cui passi s’incrociano quotidianamente con i miei. Famiglie con cui da una vita
condivido le piccole, come le grandi cose della quotidianità. Famiglie
sconosciute, che incontro al supermercato, vedo sporadicamente nei corridoi
delle scuole o rivedo dopo tanto tempo e tanto piacere, a bordo di una pista di
atletica. Ciascuna con una storia diversa. Per il numero dei figli. L’età. La
situazione di vita. Famiglie giovani, meno giovani, ricostruite. Famiglie
composte da una mamma e un figlio. Con due padri. Con una zia soltanto.
Famiglie dove la mamma è venuta a mancare. Famiglie dove ci sono tutti, ma dove
se n’è andato l’amore. Famiglie che volevano essere “famiglia” ma non ce
l’hanno fatta, qualcosa si è spezzato prima, qualcosa si è rotto dopo. Da
alcuni mesi a questa parte il mio sguardo su tutte loro è diventato più
attento. Le guardo e mi domando: “Che cosa il Papa potrà loro dire”. “Riuscirà a
trovare parole capaci di toccare i loro cuori? Parole capaci di indirizzare,
motivare, consolare, tutte queste persone legate tra di loro da legami sentiti
sempre più fragili. Sempre più volatili?” Ma la mia domande è anche un’altra: Chi
sono queste famiglie che si metteranno in strada per Milano? Famiglie che cercano? Famiglie che hanno già
trovato? Famiglie che vogliono mettersi
in questione? O piuttosto che cercano conferme? Che cosa il Papa saprà dire a
questa signora che mi precede alla coda del supermercato con nel carrello
Nutella e cereali, quindi probabile madre. O alla mamma di quell’amico di mio figlio che da tre settimane va a
scuola col contagocce perché tanto sa già che boccia. O ancora alla mia amica
che ha perso un figlio di vent’anni, come nessuno vorrebbe mai perderlo. O al marito di quell’altra amica che è stato
escluso dalla custodia del loro bimbo di due anni. Dovranno essere parole di un
forza inaudita, nel vero senso del termine di “parole mai udite prima”. Parole
capaci di risollevare i nostri animi provati, feriti, stanchi, disillusi. Ma soprattutto
dovremo avere voglia di ascoltarle. La pazienza di tendere l’orecchio per
ascoltarle. Oltre l’abitudine o il pregiudizio. Foss’anche solo per curiosità.
Per cercare di capire che cosa quel vecchio vestito di bianco ha da dirci
su questa nostra realtà. Che sentiamo
così gelosamente nostra e privata che non amiamo quando qualcuno viene a
raccontarcela. Qualcuno, poi, che
(forse) non ha mai spinto un passeggino, cambiato un pannolino o amato una
donna. Io penso che Benedetto XVI saprà trovare queste parole. Proprio in virtù
di questo su punto di vista così altro. Di questo suo essere così altro. Le
immagino parole di rugiada capaci di rinfrescare le nostre gole riarse dai
discorsi sempre uguali, dai luoghi comuni, dalle bugie che raccontiamo e ci
raccontiamo. Parole di fuoco in grado di riaccendere la nostra voglia di
condivider la vita con chi ci sta al fianco e tornare a sentire come il tempo più bello e importante quello che
investiamo nei legami familiari. Parole
vere, che potranno esser d’aiuto alla mia amica che ha perso suo figlio, a
vent’anni soltanto.


a. Due anni di cure, caratterizzati da
NATALE DUEMILADIECI








