viene dal ventesimo
anniversario dell’Associazione famiglie diurne del Mendrisiotto. Un servizio
partito con tre bambini e una mamma diurna nel 1991 e che oggi regala una
famiglia di appoggio a più di trecento bambini. Non a caso ho usato il termine
“regala”, perché proprio di questo si tratta. Di un vero e proprio dono di
tempo, di affetto, di sostegno che va ben al di là del piatto in più che si
mette in tavola o dell’accompagnamento a scuola o all’asilo. Per un certo tempo,
ormai sono vent’anni, ne ho fatto l’esperienza. Lavoravo a tempo pieno secondo
gli orari di un quotidiano e avevo bisogno di qualcuno che potesse tenermi il
più piccolo dei miei, allora due, bambini per molte ore al giorno. Non era
stata una scelta facile: da un lato il desiderio di avere dei bambini (sì,
anche più di due) dall’altro la necessità ma anche la voglia di lavorare dopo i lunghi anni di studio.
Infine, la decisione di giocare la carta del lavoro con l’appoggio dei nonni e
di una mamma diurna per il piccolo, che ai tempi aveva sei mesi. E’ così
iniziato un periodo che oggi non esito a definire schizofrenico: che iniziava col biberon del
mattino, proseguiva con la cottura a vapore delle verdurine per la pappa del
mezzogiorno, con l’accompagnamento del bimbo dalla mamma diurna che avevo
trovato non lontano da casa, con il lavoro di redazione dentro e fuori dalla
sede del giornale, con la spesa fatta al volo, i compiti che si trascinavano
oltre l’orario di cena, il sacchetto della ginnastica dimenticato e che
terminava spesso a notte spesso fonda con l’imbastitura del giorno dopo. Nei nove
lunghi mesi in cui ho avuto la forza di portare avanti questa situazione, non
c’è stata un mattina che mio figlio non abbia pianto al momento dei saluti. Non
una (per smettere non appena la porta si chiudeva alle mie spalle...). Se sono
riuscita a conservare il sorriso durante questo periodo e a tenere duro, lo
devo in gran parte, alla mamma diurna. Mamma a sua volta, oltre ad accogliere
mio figlio come fosse uno dei suoi, ogni sera mi raccontava con entusiasmo
quello che il mio bambino aveva fatto, quello che aveva mangiato, i suoi
sorrisi, le sue capriole, cercando di riassumermi quanto mi ero persa. Mai mi
ha fatto sentire in colpa, mai ha giocato –neppure involontariamente- la sua
disponibilità contro la mia assenza. Di questo periodo di folli corse, che si è
concluso nove mesi dopo con la nascita della mia terza figlia, conservo un
ricordo indelebile. L’emozione del primo lavoro, della famiglia che nasce e che
cresce, il costante rovello di come conciliare da donna e madre i due mondi in
cui avevo entrambi i piedi e che entrambi, sentivo importanti e desiderabili,
mi ha regalato una consapevolezza e un’apertura che non avrei forse mai
raggiunto se avessi allora compiuto una scelta radicale o in una o nell’altra
direzione. Il tempo mi ha fatto trovare altre e nuove soluzioni. I figli sono
diventati quattro e ho trovato il modo di adattare le mie attività lavorative
alle nuove esigenze famigliari via via che queste cambiavano. Oggi sono mamma
diurna. E in un certo senso pago il mio debito verso questo servizio che tanto
mi ha aiutato vent’anni fa a trovare la mia strada: non solo quella che porta
al lavoro, ma anche quella di casa. E lo pago con entusiasmo, con
disponibilità. Con un sorriso. Lo stesso sorriso che accende dentro di noi la
nostra bimba diurna, anzi la nostra figlia-diurna, tutte le volte che si siede
a tavola con noi.
Venerdì, 30 Settembre 2011
Nives e Romano: una storia che sa di montagna
E’ una storia che sa di montagna, che nasce e si alimenta
dove l’aria inizia a rarefarsi e il respiro si fa corto. E’ la storia di Nives
Meroi e di suo marito Romano Benet. Da 25 sono sposati e insieme, in doppia
cordata, hanno scalato senza ossigeno, montagne dai nomi impronunciabili.
Addirittura 11 dei 14 “ottomila metri” che dominano il mondo. La loro è una
storia di successi. Di conquiste. Ma anche di ritirate e di sconfitte. Molte
volte la montagna ha avuto la meglio sui loro tentativi. Ammantandosi
improvvisamente di nebbia. Coprendosi di neve. Spazzando via ogni cosa con il
furia dei suoi venti. Stavano salendo per guadagnarsi anche la dodicesima cima,
due anni fa. Mancava poco. Ma all’improvviso l’apripista Romano non sta bene.
Sono i sintomi di una malattia che lo costringerà a fermarsi per due anni a
causa di una malattia che fa tremare i polsi anche a chi come lui, ha visto
molti abissi spalancarsi sotto di sé. Decidono di rientrare, lasciandosi alle
spalle quel dodicesimo Ottomila, che porterebbe Nives ancora un po’ più vicina ad
essere la prima donna che scala tutti e
quattordici i giganti della terr
a. Due anni di cure, caratterizzati da
quell’altalena di speranze e cadute che ben conosce chi combatte o ha
combattuto la sua stessa battaglia. Alla fine, il responso è positivo. La
malattia è alle spalle. Quanto siano le cicatrici rimasti dentro nell’anima non
ci è dato di saperlo. Oggi Romano e Nives annunciano di voler riprendere la via
delle montagne. I progetti sono tanti. Il primo, un trekking in Nepal:
“Tranquillo.”
Per molti versi sembra una storia estrema la loro. E per
molti versi lo è. Estrema come le cime che risalgono. I rischi che corrono. Le
vertigini che provano. La bellezza che sfiorano. Dall’altro non è che la storia
di una vita. Di un matrimonio. La loro parabola non è molto diversa da quella di molte altre coppie. Per Romano e
Nives la sfida si svolge verticalmente, per la maggioranza di noi la sfida è
orizzontale. I nostri ostacoli stanno nel quotidiano. Grandi o a volte infinitamente
piccoli, con cui ci arrabattiamo tutti i giorni. Ma non per questo il nostro
cammino è meno eroico o meno degno di rispetto. I nostri “ottomila” gli
scaliamo ogni giorno un po’, cambiando pannolini, riordinando stanze,
preparando pranzi e cene, destreggiandoci tra il traffico cittadino, gli
impegni di lavoro, distribuendo equamente i “no che fanno crescere” con i “sì
che rendono responsabili”. Raramente veniamo indennizzati con panorami
mozzafiato. Il nostro andare per lo più procede nella nebbia, nello smog.
Intorno a noi invece del silenzio immoto che ci parla dell’Infinito, rumore
continuo. Rumore di auto che ripartono, di ambulanze che sfrecciano, di voci
che infastidiscono, di squilli di suonerie, di campanelli che suonano. In
questo scenario alle volte è arduo resistere. Far sì che la nebbia non ci
penetri, la noia non ci conquisti, la sciatteria non inizi a logorare i nostri
rapporti con gli altri. Tante, quasi troppe, a volte le pietre d’inciampo sulla
nostra via. Iniziamo così a vivere la quotidianità a basso regime, come una
inevitabile condanna da scontare. Infelici. Insoddisfatti. Stressati. Anche
Nives e Romano conoscono la sconfitta. E’ la nebbia che si alza all’improvviso
rendendo impraticabile quella manciata di metri che li divide dalla vetta. E’
la malattia che li coglie senza preavviso. E’ normale, dice Nives. “Per un
alpinista le ritirate, le sconfitte sono altrettanto numerose che non le
riuscite.“ Per noi no. Per noi le
sconfitte in molti casi sono decisive. Generalmente noi, genti di pianura, abbiamo una bassa soglia di tolleranza. Anzi,
non chiamiamo neppure sconfitte i nostri “inciampi”. Diamo loro tanti nomi:
tradimenti, disinnamoramento, problemi con i figli, i vicini, licenziamenti e tanti
altri ancora. Forse disabituati ad essere in balia di forze molto più grandi
della nostra volontà, forze come venti che spirano “con la forza di buttarti a
terra e spezzarti una gamba”, temperature che gelano il respiro al suo formarsi,
altitudine che rende piombo il sangue, non sappiamo fare i conti con quanto ci sovrasta.
Per noi sempre ci devono essere dei colpevoli. Spesso il primo indagato è il nostro compagno
di cordata: il marito, la moglie. Forse
se imparassimo ad alzare lo sguardo oltre la cortina di nebbia entro cui ci
muoviamo e soprattutto a scegliere un cima virtuale verso cui dirigere i nostri
passi, forse –dico forse- potremmo iniziare anche noi a verticalizzare i nostri
passi. E a dare al nostro incedere il
senso di un cammino. Non è il mettere un passo dopo l’altro, infatti che ci fa
essere in cammino. Ma l’aver individuato una ragione, un motivo a questo nostro
muoversi. Nives e Romano andranno in Tibet. E hanno deciso di andarci insieme.
Credo sia questo il loro segreto. “Un alpinista non è un estremista del
coraggio. Ma uno che non si scoraggia mai,” spiega Romano. Nives non ha cambiato il suo compagno di
cordata perché non ce l’ha fatta. Non lo ha lascito al campo-base per cogliere
da sola il suo record. Insieme sono scesi dalla montagna. Per curarsi. Per
prendersi l’uno cura dell’altro. Per due anni. E ora sono pronti a ripartire.
Giovedì, 29 Settembre 2011
La fame non è una calamità naturale
La fame non è una calamità naturale. Non esplode all’improvviso dal ventre della terra. Non erutta dal cratere di un vulcano. Non rovina a valle con alberi e detriti. Non seppellisce sotto le macerie. Non esce dal mare come un muro d’acqua. La fame non è neppure una malattia che si può curare con due pastiglie o una vaccinazione. La fame arriva da lontano. E’ il seme che non germoglia. La pioggia che non cade. Il terreno eroso. Da più lontano ancora. Sono i pesticidi che avvelenano acqua e suolo. Sono le sementi sterili, oppure care. O troppo care. Sono le piantagioni trasformate in pascoli per animali voraci che finiranno in pasto ad altre bocche voraci. Sono piante allevate per foraggiare i motori di un’economia alla ricerca di energie alternative. La fame è un rischio calcolato. Un calcolo sbagliato. Una speculazione. Ma sempre un errore. Un errore che si poteva, si sarebbe potuto evitare. Dodici milioni di persone non si “ammalano” di fame dall’oggi al domani. Non lasciano le loro terre alzandosi una mattina costatando che le loro dispense sono vuote, la terra arsa e spaccata e i loro bambini hanno il ventre gonfio dal nulla. Una carestia di queste proporzioni si annuncia da infiniti, inizialmente piccoli, segnali. Si va preannunciando da anni. Forse da decenni. E soprattutto è prevedibile.
Alcuni pochi anni fa ho visto in Eritrea i contadini arare la terra con un aratro fatto di sasso e legno. Il sasso che scalfiva la terra di alcuni – pochi – centimetri e il legno piegato intorno al collo di due buoi a scorticarne a sangue il dorso. Un’immagine simbolo di un medioevo mai superato. Di un ignoranza mai impugnata, combattuta, sradicata. Forse neppure avvertita.
Oggi il mondo ha scoperto – e forse se lo sta già di nuovo dimenticando – il Corno d’Africa che muore di fame. Si è visto buttare addosso dai giornali cifre inimmaginabili, immagini che non si lasciano vedere. Realtà che ci mostrano uomini e donne come noi, che non solo non posseggono nulla di quanto noi consideriamo necessario: vestiti, casa, lavoro, tempo libero e vacanze ma neppure il minimo necessario per far vivere e sopravvivere i loro bambini. Né latte, né pane, né acqua. Neppure quel pugno di farina che permetterebbe di tirare in là ancora un giorno. Nulla. La solidarietà internazionale si è messa subito all’opera. Sono scattate raccolte di fondi a cui la gente ha risposto con grande generosità. Decine i milioni raccolti sino ad ora. La nostra coscienza può trarre un sospiro di sollievo?
Per troppi motivi, no. Questi dodici milioni di persone in cammino ci chiedono di più. Di fronte ad una calamità di questo tipo non basta mettere mano al borsellino. I soldi non sono e non possono tutto. Prima di tutto perché la gestione delle risorse alimentari del pianeta è una questione politica che va affrontata e gestita in maniera responsabile. Quanti ai vertici dei vari organismi internazionali hanno permesso che si verificasse un’emergenza di queste proporzioni si sono macchiati di un crimine contro l’umanità al pari di criminali di guerra. Se per sbaglio o per dolo, dovrà essere stabilito da tribunali appositamente istituiti. La fatalità o la carestia non c’entra nulla.
Secondariamente, la sola raccolta fondi non basta e non risolve. Prendiamo il caso dell’Eritrea, piccolo Stato schiacciato tra l’Etiopia e il Mar Rosso, parte anch’esso del Corno d’Africa. Di esso non parla nessuno. Perché non vi è carestia? Perché la sua economia è riuscita a scongiurare lo spettro dei granai vuoti? No. Semplicemente perché l’ Eritrea è il fanalino di coda tra tutti i Paesi del mondo per quanto riguarda la libertà di stampa. E’ un Paese blindato da cui non escono notizie ma solo un lento stillicidio di uomini, donne e bambini a cui il mare fa meno paura della loro stessa Patria. In Eritrea, per esempio, le ONG sono state bandite dal territorio nazionale, così come molte organizzazioni vicine alla Chiesa. Chi potrebbe aiutare ha le mani legate e risulta inviso allo Stato. A chi si appoggeranno, allora, le nostre organizzazioni? Nelle mani di chi verseranno i soldi raccolti ? E che dire della Somalia? Dove non solo non vi è un governo centrale, ma neppure un governo, per coordinare questi aiuti che rischiano di alimentare l’ingordigia di pochi invece di placare la fame di molti.
Di fronte ad una crisi umanitaria di queste proporzioni non possiamo sentirci appagati dopo aver versato il nostro tanto o il nostro poco. Questa crisi ci deve interpellare molto più che non le bizze della Borsa. Non esisteemergenze maggiore di quella che vede le persone morire di fame. I bambini morire di fame. Una crisi di questo tipo deve toglierci il sonno, il sorriso. Deve strapparci dall’indifferenza, addirittura dalla depressione. Deve indurci a cambiare vita. A porci delle domande. A pretendere delle risposte. C’è da scendere in piazza. C’è da scioperare. Da partire. Da chiedere trasparenza. Da scrivere articoli.
È arrivata l’ora di indignarci. Nel nome dell’uomo.
Venerdì, 24 Dicembre 2010
24 DICEMBRE
NATALE DUEMILADIECI
Dio-Parola, Dio da Dio, Figlio
dal Padre generato affinché il
mondo fosse,
luce incarnata da eterno Principio!
Tutto
è fatto per mezzo di Lui.
Una luce rompe la tenebra:
a Nazareth Maria riceve il Figlio
della stirpe di Davide, per
Giuseppe,
quell’anno, quell’ora,
quell’istante.
Apre il cielo le porte
alla celeste coorte:
in terra appare
nasce in Betlemme. È nato!
Oggi è qui, è con noi, è noi:
rotto nei cuori è il peccato.
Siamo specchio di Lui. Rechiamo
il seme eterno nel cuore. Portiamo
una parola al mondo, la pace!
Piero Regolatti
Giovedì, 23 Dicembre 2010
23 DICEMBRE
Oggi queste usanze, così legate a una vita contadina e a un mondo più semplice e più
povero che in occidente non conosciamo più sono scomparse, e i cristiani
scoprono di non essere più “padroni” del Natale, una festa ormai strappata loro
di mano. Tuttavia sta proprio a loro, con la loro “differenza” nel vivere il
Natale, essere i custodi del senso profondo della festa e i testimoni della
speranza che celebrano: “l’uomo è un animale chiamato a diventare Dio”. Sì, è
attraverso un’umanizzazione della loro vita, della vita con gli altri, della
vita nella polis, i cristiani saranno più fedeli che mai alla loro identità
mentre coloro che cristiani non sono potranno solo beneficiare del servizio per
una migliore qualità della vita offerto dai cristiani. Non si celebra la venuta
di Cristo nella carne contrapponendosi agli altri, mostrandosi angosciati e
cinici e limitandosi a demonizzare quanti non vivono il Natale da cristiani perché
non hanno la fede. “Non di tutti è la fede”, ci ricorda sempre l’apostolo
Paolo, ma tra tutti è possibile tessere cammini di pace, di giustizia, di
perdono, di ascolto reciproco.
Enzo Bianchi
Mercoledì, 22 Dicembre 2010
22 DICEMBRE
In nome del Padre si inaugura il segno della croce.
In nome della madre si inaugura la vita.
(Erri de Luca)
Martedì, 21 Dicembre 2010
21 DICEMBRE
(...) Ma penso che ci sono anche altri momenti, rapidi e difficili, in cui sente nello stesso tempo che il Cristo è suo figlio, il suo piccolo, e che è Dio. Lo guarda e pensa: «Questo Dio è mio figlio. Questa carne divina è la mia carne. È fatta di me, ha i miei occhi e questa forma della sua bocca è la forma della mia. Mi rassomiglia. È Dio e mi assomiglia. E nessuna donna ha avuto dalla sorte il suo Dio per lei sola. Un Dio piccolo che si può prendere nelle braccia e coprire di baci, un Dio caldo che sorride e respira, un Dio che si può toccare e che vive. Ed è in quei momenti che dipingerei Maria, se fossi pittore, e cercherei di rendere l'espressione di tenera audacia e di timidezza con cui protende il dito per toccare la dolce piccola pelle di questo bambino-Dio di cui sente sulle ginocchia il peso tiepido e che le sorride.
(Jean-Paul Sartre)
Lunedì, 20 Dicembre 2010
20 DICEMBRE
Ricordo che poco dopo la festa del Natale dello scorso anno, in una conversazione sul tempo che passa e sulle feste celebrate, invitavo a riflettere sulla rapidità del tempo e dissi: domani è
Natale. Tutti risero e commentarono… Per me è stato proprio così e domani… è
Natale!
Oggi ho la grazia di sostare un poco davanti a Gesù e di prepararmi guardando
la mia vita all’altezza dei tanti anni!
Una lunga e complessa storia di slanci e di sbagli, di fede, di speranza,
d’amore. Quanto è duro parlare di sbagli! Non vorrei proprio… ma davanti a Gesù
non posso non accettare anche gli sbagli. Sto sentendo quanto siano parte della
mia vita anche tante persone che ho perso di vista, con cui ho avuto contatti
che potrebbero sembrare trascurabili: nulla è trascurabile né per me né per gli
altri e come sento viva questa comunione e condivisione! Mai come in questo
momento ho avvertito l’intimità e il valore del rapporto con gli altri,
talvolta gli altri sembrano in funzione di un progetto da realizzare, di un
servizio da ottenere, di un amore da esprimere, ma non è proprio così. Nessuno
è strumento per noi, né oggetto, né completamento; tutti sono fratelli, figli
di Dio che crescono con noi, che devono dare ciascuno a suo modo lode a Dio.
In questa vigilia di Natale vorrei, innanzitutto, fissare bene queste due
disposizioni di vita: il rapporto profondo, intimo, personale con ogni persona
che in qualche modo è entrata nella mia vita, anche solo con un incontro e il
rispetto, la venerazione che ho cercato di avere per ciascuno (anche quando si
sentiva che imponevo un orientamento e piegavo a una particolare soluzione) e
la ricerca del bene di ciascuno in ogni cosa.
Dico qualcosa che è nel mio cuore e ciascuno con tutta libertà può rileggere
con me una storia che certamente, solo per grazia di Dio, è stata nonostante
gli sbagli una storia di fede, di speranza, di amore e di tante altre belle e
buone cose.
E a ciascuno voglio dire la mia venerazione. E ancora con ciascuno e con tutti
voglio benedire il Signore di tutti i suoi doni. Non c’è una storia che sia
uguale a un’altra: ognuno ha una sua storia ed è meravigliosa. Non c’è uno che
non viva nella pienezza dei doni di Dio e che non possa dire: Cristo è la mia
santità e mi guida fortemente e dolcemente attraverso il suo Spirito.
( Don Francesco, Natale 1981)
Domenica, 19 Dicembre 2010
19 DICEMBRE
Cammino dei Magi
Magi persiani su lenti cammelli
ondeggiano: il primo rimira la stella;
insonnolito il secondo, l‘altro aggiusta la sacca.
Sanno di non sapere: scienza li conduce
alla cieca di giorno, ma di notte
seguono tenaci la cometa.
Da Zoroastro molto hanno appreso:
segni astrali, congiunzioni,
e destini di presente e futuro.
L’animo dell’uomo, essi sanno, vuoto dentro,
mai si adatta e sempre indaga:
cercano, sapendo di trovare
il potente Raìs delle Scritture…
… fin che una notte,
la stanza dei vagiti
Le bocche silenti, lieti i volti
umili fan ritorno all’Asia giudiziosa.
(Piero Regolatti)
Sabato, 18 Dicembre 2010
18 dicembre
Mio padre ha pianto quando sono andato a salutarlo prima di partire. Mi rincresceva non
passare a dargli un saluto e sono arrivato d'improvviso Era solo in casa.Voleva darmi da mangiare, ma non sapeva come fare.
Ci siamo parlati brevemente; non ci diciamo mai molte parole. Quando gli dissi "Allora ciao, fa' buon Natale", improvvise gli sono sbocciate le lacrime. E' un padre che sperava forse di passare questo Natale con il figlio e lo vede andare lontano. Neppure questa piccola gioia di vedere il figlio a Natale, neppure quest'anno...E mi diceva: "Va', non tardare, non pensarci..."Come si può non pensare? Il mistero del figlio che si dona è anche mistero di genitori che donano. Ho pensato al Padre che sta nei cieli e dona il Figlio nel mistero del Natale vicino. C'è una grande differenza, è vero, ma perché Dio è infinitamente grande, non perché il dono dei genitori non sia una umana partecipazione al grande mistero.Ora mi pare che la visione interiore sia più chiara.Possiamo insieme benedire il Signore per un mistero d'amore che viviamo e che appare di giorno in giorno più profondo, più grande, più sacro.Cercare di capire Gesù che si fa uomo in un angolo del mondo, senza che la massa degli uomini se ne accorga. È la risposta di tanti uomini in movimento a questi atti d'amore; corrispondenza interiore con cuori lontani,
incomunicabilità con cuori vicini.
(Don Francesco, Partenza per il Camerun, Natale
1978)
Venerdì, 17 Dicembre 2010
17 DICEMBRE
Dal cielo tutti gli Angeli

videro i campi brulli
senza fronde né fiori
e lessero nel cuore dei fanciulli
che amano le cose bianche.
Scossero le ali stanche di volare
e allora discese lieve lieve
la fiorita neve.
(U. Saba)



