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11.10.2012
Cosa è stato per me il Concilio
di di Claudio Mésoniat

Cielo cielino (come mi aveva insegnato a dire, da studente, don Sandro Vitalini, al posto di qualche altra interiezione di meraviglia un po’ greve che avevo spesso sulla bocca)! Pensavo di scrivere qualcosa sul Concilio Vaticano II -di cui oggi ricorre il 50esimo esatto dall’inaugurazione- ma mi accorgo di accingermi ad un’impresa titanica, come una pulce che voglia partecipare a una partita di basket tra elefanti. Ho provato a leggere qualche articolo, a guardare qualcosa in tv (un bel dibattito di qualche sera fa su Tv2000 associata a La7, con personaggi del calibro del cardinal Scola e di Giuliano Ferrara moderati da Gad Lerner; ho gettato la spugna dopo un’ora e mezza con il cervello un po’ fumante…). Mi sembra che piovano commenti e discussioni infuocate da ogni dove. Oltre tutto il tema sarà macinato e rimacinato per un anno intero, questo Anno delle fede che sta per iniziare per volontà di Benedetto XVI. Non mi lamento, anzi sarà una provocazione continua per la fede -la mia fede- la quale, se lasciata dormire nel deposito delle certezze acquisite, non cresce come dovrebbe, con grave danno per tutta la propria umanità, che si addormenta e smette di cercare e sperimentare il gusto della vita. Sarà una festa, ne sono certo, e non lo dico per stare nell’onda.
Dunque proviamo a scribacchiare tre parole di personale riflessione sul grande Concilio. Si comincia tutti dal «c’ero anch’io», o meglio dal «dov’ero io». Ero un ragazzino nel 1962, che, senz’altro, avvertì una certa effervescenza negli ambienti di Chiesa che allora frequentava, il catechista a scuola e i preti in parrocchia, ma sinceramente senza capirne la ragione. Cominciai a cogliere qualcosa qualche anno dopo, quando all’improvviso una bella domenica a Messa sentii che il sacerdote parlava italiano e dovetti imparare da un libretto le risposte che sin da bambino avevo memorizzato in latino. Mi sembrò una bella cosa ma non è che mi cambiò la vita, anche perché la mia fede era ancora imbozzolata in una serie di pratiche etiche e liturgiche. Di lì a pochi mesi invece la vita me la cambiò l’incontro con un prete che non è che dicesse cose tanto diverse da quelle che avevo sempre sentito in parrocchia e in famiglia (il catechismo), ma le diceva in un modo che mi fece spalancare gli occhi e il cuore. Alle parole dava una… terza dimensione, che le faceva uscire dalla pagina del catechismo. In quel che diceva c’era dentro tutta la sua umanità, sembrava proprio che la fede gli desse due o tre marce in più, umanamente parlando. E il Concilio? Capii molto più tardi cosa il Concilio avesse a che fare con la fede, con la mia vita, con quell’incontro. Mi sembrò di capire che nel Concilio molti saggi vescovi, a partire da Papa Giovanni XXIII (e tra i quali c’era un certo Wojtyla), e intelligenti teologi (tra i quali un certo Ratzinger) avevano messo una carica di esplosivo sotto una crosta che si era formata da tempo sul cattolicesimo (non tale da ammorbarlo tutto, c’era fior di vita e santità nella Chiesa anche prima dell’evento conciliare); un’incrostazione di formalismo, di moralismo, di intellettualismo che copriva una sorgente straordinaria di vita. Scoperchiata, la fonte era ora più accessibile a tutti. La cosa più importante mi sembrò, nei testi del Vaticano II, la declericalizzazione della Chiesa: la Chiesa -si riaffermò con vigore e autorevolezza- è il popolo di Dio, non i preti e le suore soltanto, con noi laici a far da clienti dei loro servizi. La vera grande responsabilità della Chiesa, la missione, sta sulle spalle del semplice fedele: rendere Cristo, con la propria testimonianza, incontrabile a chiunque, nei propri ambienti di vita e di lavoro. Un compito, una vocazione stupenda, fondamentale e primaria anche rispetto alla chiamata al matrimonio e al sacerdozio, in quanto condivisa da ogni battezzato. Ecco perché il cuore della Chiesa è il mio rapporto con Dio, con Cristo; il dramma centrale del cosmo e della storia si gioca tra noi, Lui ed io, dentro tutte le circostanze più banali o eccezionali della vita («l’uomo mendicante del cuore di Cristo e Cristo mendicante del cuore dell’uomo», diceva quel sacerdote che avevo incontrato a 16 anni). La Chiesa è l’accogliente ambiente di questa relazione. Per questo negli anni successivi non ho mai capito come si potesse scambiare questo protagonismo della persona, del laico (sottolineo: laico), nuovamente rilanciato dal Concilio, con un problema di ruoli e poteri dentro l’organizzazione ecclesiale. Con i laici a clericalizzarsi e gli ecclesiastici a laicizzarsi. Con i “tradizionalisti” e i “progressisti” (categorie mutuate dalla politica) in lotta feroce per negare, gli uni, e affermare, gli altri, la “democrazia nella Chiesa”. Chiaro che si è perso del tempo prezioso, aggrovigliati in dispute su un’agenda di temi che il “mondo”, tramite i media, scaltramente imponeva man mano quasi fossero le vere grandi questioni della fede nel mondo di oggi: il matrimonio dei preti, le donne sacerdote, il preservativo e, quando andava bene, la “scelta dei poveri” (che va benissimo, ma secondo il Vangelo non secondo il Capitale di Marx). Mentre il mondo aspettava, e aspetta, di essere di nuovo affascinato da un cristianesimo che si pone le grandi domande indicate da Papa Benedetto due giorni fa all’inizio del Sinodo sulla fede, domande cui i cristiani possono testimoniare la risposta incontrata: «Dietro il silenzio dell’universo, dietro le nuvole della storia c’è un Dio o non c’è? E, se c’è questo Dio, ci conosce, ha a che fare con noi? Questo Dio è buono, e la realtà del bene ha potere nel mondo o no? (…) Dio è un’ipotesi o no? È una realtà o no? Perché non si fa sentire? “Vangelo” vuol dire: Dio ha rotto il suo silenzio, Dio ha parlato, Dio c’è (…), ci conosce, ci ama, è entrato nella storia».