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Sfide e speranze del Sinodo panortodosso

25.01.2015 - aggiornato: 29.01.2015 - 16:20

Padre Mesesan, parroco della Comunità Ortodossa della Svizzera italiana, ci fotografa la realtà dell’ortodossia nel mondo presentandoci le attese dei cristiani d’Oriente che si stanno preparando  alla grande assemblea mondiale del 2016.

di Cristina Vonzun

 

Il “sacro e grande” Sinodo panortodosso che riunirà i rappresentanti delle diverse Chiese autocefale dell’Ortodossia, si terrà nel 2016 a Istanbul presso la cattedrale di Sant’Irene. Nel tempo che separa le Chiese ortodosse dal raduno, una Commissione preparatoria, composta da un vescovo per ogni Chiesa, inizierà i lavori di studio necessari per portare avanti l’incontro. Lo stesso gruppo avrà poi la funzione di Segretariato durante il meeting.

Lo ha deciso la Sinaxis, l’incontro di tutti i capi delle Chiese ortodosse, radunate su iniziativa del Patriarca ecumenico Bartolomeo I. Siamo nella settimana ecumenica e ne parliamo con padre Mihai Mesesan, parroco della Comunità Ortodossa della Svizzera italiana.

Padre Mihai, per aiutare a capire i nostri lettori, come è configurato il mondo ortodosso oggi? Quali sono le Chiese principali e in che rapporto sono tra loro? 

Oggi la Chiesa Ortodossa è organizzata come una confederazione di Chiese autocefale e autonome ed è strutturata secondo un sistema conciliare, in base al quale la collegialità ha un’importanza incondizionata. Fra le varie Chiese locali esiste una gerarchia in base all’età e l’importanza della Chiesa. Sono 14 le Chiese Ortodosse: i patriarcati di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia, Gerusalemme, Mosca, Serbia, Romania, Bulgaria, Georgia e le Chiese autocefali di Cipro, Grecia, Polonia, Cechia e Slovacchia. La suprema istanza che regola le questioni panortodosse è il concilio ecumenico.  Un particolare primato - di onore - compete al patriarca di Costantinopoli che ha la facoltà di convocare il Concilio ecumenico, ne assume la presidenza, però ha soltanto un voto nel plenum di tutti capi supremi delle chiese. Il titolo di patriarca ecumenico deriva dalla parola “oikoumene”, che vuol dire l’intero mondo cristiano. 

Qual è la posta in gioco tra le Chiese ortodosse in questo Sinodo? 

La commissione preparatoria si è riunita al 30 settembre a Chambesy, vicino a Ginevra, al centro ecumenico del patriarcato di Costantinopoli. Il prossimo incontro, nello stesso luogo, si terrà dal 15 al 21 febbraio 2015. Sia in questa fase preparatoria, sia durante il sinodo, le decisioni saranno prese per consenso.  Ogni Chiesa avrà un solo voto e sarà rappresentata da 24 vescovi e le più piccole da tutti i vescovi. Parteciperanno dunque al sinodo circa 300 vescovi dei 900 che contano tutte le Chiese Ortodosse.  

Il sinodo non si propone di discutere i problemi dogmatici, ma quelli canonici, liturgici e sociali. Principali temi trattati saranno: diaspora ortodossa, la modalità del riconoscimento dell’autocefalia e autonomia, un calendario comune, la santità del matrimonio, il digiuno, i rapporti con le altre confessioni cristiane, il movimento ecumenico, il contributo del mondo ortodosso per l’affermazione degli ideali cristiani della pace, fraternità e libertà. Per quanto riguarda la questione del primato, per il patriarcato di Costantinopoli, non ha niente a che fare con i dittici che esprimono semplicemente una classificazione gerarchica, che in termini contraddittori il patriarcato di Mosca ammette in modo implicito ma  nega in modo esplicito. La sede del patriarca di Costantinopoli gode dunque di un primato d’onore in base ai dittici riconosciuti da tutte le Chiese Ortodosse. Esercitando in questa maniera il primato, il patriarca di Costantinopoli può iniziare attività a livello di tutto il mondo cristiano e parlare nel nome di tutto il mondo ortodosso.

Lei cosa si attende dal Sinodo, magari in rapporto anche al dialogo con i cattolici? 

Le mie speranze, come di tutti che credono e pregano per l’unità del mondo cristiano, sono tante. Il primo passo dobbiamo farlo noi, all’interno del nostro mondo ortodosso. La convocazione del sinodo era una grande necessità per la Chiesa Ortodossa che per vari motivi, storici o nazionalistici, non si presenta come una Chiesa unita e indivisibile. Esistono ancora molti problemi irrisolti a causa delle ambizioni e degli interessi geopolitici ed economici, tanto sul piano locale quanto su quello della diaspora. In un’intervista recente in Germania, il patriarca Bartolomeo ha precisato che non si può pensare al futuro sinodo senza la presenza di una delegazione della Chiesa di Roma.

Le affermazioni del patriarca hanno trovato un forte eco nelle parole di papa Francesco in occasione dell’ultimo incontro, lo scorso anno, a Costantinopoli: «Voglio assicurare a ciascuno di voi – diceva il Papa - che, per giungere alla meta sospirata della piena unità, la Chiesa cattolica non intende imporre alcuna esigenza, se non quella della professione della fede comune, e che siamo pronti a cercare insieme, alla luce dell’insegnamento della Scrittura e dell’esperienza del primo millennio, le modalità con le quali garantire la necessaria unità della Chiesa nelle attuali circostanze: l’unica cosa che la Chiesa cattolica desidera e che io ricerco come Vescovo di Roma, “la Chiesa che presiede nella carità”, è la comunione con le Chiese ortodosse».

In Ticino, quante comunità ortodosse ci sono e in che rapporto vivono tra loro? 
 

Nel 1995, un piccolo ed entusiasta gruppo di cristiani ortodossi ha fondato e registrato ufficialmente la Comunità Ortodossa della Svizzera Italiana, di cui sono parroco dal 1996. L’attività religiosa, culturale e sociale degli ortodossi in Ticino si è svolta, per molti anni,  principalmente nell’ambito e con l’aiuto della nostra comunità e parrocchia che ha come punto di riferimento la chiesa della Madonnetta, a Lugano  
Da alcuni anni sono state fondate anche la parrocchia serba, che riunisce la maggioranza degli ortodossi, quella russa (con la propria chiesa a Melide) e quella greca. Inoltre opera in Ticino un sacerdote per i siro-ortodossi provenienti dalla Turchia. Mi rallegro per il fatto che l’anno scorso ci siamo trovati per la prima volta tutti i sacerdoti ortodossi per varie celebrazioni e incontri, in un clima di amicizia e fratellanza.

Il vescovo nel capitolo della lettera pastorale che si sta commentando, ricorda l’“angolo bello” che si trova nelle case cristiane in Oriente. Potrebbe spiegarcene il senso? 

“L’angolo bello” è una parete, possibilmente orientata verso est, dove sono esposte le icone. Vi è spesso collegata una lampada a olio che si accende durante la preghiera. Entrando nella casa si salutano per prima le icone e poi gli altri presenti. Per la tradizione della Chiesa, codificata dai Concili, l’icona è un “sacramentale partecipe della sostanza divina”, è il luogo in cui Dio è presente e incontrabile, una grazia della sua infinita misericordia, un’occasione “per toccare un lembo del suo mantello”.

Tramandando per secoli questa arte delle arti, che è l’icona, i popoli ortodossi l’hanno fatto con la convinzione che essa esprime gli ineffabili splendori della bellezza divina. Citando Dostostoevsky, nel suo libro “Teologia della bellezza”, Pavel Evdokimov dice che “la bellezza salverà il mondo”. L’icona sembra possa rappresentare al meglio un popolo che nella contemplazione della bellezza e nella preghiera ritrova la sua anima. Tesoro della Chiesa indivisa, l’icona può essere anche un luogo ecumenico privilegiato. Non a caso i padri della Chiesa chiamarono le icone “finestre del cielo”.

La loro presenza, oggi, in tutto il mondo cristiano conferma la loro vocazione di simbolo che può essere il ponte verso l’unità di tutti i cristiani. Se vogliamo affrettare l’unione tra la Chiesa d’Oriente e d’Occidente dobbiamo conoscerle, apprezzarle, capire quale “tesoro spirituale” esse rappresentano per tutti i cristiani.

 

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