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Cattedrali della montagna ponte tra culture lontane

05.09.2015 - aggiornato: 24.06.2016 - 14:03

Intervista con Agostino Da Polenza. Grande nome dell’alpinismo mondiale, ha raggiunto la vetta del K2 ben quattro volte. Ai piedi della montagna ha realizzato anche un laboratorio scientifico.

di Lorenzo Pianezzi

«Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà», scrive Bernardo di Claivaux a proposito delle montagne, sulle quali John Ruskin aggiunge che «sono le grandi cattedrali della terra, con i loro portali di roccia, i mosaici di nubi, i cori dei torrenti, gli altari di neve, le volte di porpora scintillanti di stelle». Queste grandi cattedrali della terra, le montagne, rappresentano non soltanto una scuola di alpinismo, ma soprattutto una scuola di dialogo con popoli, culture e tradizioni lontane dalle nostre, dall’Himalaya alla Patagonia. È questo il messaggio che, serata dopo serata, il Festival dei Festival ha donato al suo pubblico sempre più numeroso ed eterogeneo.

«Questo record di affluenza, in Piazza Cioccaro come in sala, conferma l’attrattività del nostro programma», dice soddisfatto l’anima del festival, il direttore Marco Grandi.

La serata di oggi è dedicata alla proiezione del film Reinhold Messner, in nome della montagna, la montagna nera di Walter Licastri (Italia), a sessant’anni dalla conquista di Makalu. Alle 20.30, l’assegnazione dell’ambito Memorial Luga Sganzini e, a seguire, l’incontro con Agostino Da Polenza, un grande dell’alpinismo mondiale, sul cui percorso Marco Grandi anticipa: «Una personalità da scoprire, per cui la parola data e l’onestà in montagna sono fondamentali». E noi lo abbiamo incontrato per parlare del suo rapporto con la montagna ma anche del suo impegno scientifico e umanitario.

 

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Agostino Da Polenza, come si è avvicinato al mondo della montagna?

Da bambino mi piaceva guardare le montagne, fantasticando avventure alpinistiche. I nonni erano contadini, abitavano un minuscolo villaggio della Val Seriana, dove passavo l’estate, con le mucche. Più tardi la mia passione crebbe sui libri, leggendo gli annuari del Club Alpino Italiano. Le mie fantasie si arricchirono di nomi, luoghi, racconti scritti e letti avidamente: Il Monte Bianco, le Tre Cime di Lavaredo, Rebuffat, Cassin, Bonatti.

Walter Bonatti è suo cugino…

Mio padre era suo cugino diretto... Un alpinista formidabile e un divulgatore dello spirito di avventura e del coraggio. Un monolite di granito a guardia del mondo delle montagne. 

Il K2 è per lei una montagna speciale, fonte di gioia e tormento…

Una montagna magica ma complessa. Dal 1983, quando con Josef Raconcaj arrivai in vetta dallo spigolo Nord, ci sono tornato nel 1986, con Gianni Calcagno e un gruppo di amici. Fu una bellissima spedizione, purtroppo attorno a noi avvenne un’ecatombe: 13 alpinisti morirono. Il K2 ti offre la massima felicità, l’esaltazione del successo, ma anche il dolore più violento. Ma ci sono ancora tornato nel 2004 e nel 2014.

L’alpinismo la porta in Paesi lontani. È un ponte di dialogo con popoli, tradizioni, religioni lontani da noi?

Ho collaboratori e amici nepalesi e pakistani da 30 anni, ai quali sono legato profondamente. Hanno culture e religioni diverse, a volte, come per l’Islam, con risvolti difficili da capire. Ma il rispetto e il dialogo vincono sempre.

Due progetti che le stanno a cuore sono il “Comitato Ev-K2-CNR” e Central Karakorum Nationa Park?

Con Ardito Desio, l’uomo che nel ’54 organizzò la spedizione al K2, realizzammo un Laboratorio Osservatorio a forma di piramide, nei pressi del campo base dell’Everest, a 5000 metri di quota. Ci hanno lavorato decine di ricercatori, italiani ma anche internazionali. Oggi il “Comitato Ev-K2-CNR” è una delle trenta stazioni globali del GAW, progetto dell’Organizzazione Mondiale di Meteorologia. Vi si svolgono esperimenti e studi da parte di università, anche svizzere, e centri di ricerca, l’ultimo dei quali in fisica dell’atmosfera. Purtroppo la burocrazia e la mancanza di fondi stanno mettendo a repentaglio le serie storiche di dati raccolti.

Il Central Karakorum National Park è oggi una realtà di 10mila km quadrati, dei quali il 38% è costituito da ghiacciai: la riserva idrica più importante dell’Asia. Ci sono una legge istitutiva, un management plan, atti amministrativi, programmi e attività di salvaguardia. È il lascito e la ricompensa italiana all’amicizia pakistana che nel 2014 consentì di definire il K2 la “montagna degli italiani”,  un generoso onore!

Cosa significa per lei l’etica della montagna?

Conoscenza e rispetto della natura e dei popoli che nei secoli hanno abitato e custodito le montagne. Il fenomeno delle spedizioni commerciali, in particolare all’Everest, non è solo un’opportunità economica per le popolazioni locali, ma anche una svalutazione del significato della montagna. Va sempre mantenuto vivo il rispetto per la montagna, per i valori che la storia alpinistica ci ha tramandato.

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