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04.07.2012
PNR 58, una spremuta di banalità
di Claudio Mésoniat

Vi racconto una barzelletta. Crearla è costato un occhio della testa. Non a me, ma al “Fondo nazionale per la ricerca” che per ben 5 anni ha foraggiato 135 ricercatori, autori di 28 “progetti”, costati al contribuente la tonda cifra di 10 milioni di franchi. Cosa hanno scoperto? Incominciamo dal titolo, che figura in testa al sunto diffuso ieri dai responsabili del progettone (si chiama PNR 58): «Religioni: perdita di importanza per i singoli individui ma oggetto di controversie per l’opinione pubblica». Pare dunque di capire subito che gli individui (svizzeri) siano tanto disinteressati al tema religioso quanto sono disposti a discuterne al bar, là dove si trasformano in “pubblico”. Infatti, i cervelli strapagati del PNR 58 affermano, concentrando i frutti del loro indefesso lavoro in una spremuta destinata ai media che a loro volta innaffieranno i cervelli degli “individui”, che «i temi religiosi guadagnano significato per il pubblico mentre perdono di importanza nella vita dei singoli individui». Tutto chiaro fin qui, non vi pare? Infatti, un passo più avanti, questi sgobboni di sociologi del PNR 58 non temono di scodellarci la sentenza: i nostri singoli individui (sempre svizzeri) sono vieppiù «secolarizzati». Accidenti, questa è una sorpresa. Che nell’Europa secolarizzata da decenni (tanto che gli ultimi Papi hanno ripetutamente parlato della necessità di rievangelizzare il continente) anche in Svizzera i singoli individui «si distanziano sempre più dalla religione tradizionale», ebbene non ce lo saremmo proprio aspettati. Un altro passo avanti e cosa ci viene spiegato? Che, grazie a Dio, «il potenziale di conflitto delle religioni viene sopravvalutato». Verrebbe da tirare il fiato, salvo che subito si precisa che «si assiste ad un inasprimento dei rapporti tra i molto credenti e i più distanziati». Brutta cosa. Ma chi sarebbero questi «molto credenti»? Il PNR 58 è entrato sul terreno dei rapporti tra religioni e tra gruppi interni alle religioni ed è possibile che si riferisca alle relazioni interislamiche. Altrimenti li vorrei smentire, se permettono: nel cristianesimo, ad esempio, l’approfondirsi della propria fede non induce affatto, come gli stereotipi più superficiali diffusi dai media ci propinano, aggressività verso i fedeli di altre religioni, bensì, all’opposto, interesse vero (non ingenuità) e commosso rispetto (“che ognuno vada fino in fondo sulla strada religiosa del suo popolo”, mi insegnava il prete sin da ragazzo). Ma allarghiamo lo sguardo sui panorami che ci apre PNR 58. Siamo ormai al capitolo che -lo si avverte immediatamente- sta più a cuore ai nostri scopritori dell’acqua calda: quello dell’islam nel nostro Paese. E qui, vi devo riportare un paio di passaggi piuttosto gustosi. Attenzione, avvertono gli uomini del PNR 58, in Svizzera circolano «preconcetti quali “repressione contro le donne nell’islam”», che «non trovano riscontro». Proprio ieri un amico luganese mi diceva: «Vedo sempre più donne islamiche in città che camminano velate da capo a piedi dietro i mariti che affrontano la calura in pantaloncini corti e maglietta». Pregiudizi, amico mio, pregiudizi che velano lo sguardo. Al punto da farsi poi abbindolare dall’«opinione sociale prevalente che attribuisce al cristianesimo carattristiche positive quali “pari dignità tra uomo e donna”, sebbene la parità dei sessi non venga garantita ovunque». Ma -mi domando- c’era bisogno degli svolazzi di 135 sociologi durante cinque anni per toccare, in conclusione, le bassure di simili polemichette filoislamiche e anticristiane? Bastava un’intervista a Tariq Ramadan.