È a Denver che la partita è cambiata. E l’impressione, in attesa dei prossimi sondaggi, è che né il dibattito della scorsa settimana né quello di ieri notte abbiano spostato se non di poco il parere dell’opinione pubblica americana. Se fino allo scorso 3 ottobre la partita sembrava praticamente giocata (e quasi nessuno metteva in dubbio la riconferma di Obama per un secondo mandato), da quel mercoledì sera la sfida si è decisamente riaperta. Diciamolo subito: nonostante i sondaggi su scala nazionale mostrino i due candidati praticamente appaiati, in realtà Obama mantiene ancora un certo vantaggio (ed è quello che conta) nei cosiddetti “Swing States”, gli Stati che tradizionalmente non stanno né con i democratici né con i repubblicani e che quindi possono far pendere l’ago della bilancia da una parte o dall’altra. Ma se fino al primo dibattito dormiva sonni piuttosto tranquilli, ora non è detto che qualche brutto incubo non lo faccia pure lui.
Basta guardare all’andamento del duello di ieri notte. Obama ha vinto, lo hanno detto più o meno tutti, ma Romney non ha perso. Il presidente ha vinto quando si è parlato di politica estera (il tema su cui lo scontro doveva basarsi) ma Romney si è rifatto riuscendo a introdurre, soprattutto nella parte finale, argomenti di politica economica, il suo punto forte (e al contempo uno di quelli in cui il suo rivale è più debole). Il candidato repubblicano, però, è soprattutto riuscito a resistere ai continui attacchi di un Obama che sui rapporti con il resto del mondo ha saputo mostrarsi come un vero e proprio “Commander in Chief”. Il compito, lo si sapeva, non era dei più difficili per Obama. In fondo, qualche successo di cui vantarsi lo aveva pure in tasca, primo fra tutti la cattura e l’uccisione di Osama bin Laden. Ciò in cui, per contro, Obama ha fallito è stato il tentativo (neppur troppo velato) di far apparire il suo interlocutore come un semplice governatore totalmente impreparato sui dossier più caldi, dalla crisi siriana alla minaccia iraniana, passando dal “successo” in Libia e dai droni nei cieli dello Yemen e del Pakistan. Romney, dicevamo, ha resistito egregiamente e – anzi – in alcuni momenti è parso addirittura più presidenziale del presidente, evitando in tutti i casi di mostrarsi come un guerrafondaio o – quasi peggio – come un Bush versione 2.0. Certo, qualche sbavatura l’ha avuta, ma mai ad Obama è riuscito l’affondo.
Anche perché, tirate le somme, sostanzialmente i due hanno concordato su quasi tutti i temi. La politica estera di Obama, infatti, è chiaramente figlia di quella dell’amministrazione che lo ha proceduto (in Iraq ha portato a termine il lavoro svolto da Bush, in Afghanistan ha gestito come poteva una guerra iniziata dal suo predecessore, e nel rapporto con il terribile nemico iraniano – pur dopo aver tentato di offrire la mano invece che il pugno nel famoso discorso del Cairo – ha proseguito sulla strada imboccata già da anni alla Casa Bianca). E difficilmente Romney vorrà distanziarsi da quanto fatto dall’America post 11 settembre, anche se questo è un punto a favore di Obama, il quale può tranquillamente affermare di stare già facendo tutte le cose che il suo sfidante vorrebbe fare.
Mancano ormai meno di due settimane al voto. Due settimane in cui, c’è da scommetterci, i due candidati cominceranno (finalmente?) ad usare l’artiglieria pesante e a tirar fuori gli argomenti più decisivi. Lo dovrà fare Romney, anche solo per il semplice fatto di essere ancora indietro laddove i voti contano davvero. Lo dovrà fare pure Obama, certamente conscio del fatto che sinora l’unico vero “evento” di questa campagna elettorale è avvenuto venti giorni fa, il tre ottobre. E non ha giocato a suo favore.
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