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Festival: concluso Vision du Réel a Nyon

04.05.2014 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:04

Tra i lungometraggi colpisce particolarmente Les Tourmentes, opera monolitica e di una struggente bellezza

di Daniela Persico

Nella mente di molti il cinema documentario porta con sé un certo grigiore: Vision du Réel è il festival che vi farà cambiare idea sull’argomento, grazie alla vivacità e alla pluralità (di stili, di voci, di temi trattati) della programmazione. E infatti la piccola cittadina di Nyon, tra Losanna e Ginevra, si popola durante la settimana del festival di un pubblico speciale: tanti studenti di cinema, il pubblico degli operatori del settore (produttori, distributori, programmer e giornalisti), cinefili e spettatori comuni... Tutti riuniti nella piazzetta del Festival, creata davanti alla sala principale, dove è stato allestito per l’occasione un bar, un punto di ristoro e gli uffici del festival.

Proprio l’idea della Piazza, spazio d’incontro urbano così obsoleto ai tempi della comunicazione 2.0, è vincente per la manifestazione che immediatamente diventa una festa, un magico momento di scambio tra chi fa cinema e chi lo guarda. Certo, il desiderio di scambio è generato soprattutto dall’ottima qualità dei film presentati, capaci di suscitare discussione e interesse, non tanto per i temi trattati quanto per la capacità di trasformare la realtà in grande cinema, anche quando si tratta di opere di giovani alla loro opera prima.

Concorsi di qualità
Con ben tre competizioni (articolate in corti, medi, lungometraggi) e un premio per la migliore opera prima (Regard Neuf) il programma della ventesima edizione di Vision du Réel si presenta come uno spettro piuttosto ampio del cinema del reale.
Tra i lungometraggi colpisce particolarmente Les Tourmentes, opera monolitica e di una struggente bellezza di uno dei maestri del documentario contemporaneo, l’antropologo belga Pierre-Yves Vandeweerd che compone un poema sull’altrove: da una parte i ritratti dei degenti di un ospedale psichiatrico, dall’altra la salita al monte di un pastore con le sue pecore. Una sorta di via crucis, di dolente suggestione visiva, che sfiora il mistero della vita appoggiandosi sulla forza poetica delle immagini e su voci sussurrate che si rincorrono lungo lo svolgimento del film. Violento e brutale, ma anche misterioso e potente, il film è stata una visione dirompente e necessaria.

Tra gli altri film del concorso si segnalano le indagini visive di Pelikans Tuksnesi di Kairish Viestur, su una comunità ai confini dell’Europa dove convivono ebrei, cattolici e ortodossi seguendo i rituali di una vita contadina fuori dal tempo, e il tragitto nella storia di Revoluçao Industrial di Tiago Hespanha e Federico Lobo, vero e proprio viaggio lungo il fiume che attraversa una delle zone più popolate del Portogallo dando voce a chi lavorava in edifici ormai abbandonati e a chi è sempre rimasto ai margini dell’economia.

Nelle altre sezioni, con molte opere di giovani filmmaker, si segnalano i corti più sperimentali come Buffalo Juggalos di Scott Cummings sulle utopie di una giovinezza fuori dalle regole della società consumistica (ma anche il divertente IR Planet, dove una camera d’albergo è popolata da una schiera di granchi), e molti mediometraggi, banco di prova per i nuovi documentaristi. Tra questi convince particolarmente Nebel di Nicole Vogele, poema visivo sulle comunicazioni impossibili dei nostri tempi, Spiel 3D di Bastian Epple, affresco del famoso casinò di Baden-Baden, e Inseguire il vento di Filippo Ticozzi, ritratto di una tanatoprattora misteriosa e sfuggente.

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