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Minatori, un lavoro col botto

26.02.2016 - aggiornato: 26.02.2016 - 12:19

Cosa significa scavare sottoterra maneggiando 400 chili di esplosivo al giorno? Con la caduta del diaframma principale, il compito dei minatori può dirsi concluso. Prima che lascino Sigirino, abbiamo raccolto le loro storie.

(foto AlpTransit San Gottardo SA)

di Loris Trotti e Martina Salvini

 

Nel dicembre del 2020, quando verrà inaugurato il transito attraverso la Galleria di base del Ceneri, forse i passeggeri a bordo del treno faticheranno a ricordare che, per scavare i 15,4 km del tunnel, sono stati necessari circa 12.000 brillamenti, oltre 4 milioni di tonnellate di esplosivo, 5 anni di scavi ininterrotti e altri 4 circa per la sistemazione definitiva. Senza contare il dispiegamento di manodopera, costituito, soltanto per la fase di scavo, da circa 500 persone tra minatori e operai con varie mansioni.

Con la caduta del diaframma principale avvenuta lo scorso 21 gennaio, il lavoro dei minatori può dirsi concluso. Prima che lascino il villaggio di Sigirino, il GdP ha quindi voluto raccogliere le storie di alcuni di loro, ovvero Walter Tognini (unico minatore ticinese), Gianmarco Fendoni (capo cantiere) e Franco Forestiero (macchinista).

 

 

«Una passione esplosiva»

 

Walter Tognini, 35enne di Malvaglia, essendo l’unico minatore ticinese che ha partecipato alla scavo del cantiere del secolo, era anche il solo a poter rientrare a casa alla sera. Al di là di questo grato privilegio, Tognini rappresenta un vero unicum a livello cantonale, poiché non esiste nessun altro ticinese che ha ricoperto il suo ruolo. Walter, sebbene non nasconda una certa soddisfazione per aver piazzato l’ultima carica all’interno del tunnel e per «aver contribuito a costruire un pezzo di storia», è uno che resta con i piedi per terra.

Ci ha raccontato che molti conoscenti gli hanno chiesto in cosa consiste il suo lavoro e cosa si prova a vivere 8 ore al giorno in galleria: «La mia mansione - ci ha spiegato - in gergo lavorativo è definita “fuochino”. Faccio parte di una squadra di 8 persone (da capo sciolta, minatori e macchinisti), che provvede a sistemare la carica della volata al fronte. Noi disponiamo i vari collegamenti tra gli esplosivi, assicuriamo la zona… e facciamo esplodere la parete in modo che lo scavo avanzi».

Un lavoro col botto e, per Walter, una passione esplosiva, maturata già prima di lavorare per il progetto AlpTransit: «Ero capo cantiere edile, e non di rado collaboravo anche nelle cave, preparando gli esplosivi, o per lo sbancamento rocce. È un mondo che mi è sempre piaciuto. Poi si è presentata l’occasione di entrare all’AlpTransit e mi sono buttato. È stata una sfida personale. L’ambiente all’interno del tunnel all’inizio era molto affascinante e con temperature sui 28 gradi, dopo ci si abitua e diventa la normalità».

Ma durante i 5 anni e mezzo di occupazione, quanti chilogrammi di esplosivi ha maneggiato? «Ogni giorno la nostra squadra aveva tra le mani circa 400 kg di esplosivo. Moltiplicato per 5 anni e mezzo di attività… non ho mai calcolato l’importo, ma di sicuro sono parecchie tonnellate». Ad ogni modo, oltre alla passione, gli aspetti più positivi del lavoro forse sono altri: «Avendo turni di 10 giorni consecutivi, seguiti da 4 giorni di ferie, si passa tanto tempo assieme ai colleghi; si è creato un legame umano particolare, che in altri cantieri non esiste o si forma solo in parte. Anche lo scambio tra mentalità diverse è stato molto arricchente».

 

 

«La squadra è una famiglia»

 

Franco Forestiero ha 34 anni e a vederlo sembra di trovarsi di fronte a un gigante buono, concreto, ma riservato al tempo stesso. I suoi occhi, di un nero intenso, come anche i tratti del suo volto, ci trasportano immediatamente nel sud Italia. Franco è uno dei moltissimi italiani che hanno collaborato alla realizzazione di AlpTransit. A oltre mille km di distanza si trova casa sua: Lauria, un piccolo paese in provincia di Potenza (in Basilicata).Là vivono la moglie e la figlioletta, di appena 14 mesi. «Stare lontani da casa è difficile – ci dice -, ma avere un lavoro oggi è una fortuna».

Diplomato come operatore elettrico per telecomunicazioni, Forestiero ha lavorato in diversi cantieri del Consorzio Condotte Cossi, dalla linea ad alta velocità che collega Firenze a Bologna, al Sestrière. Dal febbraio del 2010 lavora ad AlpTransit come autista di macchinari: 10 giorni di lavoro e 4 di riposo, durante i quali torna a casa dalla sua famiglia.

Ma non gli fa paura lavorare sotto terra? Forestiero minimizza e piuttosto aggiunge: «Tutti i lavori sono pericolosi. Qui la situazione viene monitorata 24 ore su 24 e tutto è strettamente controllato. Non ho mai provato una sensazione di paura da quando mi trovo qui». Sigirino ha ospitato in questi anni diverse centinaia di operai e minatori, dalle tante storie e provenienze. «Passando così tanto tempo insieme, tra noi operai si è instaurato un rapporto particolare, ci spiega Franco, ci diamo una mano e siamo un gruppo affiatato. Mi ricordo che quando un collega è andato in pensione, si è commosso. È stato toccante».

Quale, invece, il momento più emozionante? «Senz’altro il 21 gennaio scorso, quando è brillato il diaframma principale. È stata una grande soddisfazione».  Ma i lavori di completamento del tunnel significheranno anche la  fine del lavoro al cantiere di AlpTransit. Chiediamo dunque a Franco se non abbia un po’ di timore in vista del traguardo finale, che forzerà molti di loro a guardarsi in giro, per cercare un nuovo cantiere in cui lavorare. Ma il suo sorriso non si scalfisce, anzi, ci dice: «Io non penso al dopo, nessuno di noi qui lo fa. Però una cosa è certa: chi ha la volontà di lavorare, un’occupazione la trova».  

 

 

«Responsabile di 350 uomini»

 

Gianmarco Fendoni è capo cantiere del Consorzio Condotte Cossi. Sotto la sua direzione lavorano circa 350 operai, ma sono stati oltre 500 durante il processo di scavo del lotto principale. Per usare una metafora, significa stare di fronte al direttore di una grande orchestra. Il progetto AlpTransit è un’opera faraonica che resterà nella Storia. Lo sa bene lo stesso Fendoni, che ci racconta come una delle soddisfazioni maggiori del suo lavoro stia proprio nel passare davanti alle opere ingegneristiche a cui ha collaborato e poter dire «Io c’ero».

 

La storia di Fendoni, classe 1963, parte da Teglio, in Valtellina. Una terra di montagna, dove gli uomini sono abituati alla durezza del lavoro. La determinazione del capo-cantiere Fendoni la si afferra in un istante. Forse è proprio questo un tratto che deve avere un buon comandante. «Lavorare nel tunnel richiede un grande lavoro preparatorio e massima coordinazione da parte delle squadre – ci spiega. Prima ci sono coloro che procedono con la fase di avanzamento, che si occupano di sfondare la roccia e scavare il percorso. Seguono le squadre che procedono col rivestimento delle pareti e con tutti i lavori di rifinitura del tunnel. L’obiettivo è rendere la squadra il più possibile unita e responsabilizzare i diversi attori, in modo che si possa lavorare in tutta sicurezza e velocemente».

 

Ma come si diventa capo-cantiere? Fendoni, dopo gli studi da geometra, ha iniziato a lavorare in diversi cantieri edili in Valtellina. Nel 2000 la ditta per cui lavorava si è aggiudicata l’appalto per la ristrutturazione del traforo del Monte Bianco, danneggiato l’anno precedente da un grosso incendio. A questa esperienza sono seguiti alcuni lavori nelle gallerie dell’Alto Adige, la realizzazione della quarta corsia autostradale sulla tratta Milano-Bergamo e la posa del metanodotto del Lago Maggiore.  Infine ha bussato alla porta l’occasione di AlpTransit.

«Era il 2010 – continua Fendoni – e sono approdato a Sigirino, a contribuire a uno dei cantieri più importanti d’Europa». Sono passati 6 anni e, guardandosi indietro, Fendoni rievoca l’ultimo brillamento: «È stato bello, adesso l’avventura sta per concludersi». Ma una cosa è certa: «È stata senz’altro un’esperienza molto arricchente, sia umanamente sia professionalmente. Dopo AlpTransit spero di poter partecipare a qualche nuova grande impresa europea». 

 

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