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"Il cinema deve parlare delle nostre vite"

11.03.2017 - aggiornato: 11.03.2017 - 19:38

Intervista al regista rumeno Cristian Mungiu, già vincitore della Palma d'Oro a Cannes, in questi giorni a Locarno per presentare "Bacalaureat", la sua ultima fatica.

© Il regista Cristian Mungiu

Intervista a cura di Emanuele Sacchi

Il punto di forza de L’immagine e la parola, evento primaverile collaterale al Festival del Film Locarno, curato dal direttore artistico Carlo Chatrian e dalla critica cinematografica Daniela Persico, sta nella capacità di tracciare linee inattese tra personaggi di ambiti differenti. Come quella che unisce lo scrittore Edoardo Albinati e Marco Bellocchio all’altro ospite di questa edizione, il regista Cristian Mungiu, massimo esponente della cosiddetta “new wave rumena”, movimento di registi presente ormai in tutti gli appuntamenti più importanti del circuito festivaliero. Il cinema di Mungiu ha uno stile inconfondibile: lo si potrebbe definire “verismo emozionale”, dove l’oggetto della narrazione è la realtà che ci circonda, denudata nei suoi aspetti più inquietanti, ma l’enfasi è posta sul protagonista, al centro di un turbinio crescente di emozioni. 

Non fa eccezione Bacalaureat – il film del 2016 proiettato ieri sera al Teatro Kursaal di Locarno, e in uscita nelle sale ticinesi, per il quale Mungiu ha vinto il premio per la migliore regia all’ultimo Festival di Cannes – racconto di un padre disposto a tutto, pur di far sì che la figlia si diplomi con il massimo dei voti e possa così studiare all’estero.

È stato chiamato a “L’immagine e la parola” per tenere una masterclass sulle forme di narrazione del cinema europeo odierno: cosa pensa di questa peculiare iniziativa che mette in comunicazione due media, letteratura e cinema, con proiezioni di film scelti da scrittori?

Penso che sia un momento ideale per far incontrare persone unite dal lavoro nell’ambito dello storytelling. In fondo anche il cinema è scrittura, prima di essere tradotto in immagini. Abbiamo di certo molto da raccontare e ascoltare l’uno dall’altro e siamo accomunati dalla ricerca del modo migliore per esprimerci.

“Bacalaureat”, che ha presentato ieri sera, è un’opera potente, ricca di richiami alla condizione in cui versa la società rumena. Il protagonista, Romeo, racconta di come sia tornato in Romania dopo la fine del regime di Ceausescu, pieno di speranze, ma di come qualcosa sia andato storto, per lui e probabilmente non solo per lui. Quando e perché le cose non sono andate per il verso giusto?

Per un insieme di motivi: da un lato per la corruzione dilagante e il modo in cui la polizia ha reagito, dall’altro perché le aspettative di un miglioramento erano talmente elevate da rimanere fatalmente inappagate di fronte alla lentezza o ai limiti di questo progresso. Il passaggio da comunismo a capitalismo è traumatico e necessariamente non può essere improvviso come qualcuno auspicava: molte persone si aspettavano improvvisamente di poter vivere vite migliori, di garantire un futuro migliore per i propri figli. Per molto tempo ha invece prevalso una concentrazione di potere nelle mani di persone convinte di poter agire al di sopra della legge. A rimanere costante nei decenni in Romania, e ad accompagnare il trapasso politico, è la condizione di povertà della gente. Con ovvie implicazioni sull’istruzione e sulla mobilità sociale. Solo negli ultimi dieci anni qualcosa ha cominciato a cambiare, con una maggiore consapevolezza della situazione in cui versiamo.

In questo senso il personaggio della figlia di Romeo, Eliza, rappresenta una nuova speranza, oppure la corruzione della società è troppo radicata perché ad essa si possa opporre una nuova etica?

Il finale è aperto, ma non è ottimista, non necessariamente. È semplicemente aperto, non si sa cosa avverrà. Non mi piace l’ottimismo irrazionale. Quanto alla nuova generazione, è difficile immaginare che possa rappresentare una vera  speranza, fintanto che i modelli rimarranno quelli attuali. Perché l’educazione è anche e soprattutto determinata dai modelli di comportamento presentati dalla famiglia e dalla società. Vorrei essere ottimista sulle nuove generazioni, e in parte lo sono, ma capisco perché nel film Romeo voglia fare di tutto perché la figlia studi all’estero. Ad esempio, le proteste di febbraio, sui provvedimenti dello Stato in tema di corruzione, hanno rappresentato un evento inatteso e particolarmente auspicabile. Ho partecipato anch’io alle manifestazioni e non c’erano solo giovani o giovanissimi in piazza. Il punto è che non ci si può attendere un cambiamento determinato solo da chi ha un livello di istruzione sufficiente, e che magari ha studiato in Europa, perché parliamo del 10-15% della popolazione. Bisogna che la maggioranza della popolazione se ne convinca ed è un processo lento, che richiede pazienza. 

Durante il comunismo corruzione significava un modo di sopravvivere: probabilmente non si può pretendere un rispetto totale dell’etica quando si tratta innanzitutto di pensare a sopravvivere. Detto ciò, la corruzione non è comunque una prerogativa o un’esclusiva rumena. Quel che cerco di raccontare in Bacalaureat è legato alla natura umana e a quel che un uomo è disposto a fare in una situazione priva di alternative, quando si trova con le spalle al muro.

 

Il trailer di "Bacalaureat

 

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