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Una vita in carcere, ma libero

21.05.2017 - aggiornato: 22.05.2017 - 09:48

IL PERSONAGGIO - Storia del cardinale vietnamita Van Thuân, dichiarato venerabile, temuto dalle autorità perché parlava di amore e perdono.

Un testimone di Cristo, un martire in terra: questo era François Xavier Nguyen Van Thuân - prete, vescovo e cardinale, dichiarato venerabile lo scorso 4 maggio. Nato il 17 aprile 1928 nella cittadina di Hue, in Vietnam, da una famiglia di mandarini, ovvero alti dignitari dell’impero vietnamita, di salde radici cattoliche e patriottiche, con una folta schiera di martiri alle spalle.

Nel 1885 tutti gli abitanti del villaggio di sua madre erano stati bruciati vivi all’interno della parrocchia, eccetto suo nonno che a quel tempo studiava in Malesia. E, prima ancora, tra il 1698 al 1885, la storia di famiglia registra diversi atti di persecuzione religiosa verso i suoi antenati paterni. Il suo bisnonno paterno era stato forzatamente assegnato a una famiglia non cristiana di proposito, in modo che perdesse la fede. Egli stesso era solito raccontare questa vicenda al piccolo François Xavier. Dalla nonna, invece, François apprese a vedere le vicende secondo lo sguardo misericordioso di Dio.

Ma la figura fondamentale per la sua prima educazione cristiana e per l’iniziazione ai sacramenti fu la madre Hiep. Ogni sera gli insegnava le storie della Bibbia e si soffermava sulle testimonianze dei martiri, specialmente dei suoi antenati. François entrò in seminario a 13 anni e diventò sacerdote nel 1953. Dopo essersi laureato a Roma in Diritto Canonico nel 1959, ritornò in Viet Nam a fare il professore, il rettore del seminario e il vicario generale della diocesi di Huê. Nel 1967, ad appena 39 anni, venne eletto vescovo della diocesi di Nha Trang.

 

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I suoi guai iniziarono nel 1975, dopo la nomina a vescovo di Saigon: incarcerato dai Viet Kong, restò in cella per 13 anni, nove dei quali in isolamento, senza un processo, senza un giudizio, senza una condanna. Entrato da uomo libero nel palazzo presidenziale nel primo pomeriggio del 15 agosto 1975, ne uscì alcune ore dopo come detenuto sotto scorta, senza ricambi o effetti personali. Nei giorni successivi potè chiedere un cambio di biancheria e medicine per il “mal di stomaco”, che i suoi fedeli capirono subito nel significato recondito, fornendogli una bottiglietta di vino e ostie per la celebrazione dell’Eucaristia. 

Con alcune gocce di vino, tenute nel palmo della mano e con i frammenti di ostie, ogni giorno celebrò la Messa; naturalmente a memoria, perché non poteva tenere con sé libri. I frammenti consacrati residui erano poi conservati in un pacchetto di sigarette, che, secondo le necessità, funzionava da tabernacolo appunto, da pisside, da teca per la comunione ai malati e addirittura da ostensorio, davanti al quale gruppetti di detenuti si radunavano per l’adorazione. Riuscì a comunicare con l’esterno grazie ad un bambino di 7 anni, che gli procurava carta e matita e che poi con aria innocente riusciva a far passare sotto il naso dei carcerieri i messaggi del vescovo prigioniero alla sua comunità.

A casa il bambino poteva contare sulla complicità di fratelli più grandi di lui, che prontamente li ricopiavano e li diffondevano: in questa maniera avventurosa nacquero i libri scritti dal vescovo (tradotti poi anche in italiano), il cui tema dominante è la speranza.

Le autorità lo temevano, perché parlava di amore e perdono e rischiava di contagiare le guardie; arrivarono al punto di sostituire il picchetto ogni due settimane, ma alla fine dovettero arrendersi, perché quest’uomo, disarmato e impotente, con la sua sola presenza e con la sua testimonianza, risultava estremamente contagioso. Liberato il 21 novembre 1988 ed espulso dal suo Paese, si trasferì a Roma nel 1991, dopo avere avuto la certezza di non poter più rientrare in Vietnam. Giovanni Paolo II gli affidò la presidenza del Pontificio Consiglio Giustizia e Pace, lo chiamò nel 2000 a predicare gli esercizi spirituali alla Curia Romana e nel 2001, infine, lo creò cardinale.

Morì il 16 settembre 2002, dopo lunghe sofferenze per una rara forma di cancro. «Sogno una Chiesa che abbia nel cuore il fuoco dello Spirito Santo, e dove c’è lo Spirito c’è libertà, dialogo sincero con il mondo e specialmente con i giovani, con i poveri e con gli emarginati», aveva detto un giorno. Chi l’ha conosciuto sostiene che in lui questo fuoco ardeva sempre.

(Red)

 

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