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17.08.2012
Una scelta chiarita dal tempo
di Gianmaria Pusterla

Inizio 1992: Giorgio Salvadè, cattolico impegnato e medico la cui professionalità era riconosciuta da tutti, si mette a disposizione per la Lega dei ticinesi quale candidato per il Municipio di Lugano. Era la Lega barricadera della “carovana della libertà”, del Mattino che prendeva per il naso i politici di ogni sponda. Era la Lega del Nano, che voleva rompere gli equilibri politici e stava per ritagliarsi la sua “fetta” di potere nella Lugano dominata dal PLR e in cui il PPD aveva una parte non secondaria, anche se minoritaria, nella gestione della città. Sappiamo come andarono le cose in quella tornata elettorale: Giorgio Salvadè venne eletto assieme a Marco Borradori, rompendo per davvero quegli equilibri. Fu uno “choc”. Soprattutto una fascia larghissima di popolari democratici – tra cui mi ci metto anch’io – non capiva perché una persona come Giorgio Salvadè potesse reggere (e fare) il gioco politico di Bignasca. Una visione limitata, si potrebbe dire oggi a vent’anni di distanza. L’impegno dei cattolici in politica frazionato in più partiti in quel periodo non era visto quale mezzo per realizzare il fine politico del bene comune, ma era ancora considerato un pericoloso indebolimento di quella componente politica che poteva invece far emergere tale fine politico. E poi, per parlarci chiaro, era una perdita di potere tout-court. Giorgio Salvadè, rompendo con quella tradizione, da un lato ha fatto emergere i motivi di quella rottura, legati ad un partito che non riusciva più – o perché numericamente troppo debole, o perché programmaticamente non più centrato sui temi della dottrina sociale della Chiesa, o soprattutto perché la società stava conoscendo profondi cambiamenti, ma forse per tutti questi motivi tra loro collegati – a raggiungere i suoi obiettivi politici. Dall’altro lato ha indicato la strada per far sì che nella nostra società una presenza politica di cattolici potesse rafforzarsi. Come? Obbligando lo stesso PPD a tener conto delle aspettative dei cattolici, del loro operare nella società, e favorendo una maggior penetrazione in ogni ambito sociale di questo pensiero/azione, che vede il bene e la crescita di ogni persona quale fine ultimo della politica, nel rispetto valorizzante di chi lo promuove in concreto. Certo, Salvadè per vent’anni si è giornalmente confrontato con lo scetticismo di molti cattolici di fronte alla sua scelta. La sua perseveranza, il suo incrollabile impegno e i successi ottenuti non solo lo hanno reso sempre più credibile, ma hanno dimostrato la validità del suo percorso. E anche su questo piano ci lascia una bella eredità: per i cattolici che si mettono a disposizione nella costruzione del bene comune il compito di mirare dritto dritto agli obiettivi, costruendo un consenso sulle (buone e realistiche) idee piuttosto che sulla provenienza di tali idee. È un processo di maturazione costante che ci interroga tutti.

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