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Un messaggio per il presente

08.04.2018 - aggiornato: 09.04.2018 - 13:10

50 anni fa usciva "2001: Odissea nello spazio"; rivoluzionaria opera di fantascienza e saggio filosofico, il capolavoro di Kubrick continua a parlare all’uomo iperconnesso di oggi.

di Emanuele Sacchi

 

È trascorso mezzo secolo da immagini che hanno cercato di prefigurare e forse hanno finito per condizionare, ciò che è venuto dopo. Una più di tutte: il feto astrale, che osserva la Terra con gli occhi aperti e consapevoli. Un simbolo di ottimismo e di nuova conoscenza a cui anelare per la specie umana, seppur accompagnato da un sinistro fondo di mistero sull’effettiva natura dell’esperienza vissuta. Allucinazione o contatto extraterrestre? Viaggio umano del singolo o allegoricamente collettivo?

Nei cinquant’anni trascorsi dall’uscita di "2001: Odissea nello spazio", che saranno celebrati con una proiezione speciale in 70mm al prossimo Festival di Cannes, le interpretazioni, i tentati rifacimenti e le parodie si sono sprecati, dalle teorie sui legami con Nietzsche e con l’eterno ritorno – alimentati dall’utilizzo dello Zarathustra di Strauss per enfatizzare le scene clou – alla rivisitazione pop della Space Oddity di David Bowie. Se il 1968 è indiscutibilmente uno degli anni più intensi del secolo scorso, qualcosa di questo primato è da spartire con Stanley Kubrick e con l’uscita al cinema di un’opera di fantascienza, su un piano meramente narrativo, e di riflessione metafisica, condotta attraverso criteri rivoluzionari, se osservata a un livello più profondo. 2001 obbliga a ripensare tutto ciò che è stato e ridefinisce il canone per tutto ciò che sarà.

Ognuno ne assaggerà un pezzetto - come Alice con il Fungo magico del Paese delle meraviglie - quando intenderà innalzare il cinema e/o l’analisi filmica su un livello più elevato. Il Tarkovsky di Solaris, lo Zemeckis di Contact, lo Spielberg di A.I., il Nolan di Interstellar, per limitarsi agli esempi più affini sul piano contenutistico, si cimentano nell’impresa di dialogare con l’opera di Kubrick, con la timorosa riverenza di chi comprende cosa significhi dimostrarsi all’altezza e provare a porsi le medesime domande, imprescindibili e avvolte nel mistero.

Chi siamo, da dove veniamo, dove andiamo. Una visione del futuro utile a interrogarci sul nostro passato, segnato inconsapevolmente dalla presenza, aliena o divina, di uno, o forse più, monoliti neri. Una rappresentazione astratta del metafisico, che si offre attraverso la levigata perfezione del parallelepipedo per guidare l’uomo sul cammino della conoscenza. Oltre la sfera razionale, incarnata nella sua più perfetta rappresentazione da HAL 9.000, intelligenza artificiale che finisce per sostituirsi all’uomo anche nel suo primordiale istinto omicida.

Si può osservare 2001 come esperienza filosofica, teologica o semplicemente psichedelica (in linea con gli anni di lavorazione, pre-1968, quando l’album dei Beatles Sgt. Pepper’s e i Pink Floyd spalancano le “porte della percezione”). In ogni caso la visione del film, oggi come 50 anni fa, equivale al viaggio compiuto da Ulisse-Bowman sulla navicella Discovery. Al termine dell’avventura dell’uomo, e dell’Uomo, nulla è più come prima.  

Un’opera irriducibile alla semplificazione. Chi ha voluto leggerla come trionfo del positivismo e delle idee “chiare e distinte” ha trascurato la violenza e l’ingiustizia che accompagnano il processo di apprendimento. La mescolanza di fiducia e di scetticismo, quell’ossimorico atteggiamento nei confronti del potenziale dell’uomo e dell’istinto che accompagna la natura umana, sono quintessenza dell’opera di Stanley Kubrick, il fil rouge che unisce i capolavori che compongono la sua filmografia.

Mai come oggi Kubrick è assurto a “maggior regista di tutti i tempi”, protagonista di una seconda, o forse terza o quarta, ondata agiografica di notorietà. Molti gli esempi in questo senso. Il più vicino temporalmente è quello di Ready Player One, zibaldone di Steven Spielberg  della cultura pop degli ultimi decenni del XX secolo, che sancisce definitivamente - attraverso una straordinaria sequenza, in cui Shining si trasforma in videogioco - lo status di Kubrick come regista inarrivabile, maestro invulnerabile alle critiche e al passaggio delle mode. Persino all’obsolescenza tecnologica.

Ed è questo, tornando a 2001, uno dei dati più eclatanti. Kubrick, come è proprio dei classici, non conosce il deperimento temporale. Certo, l’ipotesi di futuro contenuta riflette la sensibilità di fine anni ’60, e dunque non può che risultare errata, se messa a confronto con il “vero” 2001 esperito 17 anni fa. Ma la forza di quella visione sopravvive intatta, senza che subentri mai il senso del ridicolo, falce fatale che accompagna le opere minori dell’intelletto. Non è nello stile delle tute spaziali, infatti, che si esprime la lezione di Kubrick, bensì attraverso intuizioni che vanno ben al di là di quanto fosse possibile ipotizzare nel 1968.

Il pubblico di allora restava attonito perché immaginava dove e come si sarebbe trovato nel 2001; quello di oggi e di domani fatica a concepire come fosse possibile intuire nel ’68 dei passaggi fondamentali dell’evoluzione umana. Kubrick prefigura un futuro di uomini iperconnessi, circondati da schermi 24 ore su 24, così dipendenti dalla tecnologia da affidare interamente ad essa le sorti della missione più importante mai compiuta dall’uomo, il viaggio verso Giove. Così assimilabili per atteggiamento e postura a degli androidi, da sottolineare, per contrasto, l’umanizzazione di HAL 9.000, che scopre nello stesso momento di essere fallibile, pauroso e vendicativo, come il più fragile degli uomini. Di fronte a intuizioni che sanno di vaticinio è impossibile rimanere indifferenti.

Oggi come allora "2001: Odissea nello spazio" ci obbliga a un balzo in avanti: la sua spinta propulsiva verso una maggiore consapevolezza, la sua lezione sul senso ultimo dell’evoluzione umana sono tutt’altro che esaurite. Come l’assordante segnale di un monolito lunare, 2001 ci chiede ancora di essere ascoltato.

 

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