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"Dio non smetterà di credere in noi"

14.05.2017 - aggiornato: 15.05.2017 - 07:21

Commento alle letture di domenica 14 maggio. “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre” (Giovanni 14, 12).

domenica 14 maggio

Le parole di Gesù appaiono spesso di non facile comprensione da parte dei discepoli e da parte degli stessi Apostoli, coloro che erano più in confidenza con il Maestro. Di queste difficoltà si fanno portavoce Tommaso e Filippo con le loro domande. Il primo desidera conoscere e approfondire: “Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?» mentre il secondo sembra “accontentarsi” di un discorso più immediato e concreto: «Signore, mostraci il Padre e ci basta».

Richieste che, ammettiamolo pure, spesso interpretano anche i nostri sentimenti. E questo soprattutto di fronte ad affermazioni come quella che conclude la lettura del Vangelo che ci viene proposta in questa quinta domenica di Pasqua: “chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre” (Giovanni 14, 12).

Ma è davvero possibile, per chi crede, compiere azioni più grandi di quelle che troviamo narrate nei Vangeli? Come dobbiamo intendere queste parole?

Di fronte alla prospettiva pasquale della sua Passione, Morte e Risurrezione Gesù vuole affermare ancora una volta la sua fiducia nell’Uomo e in particolare la sua fiducia in coloro che credono in lui. La fede, dunque, è quel legame di amore che unisce il Cielo alla terra; un legame così forte che nemmeno la morte di Cristo è riuscita a spezzare. E la forza della grazia, che scaturisce proprio da questo legame, è davvero capace di moltiplicare il pane perché ognuno abbia il necessario per vivere; di restituire conforto e dignità a coloro che – anziani e malati - vivono nella propria carne il mistero della Croce; di toccare il cuore dei malvagi perché si convertano dalla loro condotta e si aprano ad una vita giusta e misericordiosa.

Gesù, con le sue parole, sembra quasi “sfidarci” in una gara di carità nella quale ci è data anche la speranza di vincere. Un po’ come nel gioco e negli sport i grandi fanno con i bambini. Questa sfida, è certamente un chiaro invito a non delegare a Dio la soluzione di tutti i nostri problemi e di tutti i mali che affliggono il mondo. Con il suo esempio, Gesù vuole suscitare nei nostri cuori un sano spirito agonistico in quelle difficili “discipline” che sono la comunione e la condivisione, la giustizia e la pace.

E proprio a proposito di questa fiducia divina nell’uomo, mi viene in mente un aforisma attribuito a San Pio da Pietrelcina che dice: “Tu puoi, fratello mio, non credere in Dio, ma Dio non cesserà mai di credere in te”. Parole che il Santo avrebbe rivolto all’amico medico per persuaderlo – lui, dichiaratamente non credente - a prendere parte al grande progetto della “Casa Sollievo della Sofferenza”. L’ospedale ad elevata specializzazione voluto e realizzato da Padre Pio a San Giovanni Rotondo.

Gli Atti degli Apostoli ci presentano la risposta della Chiesa nascente di Gerusalemme ad una questione alquanto spinosa: le vedove della diaspora greca venivano discriminate rispetto agli altri bisognosi di origine giudaica. La comunità cristiana, allora, illuminata dalla presenza dello Spirito Santo, cerca di trovare in se stessa le risorse per rendere possibile il grande miracolo della riconciliazione e della pace. Gli apostoli, infatti, incaricano i discepoli di “cercate fra di loro sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affidare l’incarico dell’assistenza ai poveri” (cfr. Atti 6, 3).

Appare chiaramente come quel Dio che si prende cura di noi, fino al sacrificio di se stesso, è capace di suscitare nei nostri cuori il desiderio di imitarlo. Prendendoci anche noi cura gli uni degli altri e mettendo al primo posto i più deboli e gli indifesi. Proprio come il buon pastore fa con il suo gregge.

 

 

 

 

 

 

 

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