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Tra divieti e imprevisti brilla l’opera di Wang

10.05.2018 - aggiornato: 14.05.2018 - 14:49

DIARIO DA CANNES - L'edizione 71 parte senza le anteprime per la stampa e senza selfie. Ma a riscattare un’edizione ricca di proibizioni è il coraggio di alcune scelte artistiche.

© Festival-cannes

da Cannes Francesca Monti

 

Si corre da una sala all’altra, e soprattutto da una coda all’altra, in questa 71esima edizione di Cannes. Già, perché la decisione del direttore Thierry Frémaux e della sua squadra di posticipare le proiezioni per la stampa di un giorno sta costringendo tutti i giornalisti presenti sulla Croisette, e soprattutto i quotidianisti, a rivedere la loro agenda per adattarsi alle nuove tempistiche, rinunciando al privilegio di poter dire la prima parola sui film presentati.

Ma le restrizioni non colpiscono solo la stampa: anche i fan e gli spettatori, che ogni pomeriggio si appostano dietro alle transenne per vedere i loro beniamini, stanno facendo i conti con il divieto di scattare selfie davanti al red carpet. E per ora (anche se non è chiaro con quali metodi vengano effettuati i controlli e puniti i “colpevoli”) i telefonini sfoderati in mezzo alla folla sono drasticamente diminuiti, a tutto vantaggio dei fotografi ufficiali, che possono cosi preservare l’esclusiva sulle immagini dei divi.

Cannes, però, non è solo il festival del glamour e delle celebrità. A ricordarci la sua attenzione al cinema più radicale e politicamente rilevante è stata la proiezione, iniziata ieri in mattinata e terminata alle 19, dell’ultima fatica di Wang Bing. Il documentarista cinese, già vincitore quest’anno del Pardo d’oro a Locarno, ha presentato fuori concorso Les Ames mortes. Frutto di più di 10 anni di lavoro, quest’opera fiume della durata di 8 ore e 16 ripercorre una delle pagine più feroci e dimenticate della storia della Cina: i campi di rieducazione concepiti dal regime maoista per “correggere” la condotta di coloro che erano considerati nemici e oppositori del comunismo. Non solo soggetti riconosciuti come politicamente di destra, ma anche comuni cittadini lontani da rivendicazioni di questo tipo e, inevitabilmente, coloro che si professavano cristiani. Wang Bing ha raccolto una serie di testimonianze che raccontano le condizioni disumane patite in questi luoghi di prigionia, dove la fame annichiliva ogni forma di solidarietà ed empatia tra simili. E in un certo senso ha provato, attraverso l’arte cinematografica, a dare una degna sepoltura a quei corpi abbandonati e dimenticati dalla Storia. Un viaggio nella memoria che, se non ha alcuna speranza di trovare una distribuzione nel proprio Paese, saprà far discutere altrove, soprattutto per la similarità delle immagini evocate con quelle emerse dalle testimonianze sulla Shoah. Ma avremo modo di tornare su questo e sugli altri film più significativi di questi giorni nell’approfondimento di Daniela Persico per il nostro prossimo inserto culturale.

Se c’è un’altra capacità in cui Cannes eccelle, è quella di saper far parlare di sé. Ad esempio, tra le incognite dell’edizione appena partita, vi era quella del film di chiusura, l’attesissimo Don Quixote di Terry Gilliam. Pochi giorni fa si era paventata l’ipotesi che la proiezione potesse saltare. Il motivo? Una causa in corso in tribunale da parte dell’ex produttore per bloccare la presentazione dell’opera al festival francese. Ma, proprio ieri, è stato confermato il via libera al film, che sarà dunque il grande evento di sabato 19 maggio. Ad aggiungere suspense alla vicenda, ha contribuito il malore che qualche giorno fa ha colpito Gilliam, che fortunatamente ha detto di stare meglio e di poter accompagnare la pellicola in Costa Azzurra. Insomma, Cannes 71 ha rinnovato la mitologia costruita attorno a questo film, considerato “maledetto”: nel 2000, infatti, Gilliam aveva dovuto interrompere le riprese del suo adattamento dell’opera di Miguel de Cervantes a causa dei mille imprevisti accorsi, tra problemi metereologici e di salute.

Sul fronte del Concorso, si attendono poi le opere di due registi che non saranno sulla Croisette per motivi di diversa natura: Jafar Panahi, che non può lasciare l’Iran a causa di una lunga vicenda politica, e il russo Kirill Serébrennikov, agli arresti domiciliari per una presunta appropriazione indebita di sussidi pubblici. In quest’ultimo caso, pare che Putin abbia risposto ieri agli appelli dei Festival riconoscendo l’importanza di questa occasione per il cinema russo, ma ribadendo l’impossibilità di intervenire su un organo “indipendente” come la giustizia…

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