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27.07.2012
L’uomo non vola... ma salta
di Paolo Galli

L’uomo non vola, semmai ambisce a volare, salta. Chi non ha mai aperto le braccia come ali di fronte a troppo cielo? L’uomo salta sin da quando è bambino. Glielo chiedono i genitori, estasiati di fronte a tanta crescita, a tali capacità. «Nostro figlio…». Salta! La coordinazione arriva soltanto con il tempo, dopo tanti passi orizzontali. Il salto si trasforma in fretta in un lusso di istinto: si salta per gioia, per incontrollabile disperazione. Si salta quando si perde il controllo, quando il cuore in qualche suo strano modo riesce a prendere il sopravvento sul cervello. Il salto spezza il ritmo di una camminata, o di una corsa. Lo sport è una metafora della vita, dicono. O forse no, forse dicono l’opposto, che la vita sia una metafora dello sport. Sia quel che sia, il salto anche nello sport ha un ruolo cruciale, altrettanto liberatorio. Si salta negli sport di squadra – per colpire il pallone di testa, per schiacciarlo nel canestro, o per superare un muro della pallavolo – e si salta in quelli individuali, dai tuffi dei nuotatori agli eleganti volteggi dei ginnasti, sino alle evoluzioni dell’atletica. Ci sono gli ostacoli e ci sono pure le asticelle. Il fatto di volere e dovere saltare l’asticella rappresenta l’essenza dello sport, e della vita stessa. Pensiamo al salto con l’asta, o meglio ancora al salto in alto. L’uomo, solo, di fronte a un ostacolo, con il solo obiettivo di superarlo, di arrivare oltre senza far crollare tutto, lasciando tutto come prima: fermare il mondo attorno a sé, spostarsi da un punto all’altro della pista - del globo - lasciando tutto immutato. Una sfida personale. L’asticella inizialmente viene posta a un’altezza “possibile”, poi man mano prende quota, centimetro dopo centimetro, salto riuscito dopo salto riuscito. E poi… Poi arriva a un certo punto, e da quel punto in poi si rende insuperabile. «Uomo, tu non sai volare», sembra sussurrare. Ci sono limiti che non possono essere valicati, ci sono regole naturali che non possono essere aggirate. Doping o non doping, l’uomo non vola. L’uomo, con tutti i suoi muscoli, prova a spingersi oltre i propri simili, per essere (il) migliore, per raccogliere pochi o infiniti minuti di gloria, o anche un solo applauso, un sorriso di un genitore adorante - già… - Ma poi si scontra con le leggi divine, con la forza di gravità, con la resistenza del cielo, di quel cielo che si fa ancora troppo cielo. Dick Fosbury, tanto per tornare al salto in alto, pur di oltrepassare i suoi simili e i suoi limiti, si inventò un salto tutto suo, un salto che poi prese addirittura il suo nome. Olimpiadi del 1968, Città del Messico: Fosbury si rifiuta di saltare con il petto rivolto alla pista, vuole passare l’ostacolo guardando negli occhi il sole, arriva sino a due metri e ventiquattro centimetri, nessuno come lui. Più in là lo imitarono, lo superarono, superarono l’uomo della rivoluzione, quello che inventò “il Fosbury”. Fosbury oggi ha 65 anni, nel 2008 scoprì di avere un tumore, sconfitto un anno più tardi. Fosbury ha alzato l’asticella, una volta ancora. Buone Olimpiadi a lui, e a tutti noi!