Qualche giorno fa in Giappone si è tenuto il "Love your wife day", un giorno in cui i mariti vengono invitati a gridare da un palco, l’amore che provano per la propria moglie. Un’idea certamente un po’ stramba. Di sicuro, inusuale. Ma devo dire di aver provato una certa emozione all’idea di questi mariti che osano gridare alla propria moglie e a chiunque abbia voglia di starli a sentire, l’amore che provano. Sfidando il ridicolo. Il naturale senso del pudore e la proverbiale riservatezza maschile per tutto quello che riguarda la vita sentimentale. Affermare di amare la propria moglie non fa notizia. Diffondere questo privatissimo vissuto sembra non interessare a nessuno. Di rado lo si fa. In Oriente come in Occidente. Forse lo si dà per scontato. Mentre sono i dissapori, le infedeltà e i tradimenti, a far notizia. Poco importa se si tratti di Brad Pitt ed Angelina Jolie o del nostro vicino di casa. Poco importa se lo si legga su un tabloid o lo si mormori tra gli scaffali del supermercato. Tradimenti e disamori ci coinvolgono, ci solleticano. Ci trasmettono la voglia di comunicarli ad altri, di diffonderne i dettagli. Magari anche ingigantendoli. La felicità, invece, e quella coniugale in particolare, è un sentimento piano, sornione, che sembra vivere di poco e di poco accontentarsi. Per lo più vive nel silenzio, tra le mura di casa, alimentandosi di gesti quotidiani: gesti semplici e ripetitivi, resi quotidianamente nuovi solo dal sentimento da cui prendono origine, l’amore. Ma non c’è nulla né di scontato né di normale, in tutto ciò. Non si improvvisa un matrimonio. Tanto meno un matrimonio felice. Lo si costruisce. Con coscienza e volontà. Lasciando che il sentimento da cui ha preso inizio maturi di paro passo con l’età che passa e il tempo che avanza. Conservando sempre dinnanzi agli occhi l’obiettivo da cui si è partiti, ossia la condivisione della vita. Dove con-dividere non significa soltanto vivere insieme gli stessi spazi e la stessa vita, ma vivere insieme l’invisibile vita delle emozioni e dei sentimenti. Riuscirci è un evento. Un evento che merita commenti e anche visibilità. Forse è per questo che il goffo, sgraziato, puerile esperimento nipponico di gridare ai quattro venti l’umile amore coniugale, mi ha emozionata. Certamente più che una cascata di rose gettate dall’elicottero o qualche altro gesto clamoroso alla “Stranamore”. San Valentino può essere un’ottima occasione per dare visibilità all’amore. Anche a quello coniugale. Anche a quello vecchio di tanti anni. L’augurio che faccio a tutti è che non rimanga la festa di un giorno, ma il punto di partenza per progettarne altri mille!
Domenica, 14 Febbraio 2010
AUGURI PER SAN VALENTINO
MA CHE COSA FA DIO?
Di
fronte ad una tragedia, ad una morte che riteniamo inutile, prematura,
ingiusta, vorremmo delle spiegazioni. Conoscere il perché, individuare un colpevole, il capro espiatorio che si accolli responsabilità e colpe ci farebbe bene. Appagherebbe quel senso di giustizia
che naturalmente ci portiamo dentro e che dà ordine e coerenza al nostro
quotidiano vivere. Un trauma forte come la perdita di una persona cara, scuote
dalle fondamenta questo sentimento, mostrandosi all’improvviso completamente
inadeguato ed insufficiente per farci comprendere l’accaduto. Da un momento
all’altro ci troviamo sospesi in una realtà di cui non comprendiamo più le
leggi. Traditi nelle nostre certezze più radicate. Perché se un Dio c’è, lascia
che succeda fatti come questi? E che
valore può avere per le nostre vite un Dio che sembra indifferente nei
confronti della sofferenza dei suoi figli? E anzi, lascia che la morte tronchi
assurdamente vite giovani, innocenti, senza muovere un dito per impedirlo?
Sono
domande queste che anche molti teologi, molti uomini di fede, si sono posti nei
secoli e ancora oggi si pongono. Domande laceranti che fanno male, ma a cui tutti
noi dobbiamo cercare di dare una risposta. Magari ci vorrà tutta una vita per
trovarla, per farla profondamente propria. Ma lo dobbiamo a noi stessi. E lo
dobbiamo anche a chi non c’è più, perché è proprio attraverso la nostra domanda
di senso, la nostra volontà di capire, che lo manteniamo vivo in noi. Di fronte
all’irreparabile, alla perdita di una persona cara non possiamo fermarci al
dolore o alla rabbia. Certo, dolore e rabbia fanno parte dell’elaborazione
della perdita. Ma ci viene chiesto di andare oltre.
Ho spesso l’impressione che oggi più che non in
altri tempi della nostra storia, viviamo o meglio galleggiamo in superficie. Viviamo
come appoggiati alla vita. Senza mai immergerci in profondità. Ci lasciamo
guidare da impulsi ed istinti, da mode ed abitudini, pensando, anzi, dando per
scontato, che sia tutto qui. La perdita di una persona cara tronca questo
nostro movimento orizzontale. Squarcia il velo che ci impedisce di vedere
l’immensità del mare che ci circonda. Se
decidiamo di non chiudere gli occhi, scorgiamo
un universo immenso che sgomenta e incanta. Scopriamo che la vita non è solo
ciò che vediamo. E che non risponde alle categorie secondo cui siamo abituati a
ragionare. Molto mi ha colpito, proprio in questi giorni, leggere il necrologio
scritto dalla famiglia di un altro ragazzo prematuramente scomparso. “Con te
abbiamo incontrato la paura, la sofferenza e la speranza. Ci hai insegnato cosa
è la gioia e la serenità, la tolleranza e la generosità, i valori dell’amicizia
e della famiglia, e soprattutto cosa significa il grande amore senza confini.
Spesso ci hai fatto superare i nostri limiti e stando accanto a te moltissimi
problemi sono diventati banali. Grazie alla tua presenza la nostra vita è
diventata ricca (…)”. Il ragazzino frequentava la scuola speciale presso l’OTAF
di Sorengo. Non sempre le cose sono come sembrano. E anche la morte non è
l’ultima parola. E’ una parola forte e
dura come un diamante, con cui la nostra vita deve confrontarsi, scontrarsi,
collidere. Per essere vita.
Domenica, 17 Gennaio 2010
HAITI: IL TERREMOTO SQUARCIA IL VELO SU UN'ALTRA TRAGEDIA
La tragedia di
Haiti mi riporta alla memoria Band Aceh, in Indonesia, dove cinque anni
fa si è abbattuto lo tsunami che ha causato 220 mila vittime. Ho
visitato Band Aceh quest'estate. A cinque anni dall'evento, le tracce
restano a tutt'oggi visibili. Co
me
una cicatrice che resta a testimoniare in maniera irreversibile che lì
qualche tempo prima è avvenuto un fatto traumatico. A Band Aceh la
gente oggi è tornata a rivivere. Ha ripreso ad abitare su quella costa.
A mettere al mondo figli, abitare le loro capanne, mandare avanti i
loro piccoli commerci. Ma la cicatrice c'è. La percecipisci come cosa
viva. Concreta. La vita ha ripreso. E così che gira il mondo. Tutto
passa e ricomincia. Ma nulla più é uguale a prima. Per Haiti, immagino,
sarà la medesima cosa. Oggi non c'è più nulla. Solo una grande voragine
dentro cui in un attimo lungo un minuto è spofondata la vita di tutti.
Decine di migliaia di persone non ne sono piû emerse. Altri sì. Alcuni
subito. Altri dopo due, tre giorni, liberati da amici, parenti,
soccorritori, persino da una troupe televisiva australiana. Ma quella
voragine si è portata via il passato di tutti. Nulla sarà mai più
uguale a prima. Troppi mancano all'appello. Troppo grande da superare
il trauma di ritrovarsi da un momento a vivere senza piû alcun punto di
riferimento. Una giornalista sulla Stampa qualche giorno fa aveva
denunciato con un bellissimo editoriale l'estrema povertà degli
abitanti di Port au Prince già da prima del terremoto. Una povertà che
impedisce di pianificare alcun futuro. Che permette di vivere solo di
pasto a pasto, con l'unica preccupazione di riuscire a sopravvivere per
un altro giorno. Con una mortalità infantile elevatissima e una
speranza di vita, a questa, inversamente proporzionale. Quindi, in un
certo senso, conclude la giornalista, molti di quei corpi che oggi
vengono estratti coperti di polvere dalle macerie, avevano sin da prima
i giorni contati. E questo nell'indifferenza del mondo. L'evento
traumatico di martedi 12 gennaio ha squarciato questo velo. Portandoci
in casa, non una ma due realtà che fanno star male. Leggo che da tutto
il mondo si fanno avanti persone che vorrebbero adottare i bimbi
sopravvissuti che hanno perso la loro famiglia. Comprendo il gesto, ma
mi fa anche male. Non penso che la giusta reazione sia quella di
portare via da quel paese chichessia. E tantomeno i bambini che di una
Paese sono il futuro e la speranza. Il nostro compito e impegno dovrà
essere quello di non dimentiarci di questi bambini, aiutandoli e
accompagnanoli a diventare adulti. E questo sostenendo attraverso il
commercio equo le loro fragili economie, le loro timide infrastrutture
turistiche. Negli anni a venire quei bambini divenuti adulti ci saranno
grati se sceglieremmo per i nostri guardaroba abiti che non rechino tra
le loro pieghe segni del loro sfruttamento, se porteremo in tavola
cibi che sono stati loro pagati equamente e se i nostri figli
giocheranno con palloni che non rechino cuciture fatte dai loro figli.
Siamo chiamati a fare un salto di qualità. Un salto che ci porta dal
piano emotivo ad un'altro piû ragionato e concreto. Un piano che
diventa stile di vita e che si basa sul fatto di non volere e non
potere più accettare che nel mondo la forbice fra chi non ha nulla e
chi non sa che farsene del proprio troppo, continui ad allargarsi.
Lasciando entrambi gli estremi sconfitti e infelici. Haiti, "l’isola
degli Schiavi che non sono mai riusciti ad affrancarsi", così l'ha
definita la giornalista Lucia Annunziata in un suo articolo, si è
svelata in questo drammatico modo agli occhi dell'Occidente. Crediamo
che possa bastare per non venire più dimenticata. Per rimanere dinnanzi
ai nostri occhi come un monito che ci grida che non possiamo più
continuare a vivere ignorando deliberatamente l'altra faccia del mondo.
Giovedì, 31 Dicembre 2009
AUGURI

Cari lettori, cari amici,
nel congedarmi dall'anno appena trascorso vi invito a lettere/rileggere "Il venditore ambulante e il passeggero" tratto dlle Operette Morali di Leopardi (di cui sopra ho scelto un breve estratto). Non so cosa aspettarmi da questo duemiladicei e mi è sembrata bella la riflessione di Leopardi: la forza del nuovo anno sta proprio nella sua NOVITÀ. Da quella novità che Dio ha in serbo per noi. A noi spetta l'avventura prima di scoprirla e poi di farla nostra e infine di percorrerla. Buona ricerca, allora, amici cari e lettori fedeli! Buon Duemiladieci!
Giovedì, 24 Dicembre 2009
CALENDARIO DELL'AVVENTO/24 DICEMBRE

Natale rifugge dal tempo che corre
- è il figlio del tuono che giunge
Tutto cambia cambierà ed è cambiato
nulla resterà né mai è restato
Scorrono i tempi ed i natali
ma l’ora giunge del segno veritiero:
un riscatto offerto all’uomo vero
toglie per sempre violenza
dona la via di pazienza
Una carne fusa all’Assoluto
giunge al mondo a istigare ogni vissuto;
la pace da ora porta guerra,
il fronte è la mente, il cuore la terra
Accade Natale - l’uomo sincero
sia persuaso del Buono e del Vero
(Piero Regolatti)
Martedì, 22 Dicembre 2009
CALENDARIO DELL'AVVENTO/23 DICEMBRE
Qui
la gente va veloce ed il tempo corre piano
come un treno dentro a una galleria
tra due giorni è Natale e non va bene e non va male
buonanotte torna presto e così sia.
E tu scrivimi, scrivimi
se ti viene la voglia
e raccontami quello che fai
se cammini nel mattino e ti addormenti di sera
e se dormi, che dormi e che sogni che fai.
(Natale, Francesco De Gregari)
CALENDARIO DELL'AVVENTO/22 DICEMBRE

«Ventiquattro giorni e ventiquattro notti di neve per tutti!» (Un
Natale di Dylan Thomas)
Domenica, 20 Dicembre 2009
CALENDARIO DELL'AVVENTO/21 DICEMBRE
AUGURI SCOMODI
Carissimi,
non obbedirei al mio dovere di vescovo se vi dicessi “Buon
Natale” senza darvi disturbo.
Io, invece,
vi voglio infastidire. Non sopporto infatti l’idea di dover rivolgere
auguri innocui, formali, imposti dalla routine di calendario.
Mi lusinga
addirittura l’ipotesi che qualcuno li respinga al mittente come
indesiderati.
Tanti auguri
scomodi, allora, miei cari fratelli!
Gesù che
nasce per amore vi dia la nausea di una vita egoista, assurda, senza
spinte verticali
e vi conceda
di inventarvi una vita carica di donazione, di preghiera, di silenzio, di
coraggio.
Il Bambino
che dorme sulla paglia vi tolga il sonno e faccia sentire il guanciale del
vostro letto duro come un macigno, finché non avrete dato ospitalità a
uno sfrattato, a un marocchino, a un povero di passaggio.
Dio che
diventa uomo vi faccia sentire dei vermi ogni volta che la vostra carriera
diventa idolo della vostra vita, il sorpasso, il progetto dei vostri
giorni, la schiena del prossimo, strumento delle vostre scalate.
Maria, che
trova solo nello sterco degli animali la culla dove deporre con tenerezza
il frutto del suo grembo, vi costringa con i suoi occhi feriti a
sospendere lo struggimento di tutte le nenie natalizie, finché la vostra
coscienza ipocrita accetterà che il bidone della spazzatura,
l’inceneritore di una clinica diventino tomba senza croce di una vita
soppressa.
Giuseppe, che
nell’affronto di mille porte chiuse è il simbolo di tutte le delusioni
paterne, disturbi le sbornie dei vostri cenoni, rimproveri i tepori delle
vostre tombolate, provochi corti circuiti allo spreco delle vostre
luminarie, fino a quando non vi lascerete mettere in crisi dalla
sofferenza di tanti genitori che versano lacrime segrete per i loro figli
senza fortuna, senza salute, senza lavoro.
Gli angeli
che annunciano la pace portino ancora guerra alla vostra sonnolenta
tranquillità incapace di vedere che poco più lontano di una spanna, con
l’aggravante del vostro complice silenzio, si consumano ingiustizie, si
sfratta la gente, si fabbricano armi, si militarizza la terra degli umili,
si condannano popoli allo sterminio della fame.
I Poveri che
accorrono alla grotta, mentre i potenti tramano nell’oscurità e la città
dorme nell’indifferenza, vi facciano capire che, se anche voi volete
vedere “una gran luce” dovete partire dagli ultimi.
Che le
elemosine di chi gioca sulla pelle della gente sono tranquillanti inutili.
Che le pellicce comprate con le tredicesime di stipendi multipli fanno
bella figura, ma non scaldano.
Che i ritardi dell’edilizia popolare sono atti di sacrilegio, se provocati
da speculazioni corporative.
I pastori che
vegliano nella notte, “facendo la guardia al gregge ”, e scrutano
l’aurora,
vi diano il
senso della storia, l’ebbrezza delle attese, il gaudio dell’abbandono
in Dio.
E vi ispirino
il desiderio profondo di vivere poveri che è poi l’unico modo per
morire ricchi.
Buon Natale!
Sul nostro vecchio mondo che muore, nasca la speranza.
Tonino Bello
CALENDARIO DELL'AVVENTO/20 DICEMBRE

Attendere nella notte del mondo dentro il dolore degli uomini e delle donne del nostro tempo.
Attendere i passi della salvezza
Attendere...
Sabato, 19 Dicembre 2009
CALENDARIO DELL'AVVENTO/19 DICEMBRE
Possa tu aver sempre lavoro da fare per le tue mani/Possano le tue tasche contenere sempre una moneta o
due/Possano i raggi del sole filtrare sempre dai tuoi
vetri/Possa l'arcobaleno seguire sempre ogni pioggia/
Possa la mano di un tuo amico essere sempre vicina a
te/E possa Dio riempire il tuo cuore con così tanta
felicità da acclamarti. (benedizione irlandese)
Giovedì, 17 Dicembre 2009
CALENDARIO DELL'AVVENTO/18 DICEMBRE

"In nome del padre s’inaugura il segno della croce. In nome della madre s’inaugura
la vita”.
CALENDARIO DELL'AVVENTO/17 DICEMBRE
Natale
Non ho voglia/di tuffarmi/in un gomitolo/di strade.
Ho tanta/stanchezza/sulle spalle.
Lasciatemi così/come una cosa/posata/in un angolo/e dimenticata.
Qui/non si sente/altro/che il caldo buono.
Sto/con le quattro/capriole di fumo/del focolare. G.Ungaretti
Martedì, 15 Dicembre 2009
CALENDARIO DELL'AVVENTO/16 DICEMBRE
La Natività in Austria è
annunciata da potenti squilli di tromba dall'alto delle cattedrali. L'Austria
cattolica vanta la pastorale più celebre e più cara : "Stille Nacht",
che noi conosciamo come "Astro del Ciel". Questa meravigliosa canzone
fu eseguita per la prima volta nella chiesa di S. Nicola a Obendorf, vicino a
Salisburgo. Era la vigilia di Natale del 1818 e Padre Mohor era stato chiamato
per battezzare un neonato. Era una sera particolarmente chiara e le stelle
brillavano come perle nel firmamento blu.
CALENDARIO DELL'AVVENTO/15 DICEMBRE
Lunedì, 14 Dicembre 2009
CALENDARIO DELL'AVVENTO/14 DICEMBRE
Ricorda sempre di
dimenticare
Le cose che ti resero triste
Ma non dimenticare mai di ricordare
Le cose che ti resero felice
Ricorda sempre di dimenticare
Gli amici che si dimostrarono falsi
Ma non dimenticare di ricordare
Coloro che furono attaccati a te
Ricorda sempre di dimenticare
I problemi che hai passato
Ma mai dimenticar di ricordare
Le benedizioni che vennero giorno dopo giorno. (Benedizione irlandese)



