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Romania verso la Palma per un cinema sociale

21.05.2016 - aggiornato: 24.06.2016 - 15:02

La qualità sembra dominata dalle creazioni rumene, da una parte “Sieranevada” di Puiu e dall’altra la sofisticata parabola di Mungiu con “Bacalaureat” che si concentra sulle giornate che separano una ragazza dall’esame di maturità.

I protagonisti del film Bacalaureat. (EPA)

di Daniela Persico

 

Per dieci giorni Cannes si è trasformata, come ogni anno, nella città del cinema, non soltanto dentro le sale, ma per le vie del centro in cui si incrocia Isabelle Huppert intenta a chiacchierare al cellulare o Woody Allen con l’aria un po’ sperduta di chi forse vorrebbe essere altrove. Nell’affollato mercato (tra produttori, distributori e sales agent), si sono consumate le battaglie per spartirsi i più importanti titoli dell’anno, dal futuro Martin Scorsese fino ai titoli più ricercati della selezione del festival. E se gli affari non sono mancati, un’inflessione di pubblico c’è stata in questo grandissimo festival. Si dice sia dovuta alla paura per gli attentati, che ha colpito soprattutto gli ospiti francesi e americani.

E proprio questa paura arriva sottotraccia nei film presentati nel concorso principale di questa 69esima edizione, che ci appare dominata dal bel ritorno del cinema rumeno. Da una parte la perfetta macchina scenica di Cristi Puiu con Sieranevada (di cui abbiamo parlato i primi giorni del festival), dall’altra la sofisticata parabola di Cristian Mungiu con Bacalaureat, che si candida tra i film degni della Palma d’Oro (già ottenuta con il film 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni). Il nuovo film si concentra nelle poche giornate che separano una ragazza dal suo esame di maturità. Il padre le ha già designato un futuro migliore, lontano dalla Romania, nella fulgente Inghilterra, dove – secondo il genitori – la ragazza potrà realizzarsi, volando via dalle minacce incombenti della “troglodita” società rumena. Dirigendo in maniera magistrale il gruppo di attori, Mungiu sceglie di seguire i passi incerti di un padre che vede crollare le sue sicurezze nel momento in cui intuisce di non avere il controllo (che forse si illudeva di mantenere) su sua figlia. Una presa di consapevolezza che tarda ad arrivare nel film, segnando un finale sospeso in cui grava ancora il peso delle aspettative degli adulti sui ragazzi. In una società sofferente, in cui il fantasma del passato è ben rappresentato dai palazzoni fatiscenti in cui abitano i protagonisti, la conquista della libera scelta è raggiunta a fatica, come lo sguardo su una figlia che è altro da sé.

La minaccia di una società che si trova ad affrontare problemi globali è centrale in The Last Face di Sean Penn: l’attore torna alla regia dopo una lunga assenza per firmare un film sull’impegno civile dei medici in Africa. Evidentemente un’impresa a fin di bene che però non riesce a trovare una forma cinematografica convincente, al contrario la dottoressa protagonista del film dei fratelli Dardenne (La fille inconnue) ha a che fare con le piccole urgenze quotidiane, in un sistema sanitario che si trova ad affrontare i problemi d’illegalità clandestina di alcuni e le difficoltà economiche di altri. Un film che è anche un exemplum, come del resto lo è Ma’ Rosa di Brillante Mendoza, regista filippino, che racconta di una via crucis familiare in cui si confondono vittime e carnefici fino al grande finale umanista. Sulla poesia si sofferma Jim Jarmusch che con Paterson firma un haiku visivo: storia quotidiana di una settimana vissuta da un poeta, tra le sue giornate come guidatore di autobus e i momenti dedicati alla creazione poetica (altro film, insieme al tedesco Tony Erdmann, che sono piaciuti molto alla critica e puntano alla Palma d’Oro). Più deludenti invece The Neon Demon di Nicolas Winding Refn, che mette in scena una fiaba nera sul mondo della moda e Juste la fin du monde di Xavier Dolan che, dopo il successo di Mommy prova a cambiare la sua abituale compagnia d’attori per un dramma da camera troppo claustrofobico e poco convincente. 

 

 

Dalla Svizzera due film d’animazione

Raramente un film svizzero arriva sulla Croisette, ma quest’anno c’è una strana coincidenza. Oltre alla presenza del restauro di Die Letze Chance di Leopold Lindtberg a cura della Cinémathèque Suisse presentato nella sezione Cannes Classic (ovvero tra i film da riscoprire che hanno segnato la storia del cinema), i due film elvetici programmati nelle sezioni festivaliere hanno una caratteristica in comune: sono due film d’animazione. Da una parte il corto di Remo Scherrer che con Whatever the Weather si è segnalato tra i più promettenti registi d’animazione del futuro e, non a caso, il suo piccolo film (di 11 minuti) è presentato alla Cinéfondation. Racconta la storia di un bambino che cerca di condurre una vita normale, nonostante il profondo disagio in cui vive la propria famiglia a causa dell’alcolismo materno.

Curiosamente simile è anche la storia alla base di Ma Vie de Courgette di Claude Barras, vera e propria scoperta di questa edizione della Quinzaine des Realisateurs. Infatti quest’anno la sezione parallela al concorso ufficiale ha scelto di presentare diversi film di genere, componendo una selezione con vette e cadute, nel nome di un certo eclettismo. In questa pluralità è rientrata anche la possibilità di mostrare a Cannes un film d’animazione, adatto persino al pubblico dei più piccoli anche se indirizzato ad una platea eterogenea, vista la qualità di scrittura e la ricerca stilistica. Ma Vie de Courgette racconta con la tecnica della stop-motion la storia di Icare soprannominato Courgette (nella foto), un orfanello (anche lui ha dovuto affrontare l’alcolismo della madre) mandato in una casa d’accoglienza, tra compagni di gioco dal comportamento scostante e una bella bambina solitaria a cui si legherà particolarmente.

Una vicenda mesta che si tinge d’ironia grazie alla delicata scrittura dei dialoghi (a cui ha partecipato la regista francese Celine Sciamma) e alla costruzione dei simpatici pupazzi in plastilina dalle teste enormi e gli occhi sgranati. Il finale, con l’apparizione benevola di un poliziotto che diventerà la famiglia dei due bambini, assicura una lacrima di commozione, rendendolo uno dei film che sta riscontrando il favore dei distributori di tutto il mondo. Un successo per la scuola d’animazione svizzera che si è sempre segnalata come un fiore all’occhiello (insieme al documentario). 

 

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