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Francesco messaggero di pace in Africa

25.11.2015 - aggiornato: 24.06.2016 - 12:25

Papa Bergoglio è in partenza  per Kenya, Uganda e Rep. Centrafricana. È il suo 11esimo viaggio internazionale. Padre Albanese: «Una visita difficile che può entrare nella storia». 

(AP Photo/Ben Curtis)

(AP Photo/Gregorio Borgia)

EPA/DAI KUROKAWA

«L’apertura della porta Santa nella Cattedrale di Notre Dame di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana segnata dalla guerra e dalle divisioni, annunciata dallo stesso Pontefice all’Angelus nel giorno di Ognissanti è un gesto profetico, simbolico che non ha precedenti. Per la prima volta nella storia la porta Santa viene aperta in Africa, in periferia, in un contesto dove c’è sofferenza. Questo non è altro che un gesto ricapitolativo del magistero di papa Francesco che vuole dire che la missione parte dalla periferia. D’altronde se leggiamo i Vangeli notiamo che Gesù ha iniziato la sua evangelizzazione, l’annuncio del Regno, dalla periferia, dalla terra di Galilea. Questo significa che l’attenzione deve essere rivolta ai poveri, a coloro che vivono in periferia.

 

Quindi passare la porta significa decisa assunzione di responsabilità da parte dei credenti ma vuol dire anche consentire ai poveri di passare quella porta e dunque di segnare la svolta». Padre Giulio Albanese, missionario comboniano, uno dei maggiori esperti di problematiche africane, religiose e non solo, fondatore nel 1997 dell’agenzia missionaria Misna, chiarisce l’importanza fondamentale dell’undicesimo viaggio apostolico che porta il Papa in Africa, quarto continente raggiunto da Francesco. Ecco un estratto dell'intervista di Alessandra Stoppini pubblicata sul settimanale della Diocesi di Bergamo:

 

 

I Paesi toccati dal Pontefice saranno il Kenya da oggi al 27 novembre, l’Uganda dal 27 al 29 novembre e la Repubblica Centrafricana dal 29 al 30 novembre. Un altro angolo del mondo problematico quello dell’Africa più profonda, un Paese martoriato, dove prevalgono lo sfruttamento e la manipolazione. 

Sarà in terra africana che avverrà la prova generale della Misericordia tanto invocata da papa Francesco, perché «il magistero di Bergoglio è sempre e comunque nel segno della Misericordia ed è chiaro che questo viaggio in Africa rappresenterà il pulpito, la cassa di risonanza di quello che è un messaggio di cambiamento radicale. Papa Francesco ha capito che l’unico modo per porsi in un atteggiamento positivo, costruttivo contro quelli che sono gli oscuri presagi del nostro tempo è di predicare il Vangelo della Misericordia. Questo vale non solo per l’Africa ma per l’intera umanità», puntualizza padre Albanese.

Padre Albanese, considerato che la Repubblica Centrafricana vive dalla fine del 2013 una situazione di violenze interne in alcuni casi di matrice religiosa, uno dei temi principali della missione africana di Bergoglio sarà il dialogo con le altre religioni per la pace? 

Il messaggio di papa Francesco è un messaggio di riconciliazione. Credo che l’enfasi sia soprattutto posta sul “locus” dell’evangelizzazione che è la periferia. Le Afriche, parliamo al plurale perché è un continente grande tre volte l’Europa, lo sono sicuramente, ma la Repubblica Centrafricana da questo punto di vista direi che rappresenta i bassifondi della storia perché da quelle parti si combatte una guerra che non ha a che fare solo con la religione, anzi.

Purtroppo assistiamo tristemente a una strumentalizzazione della religione, la verità è che ci sono interessi dietro le quinte di ordine economico. Si è generata una spirale di violenza senza precedenti nella storia di questa colonia francese e il prezzo più alto lo paga come al solito la povera gente. Certamente quello di Bergoglio sarà un messaggio distensivo e l’apertura della porta Santa a Bangui dovrebbe segnare la svolta. 

 

 

L'intervista integrale sul Giornale del Popolo di oggi

 

 

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Nairobi, Kampala, Bangui e la porta Santa 

 

Paolo VI è stato il primo Papa a visitare l’Africa nel 1969, lasciando in Uganda un segno di amore per l’intero continente. Giovanni Paolo II è stato 9 volte nel «continente della speranza», così definito da Benedetto XVI che pure è stato in Africa, in un viaggio apostolico compiuto nel 2009. Sono più di 200 milioni i cattolici africani, sempre in crescita negli ultimi 5 anni, stando ai dati diffusi dall’Annuario statistico della Chiesa.

Francesco sarà per la prima volta in Africa per visitare Kenya, Uganda e Centrafrica, da oggi a lunedì 30 novembre. Sarà un viaggio dai gesti forti, segnato da una presenza fisica del Papa in luoghi anche ad alto rischio, ma il Papa userà la papamobile scoperta e non avrà giubbotto antiproiettile. La prima tappa è in Kenya, da oggi al 27 novembre.

 

Bergoglio si reca in un Paese dove i cattolici sono il 35% con un 11% di musulmani, un 9% di religioni tradizionali e un 45% di evangelici. In Kenya sono avvenuti alcuni dei più sanguinosi attentati degli ultimi anni da parte degli jihadisti di Al-Shabaab, l’ala radicale delle ex Corti islamiche: al Westgate Mall nel settembre 2013 (71 morti e 175 feriti), al Garissa University College nell’aprile scorso (148 morti e 79 feriti) e a Mandera nel luglio scorso (14 morti e 11 feriti). Domani ci saranno due momenti forti: l’incontro interreligioso e il discorso al quartier generale ONU in Africa.

Venerdì il Papa andrà in una bidonville di Nairobi. In Uganda, il 27 e 28 novembre, oltre alla celebrazione del 50° anniversario della canonizzazione dei martiri di Namugongo, si attendono discorsi sociali. In Uganda l’85% della popolazione è cristiana, mentre il 12% musulmana. L’ultima tappa è quella in Centrafrica, dal 29 al 30 novembre, con l’apertura del Giubileo in Africa e della porta Santa a Bangui. I cristiani qui sono il 50%, 15% i musulmani, il resto religioni tradizionali. Una tappa delicata che giunge in un momento di tensione.  Il Papa visiterà un campo profughi e andrà anche in Moschea, lunedì 30 in un quartiere musulmano. 

 

(CV)

 

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