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Il coraggio della bontà come sfida

18.05.2018 - aggiornato: 18.05.2018 - 16:47

SPECIALE CANNES - Il film "Lazzaro felice" di Alice Rohrwacher, raccontato con la poesia di una fiaba, raggiunge momenti di grande cinema, senza temere il confronto.

da Cannes Daniela Persico

 

Sarà Palma d’oro? In un anno in cui la presenza femminile al Festival di Cannes è stata caldeggiata dal direttore Thierry Frémaux, nella consapevolezza che solo una donna ha vinto il premio principale della manifestazione, sarebbe bello sperare in una vittoria della più giovane regista in Concorso, l’italiana Alice Rohrwacher, che con il precedente Le meraviglie si era aggiudicata il Gran Prix Speciale della Giuria. Domenica pomeriggio, in un Grand Théâtre Lumière stracolmo, Lazzaro felice – prodotto da Tempesta Film con la coproduzione della ticinese Amka Films – ha ricevuto più di dieci minuti d’applausi, tra cui quelli d’onore di personalità del calibro di Benicio del Toro, Agnès Varda, Roberto Benigni e Abderrahmane Sissako. Un coronamento per un film coraggioso e libero che ha l’ardire di raccontare una storia di quotidiana santità, riprendendo uno dei fioretti di San Francesco.

Lo spunto della tardiva scomparsa della mezzadria, sancita da una legge dei primi anni Ottanta, ispira alla regista una fiaba sulla disgregazione del mondo contadino e la sua parcellizzazione nella società contemporanea. All’Inviolata una cinquantina di contadini raccolgono il tabacco per la Marchesa de Luna (interpretata da una calibrata Nicoletta Braschi): sono cresciuti senza conoscere la proprietà privata, vivendo dei prodotti della terra e di qualche bene concesso dai padroni. Il loro unico nemico è il lupo, che minaccia il loro già scarso bestiame. Lazzaro, non ancora ventenne, è il ragazzo buono (esordio folgorante del diciottenne Adriano Tardioli) che assiste tutti, l’ultimo degli ultimi di cui tutti si approfittano. Proprio per questo il coetaneo Tancredi, figlio della Marchesa, piccolo principe ribelle e scostante, sceglie lui come suo compagno d’armi, investendolo di un ruolo da Gerusalemme liberata. Ma proprio quando “il grande inganno” a cui sono costretti i lavoratori viene  sciolto, Lazzaro cade da una scarpata, restando fuori da un processo di modernizzazione a cui dovranno far fronte tutti gli altri, deportati in una metropoli, inospitale per chi non sa come tirare a campare.

Diviso in due parti speculari nella narrazione, ma profondamente diverse come cifra stilistica, il film di Rohrwacher opera un elaborato processo di stilizzazione di una profonda cesura avvenuta in un Paese dalla tradizione agreste, come l’Italia. Negli ultimi quarant’anni, la repentina sparizione della figura contadina è corrisposta ad un progressivo abbandono di un rapporto di rispetto tra uomo e natura, tra collettività e individuo, relegando coloro che ve ne facevano parte ai margini. Ed è proprio a loro che sembra dedicato questo film, in cui compaiono i nuovi sfruttati delle grandi imprese agricole (soprattutto i migranti, come ci raccontano tristemente le cronache), ma anche chi è costretto a vivere ai margini della comunità, come gli ex-contadini dell’Inviolata, raccolti in un container post-apocalittico, che ci ricorda i tanti campi rom delle nostre periferie urbane. 

«Attraversando il mio paese mi sono accorta di tanti Lazzari felici, persone buone, ma che per la maggior parte delle volte non si dedicano a fare il bene, perché non sanno cosa sia fare il bene. Loro sono e restano spesso nell’ombra, perché abdicano sempre a se stessi per lasciare spazio agli altri, per non disturbare» dichiara la regista. E in effetti il suo giovane Lazzaro ha negli occhi quel candore, pronto ad accogliere ogni mansione e ad assorbire ogni contrasto, erede dell’Idiota dostoievskiano ma anche dell’uomo santo descritto nei fioretti. Raccontato con la poesia di una fiaba, in cui vigono gli archetipi della cattiva regnante, dell’idiota del villaggio, del cavaliere codardo, il film raggiunge momenti di grande cinema che non ha paura di confrontarsi con Ermanno Olmi, Pier Paolo Pasolini, Sergio Citti, Cesare Zavattini ma anche Terry Gilliam. 

Nell’equilibrio tra naturalismo e astrazione risiede il fascino del cinema di Alice Rohrwacher, “puro” come le azioni (e non solo i sogni) del suo protagonista, che si offre più volte nella sua ambivalenza. Santo o idiota, profeta o contadino, rivoluzionario senza sapere di esserlo o emarginato da un sistema spaventato dalla sua semplicità: i suoi occhi sgranati sull’altro sono difficili da dimenticare, così come Lazzaro felice, mirabile esempio di chi sta segnando con impavido coraggio e ostinata determinazione un’altra strada per il cinema italiano.  

 

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