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Lorenzo Merga è Maggiore della Guardia Svizzera

04.01.2014 - aggiornato: 24.06.2016 - 13:31

...E ci ha raccontato i suoi ultimi 18 anni in Vaticano.

di Cristina Vonzun
 
 
È ticinese, si chiama Lorenzo Merga, ha 38 anni ed è stato nominato il 23 dicembre scorso da papa Francesco al grado di Maggiore della Guardia Svizzera Pontificia. Lorenzo è da 18 anni nel Corpo della Guardia Svizzera, è sposato ed ha un  figlio.    
 
Originario di Monte Carasso,  dopo la maturità conseguita alla Scuola Cantonale di Commercio di Bellinzona, ormai quasi un ventennio fa, è partito diciannovenne per servire il Papa, quello di allora, Giovanni Paolo II e i suoi successori poi, Benedetto e Francesco. 
Primo ufficiale ticinese della storia delle Guardie Svizzera con il grado di capitano, dal 23 dicembre 2013 è anche il primo ticinese a conseguire il grado di Maggiore nell’esercito del Papa. 
 
Lorenzo Merga dirige attualmente la 3a divisione della Guardia Svizzera, compito che continuerà a portare avanti. «I doveri dei due capitani e del maggiore sono simili - ci racconta. Ognuno dei tre ufficiali guida una delle tre squadre. Nella gerarchia il maggiore evidentemente ha qualche responsabilità in più rispetto agli altri due». 
 
Maggiore Merga, come è cambiato in questi mesi con papa Francesco il servizio della Guardia Svizzera?
Il Santo Padre non abita più nel Palazzo Apostolico ma a Santa Marta. Questo ha comportato un ampliamento della nostra zona di servizio, prima concentrata nel Palazzo. Oggi con papa Francesco il Palazzo Apostolico viene usato per particolari udienze o incontri ufficiali, mentre la casa Santa Marta ha assunto -di fatto- il ruolo di residenza papale, ma si tratta di una residenza particolare, essendo una sorta di albergo con ospiti esterni e  un continuo via vai di gente. Per questa ragione, noi ufficiali superiori dobbiamo garantire una maggior presenza e sorveglianza all’interno della casa rispetto a quanto avveniva nel Palazzo Apostolico. 
Questo implica molto lavoro in più. Poi, come sempre accade con il  cambio di Pontificato, ci sono molte visite ufficiali, almeno il primo anno, fatto che avevamo già vissuto nel 2005 con Benedetto XVI. 
 
Un fatto che impressiona sono le cifre di presenze agli incontri in piazza San Pietro e in Vaticano. La Prefettura Pontificia due giorni fa ha annunciato che dal 13 marzo sono stati 6 milioni e 600 mila i fedeli che hanno partecipato ad eventi pubblici con papa Francesco solo in Vaticano (non parliamo dei viaggi). Come fate a gestire tutta questa gente, che sovente arriva in via della Conciliazione?
Il servizio per noi è uguale, va fatto con tanta o con poca gente allo stesso modo. Il grosso del lavoro riguarda le forze dell’ordine italiane che devono gestire il flusso esterno della gente verso la piazza. 
 
Tra i tanti servizi che la Guardia Svizzera svolge c’è anche quello, meno noto, di impegnarsi in opere di carità…
Siamo sempre andati con il cappellano o con altre organizzazioni caritatevoli presenti qui vicino al Vaticano, come l’Ordine di Malta o le suore di Madre Teresa a fare un servizio ai poveri della città. In questi ultimi tempi sull’eco della richiesta  del Papa all’Elemosiniere di Sua Santità di essere ancora più presente tra i poveri, c’è stata attenzione mediatica. Vero è che l’Elemosiniere ha chiesto anche alle Guardie che lo desiderano di accompagnarlo in questo servizio di carità. E c’è chi partecipa. Ma non è un nostro compito, è un’azione spontanea.
 
Lei ha lavorato nella Guardie Svizzere sotto tre Papi. Cosa le sta dando questa esperienza?
Quello che cercavo 18 anni fa quando decisi di partire per Roma era servire il Papa e la Chiesa. Si tratta di un percorso affascinante, stare vicino al Papa, poter seguire il Magistero da vicino. Ogni Pontefice mi ha lasciato qualcosa di grande: Giovanni Paolo II testimone nei suoi ultimi anni di Pontificato segnato dalla malattia ma capace sempre di gesti semplici e forti, Benedetto XVI che è arrivato nel 2005 con un’energia nuova, in continuità con Giovanni Paolo II. 
Abbiamo vissuto tutta una serie di vicende che lo hanno portato a rinunciare. 
Oggi c’è Francesco, la cui parola non è mai scontata perché mette in crisi. Con papa Francesco non hai nessuno alibi: non c’è un linguaggio teologico alto che magari noi semplici possiamo dire di non comprendere, c’è invece oggi una parola molto diretta, cuore a cuore. 
Adesso bisogna vedere se tutte queste folle che si muovono per ascoltare un messaggio così diretto e chiaro, sapranno metterlo in pratica. Il Papa ci invita sempre a guardare al nostro quotidiano, alla vita di tutti i giorni, alla famiglia, agli affetti. Parole che non lasciano spazio all’alibi di non essere intese. Speriamo che questo linguaggio così diretto porti frutti.
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