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Un patto per il futuro dei villaggi

13.07.2015 - aggiornato: 13.07.2015 - 11:28

Tarcisio Cima lancia la «Prospettiva Villaggio», un piano di rilancio delle realtà periferiche, che punta sulla promozione della qualità di vita, a vantaggio di turisti, residenti e abitanti delle zone urbane. La chiave di volta sta nel recupero del patrimonio di edifici esistenti.

 

Tarcisio Cima, in un recente contributo apparso sulla «Voce di Blenio», lei ha lanciato una proposta per lo sviluppo della montagna ticinese: la “Prospettiva Villaggio”, promossa da un apposito “Patto di Dangio”. Ce ne può parlare?

Si tratta, potrei dire, dello sbocco naturale di una lunga esperienza lavorativa e non solo, iniziata negli anni 1970, all’allora Ufficio di Ricerche economiche (oggi IRE), dove mi occupavo di regioni periferiche, le stesse in cui ero nato e cresciuto. Mi occupavo dei primi progetti LIM, dei primi passi della politica di sviluppo regionale. Poi nel 1988 sono passato all’Ufficio delle regioni di montagna (URM). In quegli anni ho maturato la convinzione che la struttura delle Valli, basate sui villaggi, sia ricca di potenzialità. E questo pur in mezzo a mille difficoltà. Quando poi sono giunto all’Ufficio di statistica, ho potuto continuare le mie riflessioni...

 

In quel periodo, infatti, si era verificato un profondo rivolgimento della politica regionale…
Sì, l’attenzione si è spostata sulle città, pensando che da queste poi lo sviluppo si sarebbe irradiato nelle zone periferiche. Ciò non deve sorprendere: in tutto il mondo è preponderante l’interesse per le città. Invece, secondo me, per capire le Valli, si deve partire proprio dalle Valli.

Non è un’attenzione un po’ démodée? Nel mondo si va verso le megalopoli. Non è finita l’era dei villaggi? 
No, proprio in Ticino le Valli, i villaggi, hanno conservato consistenza, in un modo anche un po’ sorprendente. Ciò ha contraddetto l’idea di un declino irreversibile, il pensiero delle “Valli morenti”, tanto comune nel discorso politico. Se dunque queste regioni sono ancora vive e vitali, ci si deve impegnare per il futuro. So di essere controcorrente: per me, tuttavia, l’infinita tendenza all’urbanizzazione è deleteria. Perché porta a svuotare intere regioni e a creare problemi sempre più importanti nelle città stesse. A livello globale è necessario ripensare a questi fenomeni, per ritrovare un equilibrio nella distribuzione della popolazione.

 

Questa riflessione si è concretizzata nel Patto di Dangio…
Sì, ho sempre cercato di agire anche con un po’ di creatività e coinvolgendo altri. Nel 2008, in uno spirito in parte goliardico, ho così sottoscritto con alcune persone questo “Patto di Dangio”, che vuole ricordare quello di Torre. L’hanno firmato 12-15 persone, proprio a Dangio, in casa mia, per dire in una paginetta scarsa di testo il proprio impegno per i villaggi e le Valli. 

Veniamo allora ai contenuti. Qual è l’attuale stato di vita dei villaggi in Ticino?
Mi sembra di poter dire, a livello complessivo, che dagli anni 1970 il fenomeno di spopolamento delle Valli si è fermato. Ad esempio la Val di Blenio aveva 5000 abitanti ad inizio secolo, e ne ha 5000 ancora oggi, con delle variazioni di alcune centinaia in più o in meno, ad esempio al momento della costruzione dei grandi impianti idroelettrici. Lo stesso vale per la Vallemaggia.

 

Qualcosa è però cambiato…
Sì, è mutata la distribuzione interna nelle Valli. Nelle zone più discoste il popolamento si è fatto ben più rado. È invece aumentata la popolazione dei fondovalle, soprattutto nei tratti iniziali. Ciò è inevitabile e non è da leggersi in termini catastrofici. Non è possibile attuare delle politiche di ripopolamento forzato! Semplicemente, si deve prendere atto che alcune località hanno cambiato di funzione, hanno nuove vocazioni. A Ghirone, Fusio o Bosco Gurin la popolazione residente in modo stabile è ridotta, non c’è più la scuola. Tuttavia questi sono ancora villaggi vivi, vitali, ben tenuti! Pensiamo allo sfacelo di molte regioni di montagna in Francia o in Italia, lì i villaggi sono del tutto abbandonati. Da noi… hanno iniziato una seconda vita.

 

Ecco, la “seconda vita” dei villaggi. Di che cosa si tratta? 
Si deve prima di tutto dire che molti villaggi di Valle hanno conservato una buona consistenza di popolazione, se penso ai paesi della Valle di Blenio, fino praticamente ad Olivone, o in Vallemaggia fino a Cavergno. Altre zone invece, più periferiche e alte, hanno mantenuto solo un minimo di popolazione residente. Qui domina la funzione, nuova, della residenza secondaria, come luogo di ricreazione, di svago per gli abitanti degli agglomerati, che in questi villaggi ritrovano valori diversi. Se penso alle processioni di automobili che nei fine settimana si recano al Lucomagno… Vi è poi la funzione di mantenimento della storia e della cultura. Per tutto il Ticino è davvero prezioso che restino Bosco Gurin, Fusio, o Ghirone. La concentrazione della popolazione arrischia di impoverirci sul fronte culturale!

 

E se in queste regioni si dovesse arrivare a non avere più popolazione residente?
Per ora si deve notare che questa c’è e rimane. Noi siamo spesso schiavi dei numeri, ma conta anche la qualità: Bosco Gurin avrà 30 residenti permanenti, ma poi in estate, e, se c’è neve, d’inverno tutto si rianima! Pensiamo anche alla Bavona, dove probabilmente non vive più nessuno tutto l’anno. E pensare che nel XIX secolo a Sonlerto c’era una scuola, così come c’era a Dandrio in Val Malvaglia. Eppure, chi si sentirebbe di dire che la Bavona è morta?

 

Seguendo questo ragionamento, vien da pensare che sì, già nell’Ottocento già c’erano zone abitate solo per alcuni periodi dell’anno. Come alcuni monti o alpeggi. Allora però l’agricoltura costituiva il fil rouge che univa tali realtà al piano. Oggi, invece, cosa può unire centri e periferie?
Quello che conta è la volontà, da parte della comunità ticinese nel suo insieme, di tenere in piedi queste realtà. È una questione volontaristica, forse velleitaria, una scelta da fare. Ma ne val la pena. Altrimenti avanzerà il deserto.

 

Ma non è avvilente per le Valli diventare il “parco divertimenti” delle città?
Se la prospettiva è istituzionalizzata non mi piace, ma per il resto è naturale che in parte sia così. Ciò è accettato dai vallerani, nella misura in cui porta occasioni di lavoro, contribuisce a tenere aperti i ristoranti, a far lavorare qualche artigiano attivo nell’edilizia. Senza questa funzione, la Valli sarebbero ancora di più abbandonate a loro stesse. Ma non deve diventare una monocultura. Deve esistere un substrato economico locale. Le cose sono unite, in fondo: se restano le strutture, queste saranno utili per i privati del luogo, ma anche per permettere l’esistenza delle residenze secondarie, o far avanzare nuove prospettive di sviluppo nel paralberghiero, nelle nuove forme alternative di turismo.

 

Veniamo alla “Prospettiva villaggio”. Su cosa si punta?
Concretamente partirei da una rivalutazione del patrimonio costruito, un piano articolato di ristrutturazioni. Noto infatti che nelle zone periferiche esistono moltissimi edifici, ville, case, ecc… di valore storico, spesso di grande qualità. Penso ai nuclei storici: spesso chi è rimasto in Valle ha costruito case nuove, lasciando quelle dei nuclei… Sarebbe necessario fare in modo che le stesse possano essere recuperate ed adattate alle nuove esigenze, per insediarvi delle attività, dai Bed&Breakfast a piccole iniziative commerciali. Penso ad esempio alla Cima-Norma, qui vicino a me, a Dangio. Attenzione, però: non finanzierei le attività in quanto tali, perché questo non è un compito dello Stato. Ma metterei a disposizione degli edifici rinnovati. Tali attività poi farebbero il loro corso. L’aiuto sarebbe per l’inizio: solo difficilmente le stesse potrebbero generare abbastanza ricavi per coprire l’investimento per la ristrutturazione iniziale.

Chi se ne dovrebbe occupare? Che ruolo dovrebbero avere le istituzioni?
Vanno fatti collaborare settore pubblico e settore privato. Il Comune, in primis, deve poter mantenere dei servizi di buona qualità, dalle strade all’acqua, forse arriverà anche la banda larga per Internet! Ci sono esempi in questa direzione: posso citare l’intraprendenza di Lavizzara, un Comune che in dieci anni ha fatto moltissimo per dotare di strutture utili il territorio (scuole, pista di ghiaccio, ecc…). E ancora si occupa di molte grandi e piccole iniziative, dalla cura dei monti di Rima al sentiero che permette l’esperienza di camminare a piedi nudi. Qualche risultato alla fine lo si nota, anche in termini di abitanti.

E poi c’è il Cantone…
Sì, che con la Confederazione dovrebbe finanziare questo progetto, anzi, promuoverlo in grande, in modo deciso! Perché alla fine ci guadagna l’intero territorio, in una logica di complementarietà. Basterebbe convogliare in questo ambito una parte dei fondi della politica regionale. Anche perché temo che, come già nella scorsa legislatura, alla fine anche in questi quattro  anni una parte dei fondi messi a disposizione dalla Confederazione sia rimasta a Berna.

Ma lo Stato basta?
No, come dicevo, e come è già successo negli ultimi decenni, anche il privato, la popolazione, le associazioni dovranno dare un contributo. Anche nelle piccole cose, per migliorare la qualità di vita. Che è il concetto già presente nella vecchia LIM! Basta poco, ma lo si deve fare, come i fiori sui balconi, o le animazioni, che rendono i villaggi più accoglienti e belli. Rendendoli attrattivi anche per chi lavora in città. Ma magari sceglierà di vivere in Valle. Anche su questo ci vuole chiarezza: il pendolarismo non è scandaloso, ai nostri tempi è normale. È facile progettare la creazione di posti di lavoro in Valle: ma chi li crea, alla fine? Il pendolarismo può essere vissuto, basta che ne valga la pena, e che le radici di chi vive in Valle restino salde.

Cosa farà per portare avanti questo progetto?
In politica è difficile passare dalle parole ai fatti. Molti hanno però apprezzato l’idea. Resto ottimista, come lo sono sul futuro delle Valli.

(DAAD)

 

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