Impeccabili, nel loro piccolo, i colleghi dei media ticinesi, quelli della RSI in testa, che sono riusciti a creare attorno al film “Katyn” di Wajda un microclima da minculpop che tra silenzi, snobismi e stroncature a mezzabocca, riproducendo la censura internazionale imposta dalla Russia di Putin e ben accolta dall’intellighenzia politicamente corretta, ha tentato di tener lontano il popolo del Festival da questo grande film, a nostro avviso l’evento artistico, culturale e politico più rilevante di questa 62esima edizione della rassegna locarnese. Hanno tentato, ma non ci sono riusciti, perché ieri sera la cosiddetta Sala, un bunker ubicato nella campagna locarnese, era piena di gente curiosa e interessata. E questo nonostante gli organizzatori del Festival, spaventati dal loro stesso ruggito leopardesco, l’avessero presto tramutato in un belato, e dopo aver deciso di dedicare una serata al cinema di Wajda (uno dei maggiori registi viventi), hanno poi confinato la proiezione di “Katyn” in periferia e in piena “notte dei Manga”, coprendola con un manto di timoroso silenzio, senza conferenze stampa, senza tavole rotonde, senza una parola ai media. Una pena. Perché, vi chiederete, tutta questa paura? Perché, ci chiediamo, non si è trovata sinora una sola casa di distribuzione in Svizzera disposta ad acquistare il film e a metterlo in programmazione nelle sale? È abbastanza stupefacente. Ma forse basteranno due parole sul film per incominciare a capire. Facile intuire perché il Cremlino abbia esercitato tutte le pressioni possibili per bloccare la diffusione dell’opera di Wajda. “Katyn” racconta, in modo storicamente ineccepibile, l’eccidio compiuto dall’esercito di Stalin durante la seconda guerra mondiale, quando 22mila ufficiali polacchi furono trucidati e sepolti nei boschi in fosse comuni, attribuendo poi la strage ai nazisti, fino a pochi mesi prima alleati dei comunisti. La grande menzogna entrò nei libri di storia fin che Gorbaciov, dopo la caduta del muro, ammise la responsabilità russa. Il disegno di Stalin era quello di decapitare la futura “classe dirigente borghese” della Polonia. Ma quello che atterrisce, come crudamente documenta il film di Wajda, è il modo dell’eliminazione: fucilati ad uno ad uno con un colpo alla testa, in un mattatoio all’aperto congegnato in modo che i corpi scivolassero direttamente nella fossa, senza perdite di tempo. Ha scritto in proposito Marina Corradi: «Migliaia di ragazzi (e tra questi il padre di Wajda, ndr.) abbattuti come vacche, sotterrati come letame. C’è, in questo mattatoio scientifico, qualcosa che va oltre lo scopo dell’eliminazione del nemico; c’è un gusto di disprezzo, un’ansia feroce di spregio di ciò che è l’uomo. Come nei lager nazisti, certo. Come nei gulag. Tuttavia, l’immagine di Wajda, le ruspe che sotterrano nel loro orribile fragore meccanico gli uomini, aggiunge qualcosa a ciò che sappiamo degli orrori della guerra». Ieri sera al Festival, la proiezione di Katyn è stata preceduta da quella di un documentario realizzato sul set del film, durante le riprese. Una splendida illustrazione del lavoro di un grande artista. Il vecchio Wajda è al centro di una produzione gigantesca, con moltitudini di attori e comparse, attento a ogni più piccolo dettaglio -dall’intensità della neve artificiale soffiata dai cannoni, al passo falso della comparsa, al piccolo screzio nel colore del camion; senza mai perdere la visione del tutto. E trovando il tempo per fare e rifare, con l’aiuto di cameraman e datori luci vieppiù stupiti, una fotografia con accanto una piccola bambina che recita una particina nel film.
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