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Un'opera di speranza dove non c'era nulla

27.08.2017 - aggiornato: 31.08.2017 - 13:51

IL PERSONAGGIO - Padre Mario Pantaleo, un’amicizia che continua a Buenos Aires, raggiungendo 50mila persone e dando lavoro a 650 impiegati.

© foto dal web

Nel quartiere più povero di Buenos Aires, un’opera grande, la più grande dell’Argentina. Iniziata nel 1972 da padre Mario Pantaleo (1915-1992), continua tuttora e cresce, raggiungendo 50mila persone e dando lavoro a 650 impiegati. A parlarne, al Meeting di Rimini, è venuto Horacio Morel, l’attuale direttore dell’Opera padre Mario Pantaleo. Avvocato al foro di Buenos Aires, padre di cinque figli, ha premesso che «a Gonzàlez Catán stiamo continuando il lavoro avviato da padre Mario grazie ad una grande amicizia nata 12 anni fa, di cui l’allora arcivescovo Bergoglio fu il testimone». Fu proprio il cardinale, infatti, durante una presentazione alla fiera del libro di Buenos Aires, ad indicare Horacio e altre persone alla famiglia che si occupava con crescenti preoccupazioni della cura dell’Opera.

L’Opera padre Mario comprende le scuole frequentate da 3600 studenti - dall’asilo all’università - un piccolo ospedale, un centro per anziani, dei laboratori per disabili, un centro polisportivo. La vita di centinaia di famiglie ruota attorno a questa opera: giovani che si sono formati nelle sue scuole vi hanno poi trovato lavoro e a loro volta i figli frequentano le sue scuole. «Quando arrivai per la prima volta a Gonzàlez Catán vidi un quartiere grigio, occupato dalla povertà e dall’emarginazione, un luogo desertico. Dentro di me una voce silenziosa mi diceva che avevo una missione importante da compiere», scriveva padre Mario Pantaleo, ricordando gli inizi. Il quartiere in questi decenni  non è divenuto più ricco («ci sono ancora strade sterrate e mancano i servizi sanitari», racconta Horacio Moral) ma ora ha un’anima. I bambini e gli anziani che rimanevano soli durante la giornata mentre madri e padri andavano al lavoro, grazie all’opera di padre Mario hanno avuto qualcuno che si occupasse di loro. «E ora i bambini durante la ricreazione giocano nel vagone del treno che nei primi anni serviva a padre Mario da abitazione. Padre Mario», racconta Horacio.

Ma chi era padre Mario? Di origine italiana (nato a Pistoia) a nove anni emigrò con la famiglia in Argentina dove il padre sperava di trovare un lavoro adeguato. L’attività iniziata dal padre e dallo zio però non funzionò e agli inizi degli anni ‘30 padre Mario tornò in Toscana. Il desiderio di entrare in seminario, già espresso negli anni argentini, si concretizzò nel ‘32 e, nel 1944, Mario potè diventare sacerdote. L’Argentina restò però sempre nel suo cuore e così nel 1948 lasciò  per sempre l’Italia. Nel Paese sudamericano ricoprì vari incarichi, fra cui la cura spirituale in due ospedali della capitale dove fu trasferito nel 1958.

Fu in quegli anni che si manifestò il suo dono di guarire con le mani e anche di diagnosticare la malattia: «Alle volte aiutava i medici nelle loro analisi», spiega Horacio Moral. La sua notorietà lo fece diventare un personaggio pubblico. Fu alla fine degli anni Sessanta che  con i suoi pochi risparmi comprò un terreno  e cominciò a costruire una piccola casa a Gonzàlez Catán. E proprio in quegli anni il destino gli fece incontrare la sua futura collaboratrice, Perla Gallardo, che con la sua famiglia aiutò padre Mario in quello che era il suo sogno, ossia la costruzione di una chiesa e di opere sociali a Gonzàlez Catán. Seguirono donazioni, l’acquisto di un terreno e la posa della prima pietra, nel 1972. Da quel momento fu un susseguirsi di opere, con un numero sempre maggiore di amici che si aggiunsero.

Seguendo la realtà - il metodo molto semplice di padre Mario - le costruzioni, i progetti, i servizi per la comunità crebbero. Tra il ‘76 e il ‘92, anno della sua morte, furono costruiti gran parte degli attuali 15mila metri quadrati del Centro. Furono anni di lavoro senza limiti d’orario e di sforzi. Padre Mario si dedicò completamente alla missione pastorale, alla costruzione dell’Opera e alla cura dei malati. Troppo, per un corpo affetto dall’infanzia da difficoltà respiratorie. Nel 1992, il 19 agosto, morì a Buenos Aires: migliaia di persone gli diedero l’estremo saluto.

(I.S.)

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