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Breve storia del Presepe da Giotto a Marc Chagall

19.01.2014 - aggiornato: 24.06.2016 - 12:31

Dalle antiche rappresentazioni allegoriche ai quadri più arditi degli artisti moderni. Un viaggio nella storia di un tema che ha affascinato gli artisti di ogni epoca: la Natività.

di Giorgio Brenni

 

Le prime fonti della natività o del presepe cioè greppia, mangiatoia, ma anche recinto dove venivano custoditi ovini e caprini, sono i 180 versetti dei Vangeli di Matteo e Luca, cosiddetti dell’infanzia che riportano la nascita di Gesù avvenuta al tempo di Erode, a Betlemme di Giudea. La tradizione, prevalentemente italiana, risale all’epoca di S. Francesco d’Assisi che nel 1223 realizzò a Greccio la prima rappresentazione vivente della Natività poi riprodotta circa 70 anni dopo nella Basilica superiore di Assisi, affresco attribuito a Giotto. Il primo presepe scolpito a tutto tondo è quello conservato nella Basilica di S. Stefano a Bologna. È composto da statue di dimensioni umane scolpite da tronchi di tiglio e di olmo, forse nell’ultimo decennio del XIII secolo da uno anonimo scultore bolognese. L’opera rimase senza coloritura fino al 1370, quando fu incaricato il pittore bolognese Simone dei Crocefissi che ne curò la ricca policromia e la doratura con il suo personalissimo stile gotico. 

Giotto, il precursore

Fin dalle più antiche raffigurazioni della Natività un posto di rilievo è riservato, nella grotta, ai due animali più importanti: il bue e l’asino. Uno dei primi artisti a dipingere la sacra scena inserita nel contesto storico dell’epoca è Giotto (vedi immagine sotto). Secondo alcuni studiosi il bue e l’asino rappresentano elementi allegorici che, sulla scorta della profezia di Isaia 1,3 (« il bue riconosce il suo proprietario, e l’asino la mangiatoia del suo padrone, ma Israele non conosce e il mio popolo non comprende») divennero il simbolo del popolo ebreo e dei pagani e l’espressione plastica dell’insensibilità religiosa e della deviazione dell’uomo nei confronti di Dio.

I gesti e gli sguardi

Nel Quattrocento è la scuola fiamminga ad influenzare la produzione artistica europea della natività. Nella sua “Natività” Robert Campin (1378-1444) sublima la scena, resa preziosa dagli sfarzosi costumi quattrocenteschi. La pittura del Quattrocento e del Cinquecento non offre al Presepe solo idee di natura formale (i paesaggi e le figure) ma anche, a generazioni di artisti e artigiani, gli schemi narrativi quali gesti e sguardi dei personaggi. La pala dell’“Adorazione dei Pastori” del fiorentino Domenico Bigordi detto il Ghirlandaio. Tipicamente fiamminga è l’attenzione al dettaglio, dove però ogni oggetto ha un preciso ruolo simbolico. La scena si svolge su un prato fiorito, sul quale spicca a sinistra la figura di Maria in primo piano inginocchiata davanti al bambino che è appoggiato sul suo largo manto ed è separato dal resto della scena da una quinta rappresentata da un sarcofago romano. Vicino a Maria sta San Giuseppe che scruta il cielo, mentre dietro al sarcofago appaiono il bue e l’asino. Sullo sfondo si vedono i pastori con le greggi ai quali l’angelo sta annunciando la nascita del Signore, mentre sulla sinistra sta arrivando il maestoso corteo dei re Magi.

Con Lotto la rottura

 Lorenzo Lotto (vedi immagine sopra), pittore veneziano, nel 1523 dipinge la “Natività”, una piccola tavola di 46x36 cm conservata alla National Gallery di Washington.  Un’immagine classica, eppure rappresenta una novità. La tradizione vedeva Giuseppe solitamente in disparte, un passo arretrato rispetto all’avvenimento che aveva al centro la madre e il figlio. Nelle icone, ma anche in Giotto e in molta scuola medievale, lo si trova persino collocato a un piano inferiore rispetto al centro della scena. Qui invece prega e un accenno di sorriso muove il volto: c’è gioia e commozione, c’è adorazione. Quel bimbo lo sente suo, lo ha accolto dando compimento alle Scritture e se ne prende cura, accompagnandolo nella crescita. Lotto quindi rompe gli schemi tradizionali e valorizza Giuseppe, affiancandolo alla Madonna che ha gli occhi incollati su Gesù. Tutto è compiuto. 

Uno spazio dell’anima

A Venezia alla fine degli anni ’70 del Cinquecento Jacopo Robusti, detto il Tintoretto dipinge l’“Adorazione dei magi”. Siamo nel periodo del tardo manierismo, quando l’arte non è più espressione della superiorità dell’Uomo razionale, come nel Rinascimento, ma è al servizio della Chiesa cattolica e della Controriforma. In questa tela posta nella chiesa di S.Rocco a Venezia, tutto è mistero, spiritualità, profondo senso del sacro. Questo effetto è dato dall’uso suggestivo della luce che, filtrando attraverso le travi della rozza capanna, illumina le figure dei pastori ed esalta la violenta fuga prospettica del soffitto. Quello che vediamo è veramente uno spazio dell’anima, espressione dello spirito visionario dell’artista veneziano.

Il movimento barocco

Nel Seicento torniamo in Olanda con un grande incisore, Rembrandt (1606 – 1669). Nella sua “Adorazione dei pastori” l’artista, quasi 50enne dimostra piena e perfetta padronanza dei mezzi tecnici e una capacità di acuta introspezione psicologica dei personaggi ottenuta e risolta con pochi tratti essenziali. Memore della pittura di Caravaggio, Rembrandt ricerca qui anche l’effetto della luce proveniente al centro della stampa. E veniamo a un esempio di Natività barocca del Settecento, quella raffigurata dal veneziano Giambattista Tiepolo, la cui tecnica prestigiosa e spericolata sarà seguita da un buon numero di adepti. La composizione di quest’opera presenta le caratteristiche fondamentali dell’architettura barocca, vale a dire le linee curve, gli andamenti sinuosi come la spirale che in questo caso ascende partendo dal piede di Maria, passando da un primo angelo, raggiungendo Giuseppe e il Bambino per giungere in alto da un altro cherubino.

 

Lo stravolgimento espressionista

 

Nell’Ottocento il tema della Natività è meno ricercato. In queste righe vi presento alcuni artisti che da sempre hanno impressionato gli appassionati di pittura. Anche se non si tratta di Natività canoniche, personalmente ritengo abbiano colto la magica atmosfera dell’evento.

Presepe e mondo rurale

Jean-François Millet, francese, nel periodo di Barbizon, si dedicò a rappresentazioni di scene agresti a metà strada tra il naturalismo e il realismo: i protagonisti dei suoi dipinti, contadini o persone delle classi più umili, sono ritratti con una grande dignità e forza d’animo.  Il titolo ufficiale dell’opera che vi consiglio di andare a scoprire è “Serata d’inverno”, scena ripresa da Vincent van Gogh (vedi immagine in cima, accanto al titolo) il quale certamente ne era stato impressionato. Il pittore italiano Giovanni Segantini con la sua opera “Le due madri”, realizzata nel 1899 a Savognino nel Canton Grigioni, si è probabilmente ispirato al tema della Natività e qui accomuna il mondo animale a quello umano. Segantini lavora a diretto contatto con la natura, in questo quadro approfondisce le sue ricerche sulla luce raggiungendo una sicura maturità stilistica usando la tecnica divisionista.

Mai più come prima

 Per concludere due opere del Novecento. La prima intitolata “Natività e Croce” è dell’artista Marc Chagall (vedi immagine a lato) nato nel 1887 in una famiglia di cultura e religione ebraica in Bielorussia, allora facente parte dell’Impero Russo.  Il suo trasferimento a Parigi significò per lui la scoperta del repertorio di immagini cristiane, che vedeva in gran copia nei musei e nelle chiese. È così che ha incontrato l’“ebreo” Cristo e tutto quello che da lui è derivato. Le sue tele si riempiono di immagini pescate con libertà dalla tradizione iconografica narrativa cristiana e da quella simbolista ebraica; Cristo in croce porta il tallet, lo scialle rituale per la preghiera, diventando emblema della persecuzione del popolo ebraico. Il bue rimanda a Isaia e rappresenta il popolo ebraico, insensibile al Messia inviato da Dio. Chagall intendeva così l’arte: «è un atto religioso. Ma sacra è l’arte creata al di sopra degli interessi: gloria o altro bene materiale. L’arte mi sembra essere soprattutto uno stato d’animo». La seconda opera del Novecento è di Egon Schiele. Si tratta di una rappresentazione non convenzionale della sacra famiglia realizzata nel 1913 e influenzata dal movimento espressionista. Schiele elimina qualsiasi informazione sullo spazio e le figure di Maria e Giuseppe si circondano di un vuoto, ricolmo di inquietudine e tensione. Si coglie tuttavia il senso di profonda unità dei tre protagonisti, raggruppati in una costruzione triangolare.

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