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La strategia visionaria di Valignano

05.02.2017 - aggiornato: 05.02.2017 - 09:00

"Silence", il film di Scorsese, visto da Vittorio Volpi, che ha studiato il periodo “Kirishitan Jidai”.

di Vittorio Volpi

 

Ho letto con soddisfazione le recensioni del “Giornale del Popolo” sul film di Scorsese Silence. Penso che, sebbene le osservazioni e gli apprezzamenti delle recensioni siano di prim’ordine, non affrontino in profondità il quadro storico che sostiene la trama. In primis perché non tutti i recensori sono degli storici, ed in particolare del periodo “Kirishitan Jidai”, il secolo cristiano, una parentesi storica che vide il Giappone cristianizzarsi. Ciò avvenne grazie alla intelligente e dolorosa esperienza della Compagnia di Gesù e di alcuni altri ordini cattolici che, a partire dagli anni ’90 del 16° secolo, operarono  in Giappone.

Va anche detto che, per comprendere maggiormente il film, sarebbe stato forse utile mettere meglio in prospettiva questo importante periodo storico giapponese che, sotto la guida di Alessandro Valignano -“Il Visitatore”, e cioè l’Ambasciatore plenipotenziario di Roma in Oriente - per quasi mezzo secolo vide il cristianesimo prosperare in un modo imprevedibile. Valignano,  fra il 1579 e fine secolo, genialmente, disegnò un progetto di “inculturazione” e “adattamento”, una visionaria strategia che in pochi anni condusse alla conversione di centinaia di migliaia di giapponesi (su una popolazione, allora, di soli venti milioni). Su di lui e su quel periodo ho pubblicato con “Spirali” Il Visitatore: un grande maestro in Asia, per onorare i suoi grandi meriti sul come si opera con culture diverse ma, anche, per descrivere le diversità culturali del Sol Levante e delle culture fondamentalmente confuciane. Purtroppo, il Valignano, dopo aver concluso la sua grande missione,  anche con l’ingresso ed il tormentato successo in Cina del suo discepolo Matteo Ricci, morì a Macao nel 1606. È pertanto sorprendente che, nel film che ci porta al 1639 (!?), Valignano autorizzi i due gesuiti ad avviarsi verso una rischiosissima missione in Giappone… Una svista quasi incomprensibile...

Peraltro, per meglio comprendere il contesto della trama, non bisogna dimenticare che il “cimmoku”, appunto il “Silenzio”, di Shusaku Endo, è un romanzo e non una ricostruzione storica;  molto conosciuto ed apprezzato da noi in Occidente, ma non altrettanto a casa sua.

Per completare il quadro, vale anche la pena ricordare che la presenza cristiana in Giappone dopo i grandi successi si avvierà velocemente verso la fine; che incomincia con gli editti di proscrizione dello Shogun, passerà dagli editti ai fatti con il grande martirio di Nagasaki del 1622 e la battaglia di Shimabara del 1637/38: che metterà, di fatto, fine alla presenza cristiana. Con il martirio, meglio dire lo sterminio, di decine di migliaia di cristiani.

Il compianto Padre Pittau, gesuita, nel suo Il secolo cristiano del Giappone, ben descrive questo periodo storico che, dopo cinquant’anni di grandi soddisfazioni, terminò con una grande tragedia e la chiusura del Paese a religioni straniere ed agli stranieri. Messa al bando la religione cattolica con condanna di morte, non rimase ai cristiani - in quel tempo si stimavano in 300-500 mila - che abiurare, mantenere la fede segreta o morire: attesa la persecuzione violenta e crudele del governo Tokugawa, una dinastia che guidò il Giappone fino al 1868, di fatto il Giappone assunse una politica di “sakoku” (il Maraini lo sintetizza con “il paese in catene”);  un Paese chiuso allo straniero ed alle religioni occidentali, al mondo.

Mi sono spesso domandato se di «questa pianticella con le radici in una palude» - come Ferreira, il gesuita che ha abiurato, definisce l’inutile lavoro dei padri nel predicare la salvezza in Giappone - di questo “silenzio di Dio”, veramente non rimase nulla. Insomma solo una breve, inutile, parentesi. Mi dà conforto, inter alia, quanto al riguardo ho raccolto in un breve saggio per una rivista, dal titolo Conosci Maria: verso la metà del 1850, il Giappone era stato  costretto dalle “navi nere”, le cannoniere dell’Ammiraglio americano Perry, ad aprire alcuni suoi porti ed  uscire dalla sua clausura, consentendo quindi ad alcuni stranieri di stabilirsi nel Paese. Obtorto collo, i giapponesi dovettero cedere. Il 17 marzo del 1865 a Nagasaki, padre Bernard Petitjean viene fermato da un gruppo di giapponesi sulla porta della piccola chiesa di Oura, al termine della Messa celebrata per alcuni diplomatici e mercanti stranieri. Una donna si fa coraggio e gli chiede: «Conosci Maria?».

Petitjean scopre  con grande sorpresa che si tratta di un gruppo di cristiani. La situazione è pericolosa, ma il Padre vuole capire com’è possibile che un gruppo di locali cristiani sia sopravvissuto alle persecuzioni e abbia mantenuto la fede. Nei giorni successivi questi giapponesi lo inviteranno nella loro cittadina di Urakami, e il padre scoprirà che ci vivono almeno duemila “Kakure Kririshitan”, cristiani nascosti: essi hanno mantenuto la fede ed i riti per ben sette generazioni a sprezzo della vita... Nonostante la palude, le pianticelle hanno messo le radici in sicurezza. Ciò che non si percepisce bene nel film è l’alto livello culturale raggiunto dai giapponesi: shintoismo, confucianesimo, buddismo, il meglio della cultura cinese. Così scrivevano i gesuiti a partire da Francesco Saverio. Non solo la miseria dei contadini delle isole del Sud. Ma Scorsese, bisogna dirlo, pur con errori e alcune lentezze, ha fatto un bellissimo film, che è stato molto aiutato dal suo background cristiano di italoamericano. Un’opera che non farà la cassetta dei “rambo”, ma che ci fa conoscere un rilevante pezzo della storia del Sol Levante, e del Cristianesimo, degna di essere conosciuta.

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