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Il coraggio di un medico conquista Cannes

19.05.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:02

Grande successo per la pellicola "La fille inconnue" dei fratelli Dardenne, che parla di un medico e delle difficoltà di fronte ai problemi sociali. 

di Daniela Persico

 

Difficile vedere al cinema le vite delle persone comuni. Ancora di più assistere alla progressiva crescita morale di un personaggio, che con le sue scelte crea un cambiamento nella società che lo circonda. Il cinema dei fratelli Dardenne, già due volte premiati con la Palma d’oro al festival di Cannes, vive di questi due ingredienti, che ritornano in “La fille inconnue” (appena presentato in concorso a Cannes), storia di un medico e delle difficoltà di fronte ai problemi sociali, legati alla clandestinità e alla mancanza di aiuti sociali.

Con “La fille inconnue”, forse il loro film meno compatto, i Dardenne realizzano una sorta di anti-“La promesse”: se nel primo film a renderli noti al pubblico dei festival era uno straniero ad offrire un dono (la promessa del titolo) capace di innescare un processo di crescita etica del piccolo protagonista, questa volta è la scelta di una giovane dottoressa di non aprire una porta (e di conseguenza non accogliere un segreto e salvare una vita) che la porterà a veder riflesso sugli altri il suo stesso atteggiamento di rifiuto e di distanza. E se l’indagine attorno al nome della ragazza uccisa non è così rilevante, in questo film popolato da numerosi personaggi iniziano a diventare fondamentali alcuni indizi: quelli che ci conducono a una gioventù europea malata e sola, abbandonata dai padri che sono i protagonisti del trauma che blocca i figli (non a caso il film si apre con una scena che è l’incubo di un giovane uomo chiamato a prendere tra le mani il proprio futuro) e ancorata al lavoro come perfetta performance.

Sviluppato attraverso continue scene di confronto tra la determinata dottoressa Jenny e le persone che sono coinvolte nella sua inchiesta privata, “La fille inconnue” è costruito come un racconto morale in cui il progressivo svelamento della verità (sulla ragazza, ma soprattutto su se stessi) avviene nella ricerca della frontalità dello sguardo, in una società in cui il contatto umano è programmaticamente tenuto a distanza. Gli affari sporchi di ciascuno non sono soltanto un male sociale, non riguardano soltanto la droga, la prostituzione, il deposito illegale, ma anche un’altra dimensione, quella intima e insondabile. Perché in questo film quando tutto sembra risolto per il meglio e le situazioni sociali sembrano scusare qualsiasi gesto, è ancora una volta una straniera ad allargare il discorso e radicalizzarlo, andando nel profondo del cuore umano. Quei sentimenti, insondabili dalla medicina (e da tenere distanti dalla propria professione per Jenny), sono in realtà il mistero che ci unisce e ci separa, a cui ritornare per essere di nuovo capaci di accogliere l’altro e lottare in suo nome.  La cura di Jenny ha a che fare proprio con questa prossimità, con il braccio teso offerto all’anziana nel finale, con una storia che si chiude su un nuovo ritorno alla quotidianità.

Lo straordinario lavoro sugli attori, che fin dagli inizi ha segnato il metodo dei Dardenne, qui si scontra con una certa fissità di Adèle Haenel, perfetta nella prima parte ma poco pronta ad avventurarsi in una trasformazione interiore del personaggio. Resta la volontà dei due registi di smarcarsi sempre più da un pedissequo naturalismo, in favore dell’emergere di pure forze d’azione della storia, che si offre sempre più nella semplicità di un exemplum. Impariamo a guardare e, forse, sapremo come vivere. 

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