Lunedì, 22 Febbraio 2010
Tra Chelsea e manette…
Mercoledì, 8 Luglio 2009
HC LUGANO, UNA QUESTIONE (SOPRATTUTTO) DI IMMAGINE
È del resto proprio sul fronte dell’immagine che l’HCL sta da ormai troppi anni cercando soluzioni che non arrivano, un po’ perché in casa gliene sono successe di tutti i colori, un po’ perché a “tradire” il presidente uscente è stata proprio quella sua passionaccia sfogata in un presenzialismo a tutti i livelli che in mancanza di risultati sportivi ha poi finito col travolgerlo. Una cosa ci sembra evidente: Rossi all’HCL ha dato più di quanto abbia ricevuto, ma se non ha ottenuto quanto lui e il club si aspettavano, è proprio perché sovente ha in qualche modo “esagerato”. Rossi è atterrato sul pianeta sport vestito da tifoso, e come tale ha spesso agito e reagito, pagandone ben presto sulla sua pelle prezzo e conseguenze. Laurenti torna invece alla ribalta e ai vertici di un club di cui è da sempre tifoso (ed al quale in passato fu già molto vicino come sponsor) già sapendo molto bene cosa significhi “fare” il dirigente di prima linea, perché già lo ha fatto nel basket e poi nel calcio, vincendo e convincendo su entrambi i fronti.
Il discorso, in fondo, sta tutto qui, e lo si è scritto chissà quante volte: oggigiorno, esattamente come succede sul piano tecnico con la squadra, la “quotidianità” di un club professionistico di alto livello va gestita da professionisti. Obiettivo primario del presidente – carica fondamentalmente di volontariato – deve invece essere / diventare quello di sviluppare e “vendere” un’immagine del suo club il più possibile popolare, il più possibile positiva, il più possibile vincente. Rossi ci ha provato, ma non ce l’ha fatta. Ora tocca a Laurenti. Il Lugano riparte da capo: Laurenti invece no. E questo è già un bel vantaggio.
Giovedì, 25 Giugno 2009
Eppur... si muove
Lunedì, 15 Giugno 2009
Lugano in ginocchio: di chi la colpa?
dal Lugano all'Allmend di Lucerna. Un 5-0 che è il triste epilogo di una stagione vissuta ai vertici del campionato di Challenge League. Sulle rive del Lago dei Quattro Cantoni, la formazione di Simone Boldini non è riuscita a resistere a Paiva e compagni: poche le idee in mezzo al campo, troppo leggere le fasce dei vari Preisig, Da Silva, Thrier e Perrier, molte le disattenzioni della retroguardia centrale e mancanza quasi totale di carattere. Ma di chi è la colpa? Della società (passiva al momento di rimpiazzare Baldo)? Di Boldini (mai nessun cambio vincente, anzi...)? Dei giocatori?Giovedì, 11 Giugno 2009
Il record della vergogna
Venerdì, 5 Giugno 2009
Roger, se non ora quando?
Se non ora quando? Roger, se non ora quando? Vien da chiederselo, prendendo in prestito le parole di Primo Levi. Perché per Federer questa è la grande occasione, anzi è l'OCCASIONE. Nadal, Djokovic, Murray, sono tutti fuori dai giochi. Battuto anche il terribile lungagnone Juan Martin Del Potro - si diceva che questo era il suo torneo! - ora tra Federer e l'immortalità tennistica c'è solo Robin Söderling. Una sorta di miracolato, che dovrebbe baciare la terra (rossa) solo per il fatto di aver eliminato Nadal. Ma no, figurarsi, lo svedese con le braccia da boscaiolo e, soprattutto, con un servizio da far veniri i brividi ai giudici di linea, vuole proprio esagerare.
E domenica, cosa succederà? Abbiamo un Federer tutto nuovo. Un Federer che non vince di fioretto, ma che stronca l'avversario alla distanza (avete visto com'era cotto Del Potro alla fine? e com'era fresco Federer?). Un Federer che soffre e che (ci) fa soffrire. Un Federer che oramai gode dell'assoluto, incondizionato amore del pubblico parigino. Sul Philippe Chatrier si sono trattenuti giusto con Mathieu e Monfils - ma neanche troppo... - per poi dar sfogo a tutta la passione per il campione elvetico. In semifinale, il silenzio dopo i punti di Del Potro era quasi imbarazzante... Sembra tutto scritto: il quattordicesimo titolo del Grande Slam, finalmente l'incoronazione al Roland Garros, l'assoluta e definitiva consacrazione di King Roger agli onori di più grande di sempre. Ma non è così.Ci sarà da soffrire, da sudare. Nulla è scontato. Ma Federer, se non ora quando?
Mercoledì, 3 Giugno 2009
L'incredibile costanza di Federer
Salvezza, orgoglio e speranze
Un viaggio lungo dieci mesi, dal 17 luglio 2008 al 30 maggio 2009. È la bella favola del Bellinzona. Un cammino iniziato ai piedi del monte Ararat e conclusosi sabato scorso in un’altra giornata di festa. A Erevan la gioia per la prima partecipazione – ma soprattutto vittoria – in Coppa UEFA, a Sion l’orgoglio e la testa alta per una salvezza conquistata in largo anticipo. È stata un’annata logorante ed impegnativa. Ma alla fine ne è valsa la pena. Ora si ride e si scherza, i giocatori si prendono in giro quando si chiede loro di dare una valutazione alla propria stagione. Qualcuno si tira indietro, altri, spavaldi, prendono in mano un bel “5”. Si percepisce la letizia per quanto hanno saputo fare. E dare. Gli sguardi si illuminano quando riaffiorano alla mente le vibrazioni dell’Ali Sami Yen o i “pareggi-miracolo” in casa di Zurigo e Basilea. O ancora la vittoria contro lo Young Boys. Ricordo perfettamente una battuta di Mangiarratti a Vlado Petkovic al termine della gara al Comunale. «Vi abbiamo messo sotto, eh?». E poi quel sorriso simpatico, contraccambiato dall’ex tecnico granata, ma che la dice lunga sulla consapevolezza dei propri mezzi. Certo, qualche errore c’è stato. Provate a chiederlo a mister Schällibaum. La sua panchina ha traballato.
A Bellinzona nessuno lo ammetterà, ma alcuni KO non sono passati inosservati. È stata brava la società – con il presidente Giulini e il DG Degennaro in prima fila – a mantenere la calma e continuare sulla strada intrapresa. E sullo slancio di una salvezza conquistata brillantemente si dovrà proseguire pure l’anno prossimo. Un qualche elemento di certo partirà. È inevitabile, è la legge dei meno forti. I pezzi pregiati però hanno un prezzo e i tifosi devono stare tranquilli. La passata stagione ha dimostrato che negli uffici del Comunale c’è intesa e fiuto per le scommesse. Di “puntate” ce ne sono state tante. Quasi tutte vittoriose. Non sarebbe giusto fare nomi. In fondo cambiano e cambieranno i protagonisti, ma il DNA è rimasto invariato. Sotto i castelli c’è un gruppo speciale e perfettamente miscelato. E allora, come scrissi dopo la vittoria contro l’Ararat, “Bellinzona, non smettere di stupire”. Nemmeno l’anno prossimo.
E voi cosa pensate della stagione del Bellinzona?
Leggi le "autopagelle" dei giocatori granata.
Giovedì, 28 Maggio 2009
Federer tra paura e presentimenti
Vogliamo gioire per il grande recupero di Roger Federer alla sua seconda uscita parigina? Certo, possiamo farlo, eccome. Ad essere ciechi ottimisti, potremmo vedere nella partita odierna del nostro "Rodge" solamente il carattere, la caparbietà, la forza di volontà del nostro campione. Però, attenti. Non dimentichiamoci che il basilese si è trovato ad un passo dal rimanere fuori dai giochi del torneo parigino, già nel secondo turno (e questo non succede da tempo immemore!), contro Jose Acasuso. Che è sì un argentino terraiolo - e quindi il peggior avversario per Federer - ma è anche un giocatore in netta involuzione. Prima di questo Roland Garros, Acasuso aveva perso otte delle sue ultime nove partite nel circuito (peraltro contro giocatori tutti di medio valore), finendo a ridosso del cinquantesimo posto della classifca ATP. Quindi stiamo parlando non di un giocatore al suo top della forma e, soprattutto, stiamo parlando di un "signor perdente", uno che quando si trova ad un passo dal successo, crolla regolarmente. Qualcuno forse ricorderà l'ultima finale di Coppa Davis, quando nel match decisivo, davanti al proprio pubblico, con due set a uno di vantaggio su Fernando Gonzalez, finì - anche lì - per crollare sotto la tensione del momento, facendosi infilare dallo spagnolo, il quale consegnò l'Insalatiera nelle mani degli iberici.
Ebbene se contro Acasuso, Federer ha sfiorato il clamoroso KO, cosa potrà succedere, quando si troverà di fronte Djokovic o Nadal. Il problema è che non possiamo più spavaldamente pensare che - al di fuori di Nadal - Federer possa stracciare tutti, magari con una gamba sola (...) senza versare una goccia di sudore. Abituiamoci a queste sofferenze, amici. Perché Roger Federer è tornato un essere umano, un comune mortale. Uno che, come tutti, può perdere da chiunque.
Domenica, 24 Maggio 2009
Violenza negli stadi svizzeri: che l’alcol non diventi un alibi
Fatto sta che oggi ad aver superato i livelli del sopportabile è appunto la scena calcistica elvetica. Il dibattito negli scorsi giorni è tornato allora a toccare uno degli storici quanto inevitabili punti dolenti: ovvero l’alcol come carburante della violenza fine a se stessa. Dimenticando tra l’altro - o almeno così m’è parso - il “fumo”, che sulle cosiddette curve va invece alla grande.
In poche parole: la vendita di alcol va vietata negli e / o attorno agli stadi? Apriti cielo: per i club, per i gestori di buvette, bar, snack e ristoranti vari, dentro e attorno agli stadi, sul piano economico sarebbe una condanna a morte. E allora l’ipotesi sembra destinata a rimanere tabu.
Il nocciolo della questione, a parer mio, non è del resto questo. Ai recentissimi Mondiali hockeistici di Berna e Kloten a fine giornata sembrava di trovarsi non tanto ad un evento sportivo quanto a una festa campestre per migliaia di alcolisti. Nessuna sorpresa, nessuno scandalo: è quasi sempre così, ai Mondiali di hockey. Eppure, in trent’anni di frequentazione, mai ho assistito a scene di violenza come quelle cui il più delle volte mi tocca assistere alla Resega piuttosto che alla Valascia e rispettivi dintorni, al Comunale di Bellinzona piuttosto che al Lido di Locarno, al St. Jakob Park piuttosto che al Letzigrund (e non si senta assolto chi non è stato citato...).
Perché ai Mondiali di hockey il “popolo” beve fino allo sfinimento ("150 mila litri di birra venduti in due settimane? Troppo pochi, i conti non tornano", è stato annunciato due settimane fa in conferenza-stampa...) e fanno festa e carnevale dentro e fuori lo stadio, e nemmeno si sognano di mettersi le mani addosso? Perché tifano per e (quasi) mai contro? Perché si divertono prima, durante e dopo l’evento sportivo?
Semplice, fin troppo semplice: perché all’appello mancano i teppisti, quelli che negli stadi di cui sopra vanno solo per cercare la bagarre, per dar sfogo alle loro frustrazioni ed ai loro istinti più violenti. Loro ai Mondiali non vanno, perché a loro non è l’evento sportivo come tale ad interessare. Loro vanno alle partite di campionato, perché lì sì che c’è mezzo di da provocare e picchiare, assaltare e devastare, con la scusa del “tifo”. Lì possono permetterselo perché club, polizia e autorità politiche locali - nemmeno in una realtà pur sempre provinciale come quella svizzera - sono state finora in grado di “eliminarli” fisicamente dai loro spalti. Sono una piccola minoranza, quegli imbecilli dediti alla violenza fisica, eppure la fanno da padroni. Perfettamente conosciuti, magari schedati, persino diffidati. Eppure sempre presenti in curva, e sempre pronti a far disastri.



