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Ecco i contenuti della nuova lettera pastorale

19.11.2015 - aggiornato: 24.06.2016 - 12:25

Il Vescovo di Lugano ci anticipa il suo scritto dedicato all'Anno Santo. «Oso far risalire il vivere male di oggi, dice il vescovo, ad un mancato incontro con Dio e ad una mancanza di conoscenza della Misericordia».

Mons. Valerio Lazzeri durante la conferenza stampa a Lugano (FOTO FIORENZO MAFFI)

di Cristina Vonzun

 

Il trentesimo Anno Santo della storia è alle porte. Il Giubileo dedicato alla Misericordia per volontà del Papa si presenta decentralizzato: meno eventi a Roma, più possibilità di vivere il Giubileo nelle proprie Chiese locali.

Ieri, in Curia a Lugano, durante una conferenza stampa è stato presentato il programma per la Diocesi. Il Giubileo dedicato alla Misericordia accentuerà la dimensione spirituale e personale, il livello locale rispetto ai grandi raduni. È la proposta di Francesco nella Bolla di Indizione dell’Anno Santo “Misericordiae vultus” (11.4.2015) in cui il Papa invita a «ripartire dall’intimo più profondo di Dio, dal cui cuore scorre un fiume di misericordia». 

 

Da questa affermazione di Francesco prende le mosse la lettera pastorale del vescovo Valerio Lazzeri intitolata “Se conoscessimo il dono di Dio” scritta per l’Anno Santo e che ieri è stata presentata alla stampa. La lettera sarà successivamente a disposizione dei fedeli dal 28 novembre prossimo. Il vescovo fa sua l’icona biblica della visione grandiosa della sorgente di acqua che esce dal tempio, descritta da Ezechiele, immagine di una Misericordia che va ad arrigare l’aridità del mondo di oggi. E parte da una considerazione: la Misericorda è un dono attuale, ma non conosciuto. Ne abbiamo parlato con  mons. Lazzeri.

 

Eccellenza, oggi si parla di Misericordia in tanti modi. Lei ne propone una lettura che riparte dall’intimo di Dio e guarda al cuore dell’uomo. Come definirla?

Penso sia importante ricordare che la Misericordia non è un’idea astratta ma un dono gratuito di Dio. Un evento che accade nelle nostre vite e ci dà lo spazio per vivere una vita autenticamente umana. Il cuore fa spesso l’esperienza di dolorose dissociazioni. Oscilliamo tra desiderio di pienezza e paura di esporci allo sguardo altrui, non vogliamo rimanere isolati, ma siamo terrorizzati dall’idea di soffrire per un rifiuto, desideriamo essere accettati e insieme essere riconosciuti come speciali. Il chiuso ci affascina perché ci protegge, l’aperto ci crea ansia perché non sappiamo chi vi possiamo incontrare. Spesso preferiamo tenere separato ciò che crediamo e professiamo dal nostro modo reale di vivere. Da un lato abbiamo la nostra vita religiosa, con le sue pratiche, i suoi impegni, i suoi momenti forti di celebrazione, accompagnati magari da sentimenti e emozioni e dall’altro la vita fuori, con la sua logica, i suoi interessi, le sue procedure codificate. Vorremmo tanto liberarci dal grigiore, dalla pesantezza, dalla ripetitività, senza cambiare le nostre abitudini. La misericordia è un dono che ci aiuta ad accettare che siamo incompleti, a non chiuderci nei nostri sistemi difensivi, a renderci vulnerabili all’altro e a ciò che non conosciamo ancora. 

 

Una lettera che guarda all’Anno della misericodia...

 

L’Anno della Misericordia mi sembra essere un forte richiamo alla perenne attualità del dono con cui Dio semplifica, unifica e rende efficace e autentico il nostro agire. Viviamo ancora troppo sotto la tirannia della riuscita ad ogni costo, della prestazione che ci sentiamo in dovere di fornire. La rivelazione della Misericordia ci conduce a guarire questa vera e propria ferita del cuore. San Paolo, scrivendo ai Corinti, fa un elenco assai impressionante di “riuscite” umane: parlare in lingue, avere il dono della profezia, conoscere tutti i misteri e avere tutta la conoscenza… e altre ancora.

Eppure, nessuno di questi exploits vale il gesto libero e umile della fede che si lascia precedere dal dono di Dio. Attraverso la carità che è Cristo, Dio realizza nella storia l’umanamente inconcepibile. Sono questi i temi della mia lettera pastorale. Ripeto però che la Misericordia non è un concetto da afferrare intellettualmente, ma  un’esperienza da vivere. È un cammino di riconciliazione con la finitezza umana nelle sue varie forme. La Parola di Dio in questo senso, ci illumina con diversi esempi che ho proposto nella lettera.

 

In Ticino la Diocesi prevede di aprire durante questo Giubileo due porte sante, una alla Madonna delle Grazie a Bellinzona e l’altra alla Basilica del Sacro Cuore a Lugano. Che significato ha attraversare una porta Santa?

 

Non si tratta semplicemente di attraversare una porta per entrare in un edificio. La porta santa è il luogo di una conversione fondamentale a Dio, al suo reale operare senza sosta nel concreto, nella storia degli uomini, in tutta la creazione e quindi anche nella nostra vicenda umana, personale e comunitaria. La porta è anche un soglia da attraversare per convenire, per scoprirsi parte insostituibile di quell’organismo vivente che è la chiesa. Passando attraverso la porta, ci è dato di fare esperienza dell’essere accolti incondizionatamente, con le nostre gioie e dolori, con le nostre fatiche e ferite; incontriamo Cristo nei Sacramenti dell’Eucaristia e della Penitenza e facciamo l’esperienza dell’abbraccio della comunità ecclesiale. Molte volte mi viene chiesto: a quali condizioni si può ricevere la misericordia. Rispondo che è come con l’acqua. A quali condizioni ci disseta? All’unica condizione che la beviamo!

 

Per coloro che non fanno parte della “solita” cerchia di fedeli cosa indica la sua lettera?

Direi anche, ma non solo, due aspetti. Il primo: c’è per ciascuno uno spazio di non giudizio sulla sua persona in cui può trovare la propria verità più profonda. Tra le pagine del Vangelo possiamo davvero trovare una parola che vale per tutti. Il problema non è solo quello di aggregare. Nel Vangelo di Giovanni, il Pastore delle pecore, che è Gesù stesso (Gv 10,1) “chiama le sue pecore e le conduce fuori. E quando ha spinto fuori tutte le sue pecore, cammina davanti ad esse” (Gv 10,4). La passione di Gesù non è per gli spazi chiusi su se stessi, per le comunità sigillate, per i percorsi esclusivi, ma per i cammini da avviare, per i processi evolutivi da inaugurare. L’appello di Gesù è fondamentalmente quello a prendere sul serio la nostra libertà. In questo senso, egli parla di se stesso come la porta: “Se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo” (Gv 10,9).

Ci troviamo davanti ad uno spazio offerto da Cristo stesso, uno spazio accessibile, rigenerante, libero. Questo spazio e non un altro che deve diventare il punto di riferimento delle nostre comunità. Certamente, uno spazio di questo tipo pone domande. Ci chiede di non nascondere il lato del nostro essere che ci mette in relazione con l’altro. Come ci comportiamo, per esempio, con chi è arrivato da poco in paese, nel gruppo o nella comunità? Spesso ho l’impressione che lasciamo le persone a fare i conti da sole con quel senso di estraneità che le le fa sentire escluse. 

 

E il secondo aspetto?

Un secondo aspetto, che sottolineerei è quello di una certa stagnazione, a tutti i livelli, nella nostra vita sociale e ecclesiale. Spesso si cerca la causa in una serie di mali che denunciamo: violenza, indifferenza, superficialità, individualismo, consumismo. Per me, senza negare questi aspetti, la radice è in realtà più profonda. Nella lettera pastorale oso far risalire questo “vivere male” o male di vivere nella non conoscenza del dono di Dio o in una conoscenza superficiale, oppure in un incontro mancato con Lui. Questa, secondo me, è la radice profonda del buio interiore e delle paralisi che segnano spesso la nostra vita sociale ed ecclesiale. Manca una conoscenza viva della misericordia.

Ci dimentichiamo che Dio si fida di noi molto di più di quanto noi ci fidiamo di noi stessi e così il Vangelo viene depotenziato, se non addirittura spento, prima ancora che possa iniziare a portare frutto nella nostra vita. Quanto moralismo rischia di rendere sterile la nostra vita cristiana!  Ci concentriamo più sui nostri deboli tentativi di eliminare i nostri e gli altrui difetti e ci dimentichiamo che accanto a noi la misericordia scorre come un fiume.

Non dimentichiamoci che uno solo è il peccato alla radice di tutti gli altri: la nostra autosufficienza, il nostro isolamento, la cocciutaggine con cui ci chiudiamo nello spazio angusto di ciò che crediamo di essere. Basterebbe aprire gli occhi per scoprire siamo molto di più agli occhi di Colui che continua a volere che ci siamo! Sarebbe l’inizio di una risurrezione per noi e per tutti coloro che incontriamo sul nostro cammino, già amati dal Signore, in attesa soltanto di qualcuno che li aiuti a riconoscersi perdonati!

 

 

 

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