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In Congo per portare riconciliazione

06.08.2017 - aggiornato: 06.08.2017 - 14:54

IL PERSONAGGIO - La testimonianza del religioso vallesano Guy Luisier, che accompagna da cinque anni la formazione dei giovani confratelli congoloesi.

di Laura Quadri

 

Il religioso Guy Luisier, dell’abbazia di San Maurizio d’Agauno in Vallese, accompagna da cinque anni la formazione dei giovani confratelli congoloesi, situati sulle colline di Malandji, nella Repubblica democratica del Congo. La comunità vive in una regione che da più di un anno è messa a dura prova da una guerra d’altri tempi.
Professore di latino e greco, poi direttore del Collegio dell’Abbazia e parroco, padre Guy non aveva né il profilo adeguato né la formazione per essere un missionario; nonostante ciò, tra il 2010 e il 2011, gli giunge una richiesta dalla Chiesa congolese: alcuni seminaristi del posto sono interessati alla vita monastica portata avanti a San Maurizio. Dopo averli invitati a soggiornare per un certo periodo nella comunità svizzerofrancese, nel 2012 padre Guy si ritrova a partire con loro per l’Africa, per permettere loro di continuare la formazione.

La situazione che egli trova sulle colline di Malandji, dove si installano, appare subito precaria: bisognava ricostruire gli edifici e pensare a una casa di formazione. In più, nel 2016, la vita politica del Paese precipita, dopo la morte del capo della milizia, ucciso dalle forze governative; la guerra, fino ad allora latente, esplode in un conflitto aperto tra governanti e opposizione, convinta che il Governo si sia insiediato illegittimamente. Erano previste delle nuove elezioni nel 2017, ma non è accaduto niente. 
Nel conflitto, viene chiamata in causa dai miliziani anche la Chiesa, pubblicamente criticata in ragione del suo tentativo di mediazione tra l’opposizione e il Governo. Di conseguenza, i Vescovi di due delle otto diocesi della provincia ecclesiastica del Kasai, in cui si trovano i novizi congolesi, hanno dovuto abbandonare la propria sede e ripiegare su Kinshasa. 

Così, non trascorre molto tempo che pure la collina di Malandji, dove si sono insediati i monaci, viene invasa. Testimonia padre Guy: «I miliziani si danno  persino alla  magia, alla stregoneria, assumendo delle droghe e proponendo un rito d’iniziazione attorno a un fuoco sacro, la tshiota. In seguito, credono di essere capaci di combattere con dei bastoni di legno contro le armi potenti dell’esercito. Rumore e paura alimentano questa guerra. Tutti hanno almeno un telefono cellulare e quindi la strage fa subito notizia. I miliziani hanno decapitato dei poliziotti, ma anche dei docenti di scuola incaricati di distribuire i dossier dell’esame di Stato nelle province». 
«D’altro canto - prosegue padre Guy - il Governo ha inviato  per risolvere la situazione un esercito sottopagato e mal formato, che commette anche dei soprusi contro la popolazione civile. Ma quel che è peggio è che tutto viene riletto secondo una strana luce soprannaturale: le vittorie dei miliziani sono interpretate dalla popolazione, che crede anch’essa nella magia, come la vittoria delle forze del male». 

Poi, un giorno di marzo del 2017, poco prima che fossero assassinati anche due osservatori dell’ONU, Guy arriva a pensare che sia venuta persino la sua ora: «I miliziani sono entrati nel nostro monastero - ricorda - e hanno attaccato il nostro falegname, lasciandolo moribondo. L’11 marzo è quindi stato il mio turno. Si stava facendo un ritiro di quaresima con i quattro aspiranti, sulla scia del messaggio del Papa “l’altro è un dono”. Dei miliziani, tra cui spiccavano anche degli adolescenti, si sono catapultati su di noi. Rapiti, ci hanno quindi costretto a partecipare a uno dei loro riti magici con il fuoco. Tutt’attorno grida di guerra. Un incubo». Dopo questi fatti la comunità ha dovuto interrogarsi profondamente sulla sua missione, ma alla fine ha deciso di restare, credendo in un futuro migliore. 

Padre Guy non perde infatti la speranza e indica, come  soluzioni al conflitto, l’accesso all’educazione e lo sviluppo economico: «Abbiamo già contribuito come comunità a cinque cooperative agricole. Bisogna donare prospettive, mettere le basi per un lavoro congiunto». Grazie a questa attitudine di apertura, che contraddistingue i religiosi, la collina di Malandji ha ritrovato, proprio di recente, nuova pace.

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