È fin troppo facile essere profeti di sventura in questa fase politica ed economica. Le condizioni per prevedere un aggravarsi della crisi della moneta unica ci sono tutte. Da una parte la recessione che rende ancora più difficile risanare i conti pubblici di economie al tappeto come quelle di Grecia e Spagna e dall’altra le incognite legate alle prossime elezioni politiche in Italia che lasciano intravedere la fine del pur contrastato Governo Monti.
Secondo le leggi della fisica la moneta unica europea dovrebbe avere i mesi contati. È come un ginnasta alle parallele con le sbarre che si allargano sempre un po’ di più, prima o poi pur con tutta la buona volontà non potrà che crollare a terra o comunque decidere di scendere ben prima del previsto. Sui mercati finanziari le ripercussioni ci sono già state: decine di miliardi di euro hanno abbandonato le banche di Atene e Madrid e si sono indirizzati verso i più sicuri lidi del centro-Europa.
Ma a questo punto si possono fare due scelte. La prima è quella di guardare con distaccata superiorità a quello che sta avvenendo, sedendosi sulla riva del fiume ad aspettare il naufragio della moneta unica. La seconda è quella di ricordare il paradosso del calabrone spesso usato come immagine dell’economia italiana. Questo paradosso mette in luce il fatto che il calabrone è un insetto tozzo, pesante e con due ali talmente piccole rispetto al corpo che, secondo le indiscutibili leggi della fisica, non può certamente volare. Eppure il calabrone, forse perché non conosce le leggi della fisica, vola tranquillamente di giorno e di notte.
Lo stesso si può dire dell’Italia. È un Paese segnato da governi inefficienti, da un’amministrazione pletorica, da leggi e regolamenti complessi e punitivi, contraddistinto da una pressione fiscale vessatoria, con un’economia centrata sulla piccole e medie imprese che per loro natura non possono avere grande capacità competitiva, con un debito pubblico tra i più alti del mondo. Eppure l’Italia resta la seconda potenza industriale d’Europa; è il paese che ha cumulato l’avanzo statale più alto al mondo (700 miliardi in vent’anni); ha un debito pubblico per abitante più basso di quello di Irlanda, Canada e Stati Uniti e solo di poco più alto di Gran Bretagna, Francia e Germania; ha una ricchezza finanziaria netta delle famiglie a livello di Francia e Germania e nettamente superiore a quella di Belgio, Olanda e Spagna; ha il più basso livello di debito privato d’Europa.
Certo se ci si ferma ai due dati su cui sono costruiti i giudizi correnti (il rapporto debito/pil e la crescita dello stesso pil) l’Italia appare certamente come un Paese che ha bisogno di risanare i propri conti pubblici, in primo luogo tagliando una spesa pubblica in cui vi sono moltissimi sprechi, e che deve rilanciare lo sviluppo sostenendo la domanda interna, quindi riducendo le tasse, e rimuovendo i vincoli che irrigidiscono le imprese. Ma è anche un Paese che anche negli ultimi anni di crisi ha visto, nonostante tutto, crescere le proprie esportazioni sia sul fronte industriale che in quello agricolo-alimentare.
E allora torniamo al calabrone e ripensiamo alle leggi della fisica e soprattutto dell’economia. Perché in campo economico e sociale lo scontro tra la razionalità e la realtà può rendere vane anche le più accurate delle previsioni. Lo sottolineava John Maynard Keynes, sicuramente uno dei più grandi economisti del secolo scorso. «I mercati - sottolineava - sono strutturalmente razionali, ma possono essere irrazionali anche per lungo tempo». E ancora: «Le decisioni umane che influiscono sul futuro siano esse personali o politiche o economiche non possono dipendere da una rigorosa speranza matematica, poiché non esiste la base per compiere un tale calcolo (…) per trovare un movente alle nostre azioni bisogna ricadere sul capriccio o sul sentimento o sul caso».
Fare previsioni in campo economico è quindi certamente facile, indovinarle è un po’ più difficile. Dare per spacciata la moneta unica è quindi altrettanto razionale quanto temerario. Per i cultori della razionalità l’euro dovrebbe già da tempo appartenere solo ai libri di storia, eppure continua ad essere vivo, a guidare risparmi, investimenti e scambi, a ricordare che il valore dell’unità europea non è solo nei mercati, ma anche in una solidarietà che finora nei momenti di difficoltà ha trovato sempre il modo per esprimersi.
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