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Da Daro a Roma: prete, vescovo ed educatore

01.10.2017 - aggiornato: 02.10.2017 - 12:15

IL PERSONAGGIO - Un ricordo di Mons. Danzi a 10 anni dalla scomparsa. Il cardinale Scola: "Era un uomo libero e perciò spesso scomodo".

di Maurizio Balestra

 

“Don Gianni era un uomo libero, e perciò spesso scomodo. Libero di una libertà autentica, quella che scaturisce da un io ben radicato nell’amore di Cristo. E la sua libertà lo portava a rischiare tutto, a non temere nulla, con la semplicità e la fiducia di un bambino saldamente tenuto dalle braccia del padre”.

Così il cardinale Angelo Scola, nella prefazione ad un libro a lui dedicato pubblicato a pochi mesi dalla morte, sottolineava il cuore della personalità di don Gianni, come famigliarmente lo chiamava per la lunga amicizia. A dieci anni dalla morte ancor più nitidamente mi appare la verità di questo giudizio. Ricordare brevemente la figura di “don Gianni” suscita in me innanzitutto un sentimento di profonda e commossa gratitudine, avendo avuto la fortuna di condividere con lui, nella casa parrocchiale di Daro, un tratto importante della mia vita sul finire degli studi e l’avvio del cammino da “adulto”.

L’origine della vita così feconda di don Gianni, da giovane sacerdote ad Arcivescovo di Loreto, mi sembra il frutto del felice incontro tra la sua personalità - maturata in una famiglia di origine popolare (origine di cui andava particolarmente fiero) dove si respirava una robusta fede, rapporti affettivi intensi, passione per il lavoro, realismo, generosa apertura ai bisogni degli altri - la vocazione sacerdotale e l’incontro con il carisma di don Giussani. Fino agli inizi degli anni ’80 don Gianni è stato parroco (prima vicario a Stabio, poi parroco a Leontica e infine a Daro) e insegnante di religione nelle scuole medie e superiori di Bellinzona. Il cuore del suo ministero e della sua predicazione (molto diretta ed efficace) era comunicare, e testimoniare con il suo modo di essere, che Cristo è una presenza reale che cambia la vita, genera rapporti di fraternità tra le persone, apre ai bisogni vicini e lontani e fa appassionare a tutte le espressioni dell’umano (“Sono uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo” come già sottolineava lo scrittore romano pagano Terenzio).

Questo modo di vivere la fede, di incontrare le persone, giovani e meno giovani, in modo molto diretto, affascinava molti. E talvolta suscitava anche antipatie ed opposizioni, perché era “spesso scomodo”.

Da questo impeto di vita è nata la comunità di CL di Bellinzona, esperienza con cui don Gianni si identificava, senza per questo essere meno parroco di tutti, anzi il contrario. Don Gianni era proprio lontano da qualsiasi spirito angusto e settario. La casa parrocchiale di Daro rapidamente era diventata punto di riferimento per molte persone di tutte le età, oltre che luogo di una piccola comunità che condivideva più strettamente con lui la vita quotidiana. 

Don Gianni aveva la stoffa dell’educatore: una generosità naturale, dilatata dal suo cuore sacerdotale, che lo portava a non risparmiare mai tempo ed energie, un coinvolgimento reale nei rapporti, una paternità che desiderava suscitare libertà e responsabilità nelle persone, soprattutto nei giovani. Per pungolare noi giovani ad un impegno concreto e serio di lavoro in tutti gli ambiti, senza fuggire il sacrificio, usava una colorita espressione dialettale che ora non ripeto.

Da questo modo di vivere la fede nascevano le sue vulcaniche iniziative. Per rispondere ai bisogni vicini e lontani (come in occasione del terremoto del Friuli solo per citarne una), per comunicare meglio esperienze e giudizi culturali (il bollettino parrocchiale era diventato un giornale di più ampio respiro), per allargare lo sguardo a realtà al di là dei nostri confini, in modo particolare alla Polonia dell’epoca comunista. Con i primi pellegrinaggi a Czestochowa, l’amicizia con don Stanislao Dziwisz, segretario del cardinale di Cracovia Karol Wojtyla, i viaggi avventurosi per portare aiuti materiali, Bibbie e testi religiosi, addirittura nei primi giorni del colpo di Stato del generale Jaruzelski del dicembre 1981, i polacchi ospiti alla casa parrocchiale…

Poi nel 1982 la chiamata a Roma e il crescendo di responsabilità al servizio della Chiesa e del Papa (fino alla carica di Segretario Generale del Governatorato dello Stato Città del Vaticano). Nel 1996 la consacrazione episcopale; infine nel 2005 Giovanni Paolo II lo nomina Arcivescovo di Loreto. Un tempo breve quello a Loreto, particolarmente operoso nella testimonianza di fede, resa sempre più essenziale dalla grave malattia che lo colpisce. Un mese prima della morte accoglieva a Loreto la visita di Benedetto XVI in un incontro di particolare commovente intensità.

Pochi giorni prima della morte ho avuto la possibilità di incontrarlo assieme a Claudio Mésoniat per salutarlo un’ultima volta e esprimergli tutta la nostra gratitudine. Abbiamo visto un uomo alle soglie della morte che ci comunicava una grande pace - la pace di chi è totalmente affidato al Signore -, si interessava di noi con affetto e parlava di questioni che avrebbe ancora voluto affrontare. Ci stava testimoniando cos’è la vittoria di Cristo sulla morte.

Mons. Danzi sarà ricordato nella chiesa parrocchiale di Daro, oggi domenica 1 ottobre alle 10 e nella chiesa parrocchiale di Viggiù, dove è sepolto, sempre oggi domenica alle ore 11 con una Messa presieduta da SE Card. Angelo Scola.

 

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