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12.09.2012
Un'America di bandiere al vento
di Gregorio Schira

Sono qui per dirvi la verità, non quello che volevate sentirvi dire». Sono parole pronunciate da Barack Obama nel suo discorso di accettazione della “nomination”, qualche giorno fa a Charlotte. Ma sono parole che potrebbero adattarsi benissimo anche al suo rivale, Mitt Romney. Sono parole apparentemente sincere, oneste, leali. Ma è davvero così? Bastano due esempi, uno per parte, per smontare in quattro e quattr’otto ogni illusione incantatrice. Obama (e come lui sua moglie Michelle, il buon vecchio Bill Clinton e anche il vicepresidente Biden) ha tenuto alla Convention un discorso più moderato che mai, rivolgendosi agli elettori di centro, cercando di parlare a tutta l’America, toccando i temi meno “sensibili” e su cui è più facile raccogliere un largo consenso. Ma la Convention democratica è stata tra le più radicali degli ultimi anni. Al di là degli interventi “eccellenti”, i discorsi si sono infatti concentrati, ad esempio, sul sostegno all’aborto, su quello ai matrimoni omosessuali, sul diritto alla procreazione assistita, ecc. Insomma: davanti alle telecamere si cerca di accontentare tutti gli americani, ma a telecamere spente si tenta il tutto per tutto per conquistare quella fetta di elettori radicali rimasti decisamente delusi da un quadriennio piuttosto smunto e certamente meno “liberal” di quanto sperato.
Il candidato repubblicano, da parte sua, dopo aver fatto dello smantellamento completo dell’Obamacare (la tanto discussa riforma sanitaria introdotta dall’attuale presidente) il suo cavallo di battaglia, non più tardi di tre giorni fa ha candidamente dichiarato che se fosse eletto alla Casa Bianca non abolirebbe in toto il sistema sanitario concepito da Obama, ma ne manterrebbe operanti alcuni suoi principi basilari. Un tentativo piuttosto goffo, anche qui, di allargare la propria fetta di elettorato al centro.
Ciò che emerge da queste ultime settimane di campagna elettorale sono i ritratti di due candidati estremamente – per usare un eufemismo – duttili, che mentre dicono una cosa ne fanno un’altra, o per lo meno danno l’impressione di pensarla. Obama ci aveva in fondo già abituati a queste docce scozzesi. Basti pensare che dopo aver vinto il Nobel per la pace ha iniziato ad attaccare (sebbene piuttosto silenziosamente, a volte per mezzo dei famigerati droni) il Pakistan e la Somalia, ha guidato dalle retrovie la guerra in Libia e ora si vede confrontato con la possibilità di un intervento armato in Iran. Da Romney, un austero repubblicano tutto d’un pezzo, forse qualcuno non si aspettava piroette. Ma in campagna elettorale... I repubblicani sono tutti con lui, ma questo non gli basterà per vincere le elezioni di novembre. Deve conquistare anche buona parte degli indecisi, e per farlo è indispensabile che smussi – come sta facendo – qualche angolo, a cominciare dai temi più sensibili, come quello del welfare.
Mancano meno di due mesi alla notte del 6 novembre, quando l’America conoscerà il nome del prossimo inquilino della Casa Bianca. In molti sono pronti a scommettere che non ci sarà nessun trasloco, e i sondaggi degli ultimi giorni sembrano dar loro ragione. Ma la vera lotta incomincia soltanto ora, e i giochi sono ancora aperti. Anche se molti americani hanno ormai capito che la politica non è fatta di sogni e quasi sempre impone di dover scegliere non il candidato migliore, ma semplicemente il meno peggiore.